Mai potevamo immaginare di riuscire a realizzare i sogni che ci portavamo dietro da adolescenti: scalare (o quanto meno avvicinarsi) le cime più alte delle Alpi, laddove s’impennano gigantesche muraglie di granito solcate da nevi perenni e attraversate da ghiacciai che hanno fatto la storia delle ascensioni alpine. Siamo nella Val Veny, forse una delle più belle delle Alpi, solcata dalle impetuose e cristalline acque della Dora di Veny; in un’ora di cammino ci avviciniamo a quello che è l’autentico “paradiso” di chi ama per davvero la montagna. Dalle nostre parti abbiamo l’Appennino che ci regala sì emozioni davvero uniche, ma ascendere verso l’immenso ha un sapore incredibile, un qualcosa di diverso che tutti coloro che amano fare escursionismo in alta quota dovrebbero provare!
Una tra le valli più belle della Val d’Aosta (la Velleè) che si estendono ai piedi del monte Bianco è, sicuramente, quella della Val Veny; una valle molto bella che restituisce un piacevole senso di pace per gli incredibili panorami che si possono ammirare ai piedi di questi giganti delle Alpi. La Val Veny è una delle due valli laterali di Courmayeur ed è quella con la natura più selvaggia ed aspra. Lo stesso corso d’acqua fluviale della Dora di Veny in alcuni tratti rispecchia le asperità del terreno (ghiaia e detriti) assumendo un regime torrentizio spesso anche a carattere precipitoso.
Curva dopo curva si aprono scenari alpestri che sanno di “white wild“: cascate che piombano giù da tutte le parti e vanno ad alimentare i torrenti di fondovalle; il vento che fa ciondolare le nubi da una cresta all’altra; su tutto si erge l’esteso tappeto di abetaie e laricete che fanno da cuscino alla impressionante piramide rocciosa della guglia sicuramente più famosa del gruppo del monte Bianco, quella Aiguille Noire de Peuterey, la più ambita da tutti i rocciatori e la più elegante di tutto il massiccio del Bianco.
Muovendosi da Courmayer in meno di due ore di cammino sull’unica strada (inizialmente asfaltata), si attraversa questa valle caratterizzata da un paesaggio davvero molto bello laddove una natura – fortunatamente ancora – incontaminata restituisce emozioni e sensazioni dell’incredibile spettacolo dell’alta montagna tant’è, che in alcuni angoli, è possibile alzare lo sguardo e poter scorgere anche stambecchi e camosci che saltano lungo incredibili pendenze.
La val Veny è una vallata d’origine glaciale, così ricca di acque che vanno ad alimentare laghi e ruscelli e che mette in comunicazione l’Italia con la Francia. Essa orograficamente scorre ai piedi del settore occidentale del massiccio del monte Bianco svelandone il settore più aspro e, forse, più coreografico dovuto al susseguirsi di una fantastica skyline che offre la visione di guglie, piramidi e pareti a picco, teatri di leggendarie ascese alpinistiche intervallate da maestosi ghiacciai.
Improvvisamente dietro l’ultima curva della rotabile, s’apre uno spettacolo della natura degno dei migliori documentari della montagna e degli ambienti alpinistici: la conca in cui si estende la torbiera del Lago di Combal, perfettamente incastrata tra piramidi di granito e nevai perenni. Giunti nei pressi di un bivio: a sinistra si prosegue per un’ampia vallata, in direzione del rifugio Elisabetta che, affacciandosi sul lago, si erge su un colle alla sinistra orografica della valle; mentre a destra, poco più oltre, si raggiunge – all’altezza di un lieve colle – la Cabane du Combal, sorta di piccolo rifugio a disposizione di tutti; alle sue spalle una serie di segnali indicano per l’altro lago famoso della zona; quello del Miage che tempo fa fu protagonista involontario di una (per fortuna) mancata tragedia.
