TRENTINARA (Cilento, SA): ove il cielo si “unisce” alla montagna

I rumori del trattore e della sega elettrica sono le uniche testimonianze di vita nell’immenso mare di verde che si estende sull’altopiano boscoso. L’uomo combatte ogni giorno contro l’inesorabile scorrere del tempo il quale proietta i ricordi di un glorioso passato. Con la tenacia e l’ingenuità proprie della razza cilentana, gli occhi dell’anziano contadino hanno guardato per tanti, troppi… lunghi anni l’evolversi e la trasformazione di questo “paradiso” verde proteso sul Cilento; occhi che si focalizzano sui ricordi trasmessi per generazioni; occhi che riflettono quei lontani giorni di un doloroso passato contadino denso di sacrifici, rinunce, privazioni…

Eppure il vecchio dell’altopiano continua ancora oggi a scrutare, coi suoi piccoli ma luminescenti occhi incassati in un bronzeo volto rugato, quegli infiniti orizzonti che si estendono al di là della verde piana di Paestum, recuperando non solo le armonie del silenzio, che avvolge le magiche atmosfere di questa rupe o le policromie della luce così intensa e profumata, ma anche la malinconia dei tempi andati e che forse non ritorneranno mai più. Tutto proteso lungo il suo sperone roccioso che domina dall’alto, con straordinari e incredibili orizzonti, alcuni tra i più suggestivi panorami del Cilento interno: dal Monte Sacro alla “rupe” di Agropoli; dalla piana di Paestum, per tutto l’arco costiero del golfo di Salerno con la muraglia dei monti Lattari che si protende fino a Capri, la “perla” del Mediterraneo.

Così si presenta, al forestiero che si appropinqua su per i monti di Capaccio e Roccadaspide e volge verso la Valle dell’Alento, il caseggiato di TRENTINARA (604 m), sospeso tra cielo ed aspre montagne ricoperte da spessi manti boschivi (leccete, faggi e castagni), a dominio di rupi e valloni che s’innalzano – aspri e imponenti – dal dolce paesaggio collinare delle campagne pestane coi loro terreni ricchi di pascoli (per l’allevamento delle bufale) e i coltivi che offrono abbondanti raccolti (carciofi, tabacco, grano, ulivo e vigneti). Catene montuose a settentrione; valli ombrose che scivolano a Sud; possenti giogaie (regno di briganti e teatri di duri scontri durante i moti rivoluzionari dell’800) che s’innalzano a levante si contrappongono agli assolati litorali di una costa (tra le più belle della Campania) che si estende a ponente.

Gli spicchi di sole che per pochi minuti al dì illuminano gli stretti vicoli che si aggrovigliano intorno a quella massa di volumi sfalsati, di superfici degradanti e di morfologie diversificate costituenti il nucleo del centro storico del paese. Un borgo, questo, che solo in apparenza si presenta addormentato nel suo perenne isolamento, ma che è vivo grazie a quel continuum storico sancito dalle arcaiche testimonianze degli anziani, autentici baluardi di un vivere rurale giunto intatto e senza alterazioni fino ad oggi. Vecchie sedie impagliate addossate a candide pareti intonacate dai vivaci colori pastello fanno da sfondo a sguardi assorti nel vuoto, immobili a rimembrare quei fasti di una lontana e gloriosa civiltà contadina; volti rugati impressi in un mutismo irreale, sono questi gli autentici testimoni di una esistenza votata al sacrificio e alla dura, paziente e orgogliosa vita dei campi che da sempre, qui, segna e determina il passare delle ore.

Anziani ricurvi sul bastone altalenante; donne intente a scambiarsi il pettegolezzo della giornata raccolte sul terrazzino, affacciate alle finestre o semplicemente sedute nel cortile a bisbigliare tra un diritto e un rovescio di “punta-croce”; l’attesa del rientro dai campi che perpetua, da secoli, quella semplice e maniacale gestualità del ritorno dalle cosiddette fatiche… questi, e quanti altri, gli elementi di un vissuto consolidatosi nel corso dei secoli, mentre i giovani…? Pochi sono quelli che hanno avuto il grosso coraggio di restare e di perpetuare, nel segno del più assoluto spirito di sacrificio, ciò che i propri cari (e i propri avi) hanno loro lasciato: la cura dei terreni e il magro profitto che questi raccolti riescono a concedere. Molti giovani, invece, sono quelli che scelgono di andare via, magari lontano; i più per studiare fuori, quei pochi per cercare fortuna – laddove è possibile – anche oltre confine.

Ed allora, nel segno di una civiltà rurale che orgogliosamente tenta di restare al passo coi tempi nonostante tutto qui – dalle pietre all’aria che si respira – è impregnato di Medioevo, ecco che si propone un originale itinerario che tenta di offrire, al turista escursionista che desidera conoscere questo “insolito” angolo di Cilento, la possibilità di poter toccare con mano tutte le molteplici varianti di un paesaggio e di un ambiente che si protendono dagli ombrosi castagneti di monte Vesole e di monte Soprano fino alle colline cilentane che circondano l’antica piana pestana, avvolgendo il tutto con il dolce clima di una natura ancora inviolata e gli autentici sapori di una semplice e genuina arte culinaria che non ha eguali nel circondario.

L’abitato di TRENTINARA che è proteso – come il ponte di una nave – in cima ad uno sperone roccioso tutto circondato da dirupi, da burroni, da foreste, quasi come se fosse un nido di rapaci. E difatti, volgendo lo sguardo all’insù, non è raro veder volteggiare esemplari di avifauna locale quali poiane e piccoli falchi. Il silenzio qui è una costante fissa; esso avvolge ogni angolo di questo esteso altopiano sospeso tra le montagne e le serre; una solitudine immensa, un infinito quasi palpabile s’impossessa in chi (escursionista, montanaro, pecoraio o contadino) si accinge ad attraversare queste contrade. Attraversando gli stretti vicoli che s’inerpicano, verso l’alto, si transita lungo androni e portali che si fronteggiano tra indescrivibili giochi di penombra ed in breve si perviene nella piazza grande di Trentinara.

Punto centrale di un agglomerato semplice e complesso al tempo stesso, tutto ruota intorno allo spazio determinato dalla Piazza dei Martiri in cui confluisce l’intricato dedalo di vicoli contorti determinati dalle più scoscese pendenze. Angoli e spigolature sfalsate riflettono quegli effetti chiaroscurali determinati dalle rientranze dei pieni e dei vuoti e dalla luce del sole che porta ad evidenziare quei cromatismi delle facciate più in vista e che si fronteggiano in scenografiche platee dal sapore antico. Si percepisce, in tutto ciò, quello che è l’aspetto più emergente su ogni cosa, qui tra le abitazioni del borgo di Trentinara: il Medioevo, un’epoca storica che forse non ha mai lasciato questi luoghi. La cultura di un lontano passato che si permea attraverso la concezione visiva di uno spazio antico (e nonostante tutto attivo) viene riletta attraverso i vecchi portali in pietra finemente decorati; i viottoli lastricati o basolati; i supportici e gli androni nascosti; le rampe sospese; le finestre e i terrazzini che si toccano; i cortili e i giardini recintati, nascosti e distribuiti su più livelli…

Sono questi – e tanti altri ancora – i simboli e gli elementi di una radice medioevale facilmente intuibile nella distribuzione armonica dei vuoti e dei pieni, in un autentico accavallarsi di spazi perduti nelle memorie del tempo, lì dove il culto (qui non solo inteso come momento deputato alla preghiera e luogo riservato al raccoglimento) riveste un ruolo molto importante, fondamentale, se non unico in quell’intricato, complesso e arcaico mondo contadino generato dall’indole del trentinarese. La settecentesca Chiesa dell’Assunta, che in un remoto passato doveva essere il luogo di culto al servizio dell’adiacente camposanto (sotto l’attuale perimetro della piazza), ci accoglie con la sua semplice e luminosa facciata in cui spicca il portale in pietra; il suo interno, buio e tenebroso, viene “tagliato” dai raggi del sole pomeridiano che s’irradiano attraverso l’ingresso e le piccole aperture laterali.

Qui, poche anime all’interno della “casa” di Dio, innalzano lodi e preghiere con la recita del Santo Rosario; mani tremolanti che – leggermente – fanno scivolare i grani della corona, col capo chino in una sorta di atto penitenziale, aspettano l’inizio della lettura del Vangelo; due file di panche, a destra le donne col capo avvolto in scuri fazzoletti, sulla sinistra gli uomini con le loro pesanti giacche in velluto, le guance rosse, i folti baffi e le grosse mani callose ringraziano l’Onnipotente che continua a concedere loro il privilegio di vivere il questo “paradiso”. All’esterno della Chiesa, invece, il modesto campanile non supera più di tanto i tetti delle case adiacenti.

Dalla Piazza centrale è possibile portarsi in cinque minuti sulla piazzetta panoramica da cui si aprono ampie e suggestive vedute paesaggistiche che vanno dalle aspre montagne dell’interno ai dolci litorali costieri: e da quassù la luce e si silenzi, più di qualsiasi altro elemento e sentimento, caratterizzano la complessa natura del sito trentinariota le cui finestre si rifletto nel “rosso” disco solare, soprattutto quando l’astro diurno è lì per tuffarsi tra i marosi diffondendo gli ultimi raggi di luce e cedendo la scena celeste al luminoso spicchio lunare che compare, lento e ovattato, tra le folte chiome dei boschi del Vesole. Dalla balconata panoramica ci si porta lungo il suo margine sudorientale fino a raggiungere (angolo attrezzato con panche e fontana) il luogo detto della Preta ‘ncatenata (pietra incatenata), un sito ove si consumò una tra le più incredibili tragedie sentimentali dell’epoca.

Durante il periodo del brigantaggio, la figlia del farmacista locale si innamorò del brigante che spadroneggiava su per queste montagne. Com’era prevedibile il loro legame affettivo fu ripetutamente osteggiato. In seguito ai numerosi e continui rifiuti che impedivano loro di frequentarsi e di manifestarsi, solo dopo che furono tentate tutte le vie per costringere gli amanti a troncare quel rapporto che non avrebbe mai dovuto nascere; solo allora, dunque, fu presa da entrambi la drastica (e tragica) decisione di porre fine – e per sempre – a quella loro travagliata unione: insieme, forse tenendosi anche per mano, decisero di saltare giù dal ciglio della rupe e di gettarsi nel vuoto…

Il cielo sopra le nostre teste ancor privo di stelle comincia a riempirsi di punti luminosi ma, attenzione! Gli astri non sono ancora ben visibili poiché il meriggio sta per tramutarsi in vespero e, successivamente, in tramonto; quei luccichii che dalla piana si scorgono lassù, non sono altro che le luci dei trentinaresi (anziano, massaia, contadino, o pecoraio che esso sia) che si accingono al rientro nelle proprie dimore, a conclusione di una giornata vissuta in uno straordinario e insolito paradiso sospeso tra cielo, monti e valli. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Pubblicato da Andrea Perciato

Sono una Guida Ambientale Escursionistica dell'AIGAE (Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche). Giornalista/pubblicista, esperto della progettazione di itinerari escursionistici e della promozione turistica mirata all'ambiente e alla natura. Amante del sapere e sempre alla ricerca di nuovi orizzonti da esplorare e da raccontare. Camminare, sognare, respirare e amare questo bellissimo e incredibile mondo.

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