Dal bivio la pista a sinistra va aprendosi in un suggestivo scenario paesaggistico che non ha eguali e prosegue in direzione delle Pyramides Calcaires che chiudono – laggiù in fondo – la suggestiva distesa del lago del Combal (1957 m) con le sue acque multi-cromatiche dovute dallo scioglimento dei ghiacciai circostanti, dai riflessi del cielo che si rispecchia sulla superficie e dal limo che emerge dai suoi fondali. Quassù i colori della natura assumono una dimensione irreale, sono estremamente stupendi. Essi vanno dal verde ancora più intenso dei prati d’altura, al giallo e rosso degli alberi che già assumono un foliage quasi autunnale, fino al grigio delle doline moreniche e all’abbagliante bianco dei numerosi ghiacciai.
Dai pressi della “Cabane” la vista sembra quasi toccare (con la mano) l’immensa catena del monte Bianco. Da qui, seguendo le indicazioni con un’appropriata segnaletica, in 10/15 minuti circa il sentiero serpeggia tra gli ultimi esemplari di abeti, dalle radici ancora così ostinatamente attaccate alla roccia, e si comincia a salire lungo piccole, ma facili, tracce di sentieri fino a raggiungere, dopo aver terminato la risalita della morena che lo separa dalla conca del Combal. Raggiunti la cresta morenica ci appare – improvvisamente – sull’orlo della riva dx orografica del Ghiacciaio del Miage, la promenade di uno scenario unico al mondo: i picchi del Bianco e di tutte le guglie, le piramidi, i campanili e le cime che fanno da corona alla sua maestosità.
Una singolare leggenda avvolge di fascino e mistero questo luogo. “Qui, in un tempo lontano, immemore da qualsiasi datazione, questi ambienti erano territori avvolti esclusivamente dalla meraviglia della natura; un luogo talmente così bello che le fate decisero di sceglierlo a propria dimora. Esaltando la bellezza di questi paesaggi, spesso le fate omaggiavano la natura eseguendo canti e balli. Nel tempo queste festose esternazioni cominciarono a risvegliare i demoni della montagna racchiusi nelle granitiche rocce del monte Bianco. Destati da così tanto festoso entusiasmo, queste armoniose esecuzioni di canti e balli cominciarono a piacere ai demoni; essi decisero dalle millenarie oscurità rocciose di scendere giù per incontrare le fate chiedendo loro di ballare insieme su queste note. Ma le fate – impaurite – rifiutarono l’invito, un’azione che irritò molto i demoni tant’è che, ritirandosi nell’eterno livore al buio delle rocce, resero questo luogo e questi ambienti così spogli, aridi, privi di vita, ruvidi ed aspri…” Ecco allora perché oggi questi scenari si presentano così ardui e impegnativi da scoprire ed esplorare!
Naturalmente la curiosità spinge oltre il nostro spirito esplorativo e si decide di superare gli ultimi (non difficili, ma…) particolari gradini e balze rocciose che consentono di guadagnare e raggiungere il profilo della destra orografica dell’immenso ghiacciaio del Miage, impressionante per il suo letto/fondo roccioso (determinato dalla morena) alimentato dai numerosi canali di deiezione detritici ed ultime lingue di ghiaccio che spiovono da entrambi i versanti del bacino morenico. Il Miage è più grande “ghiacciaio nero” delle Alpi Italiane; esso prende forma dal ghiacciaio di Bionnassay e, attraverso la sua lunga discesa, viene alimentato dal ghiacciaio del Dôme e dal ghiacciaio del Monte Bianco. La parte superiore del ghiacciaio è solcata da crepacci e serraccate mentre la parte inferiore è completamente ricoperta da detriti morenici. La cresta del Bianco si erge lassù, in alto, in direzione nord!
Dire che sembra che siamo sulla Luna potrebbe essere davvero eccessivo ma, credeteci, è davvero così. Ovunque si giri è tutto un planetario fatto di roccia e di ghiaccio; una valle perfettamente disegnata sullo scorrere del ghiacciaio che trascina a valle tutto ciò che incontra sul suo percorso. Con non poche difficoltà, riusciamo a raggiungere finalmente l’incantevole conca da cui si aprono gli specchi lacustri del Miage (2017 m), originati dallo scioglimento del ghiacciaio del Miage che scorre, a qualche decina di metri più in alto, sulle nostre teste. Proprio alla base della testa morenica dell’omonimo ghiacciaio. Le calme e limpide acque lacustri riflettono il colore del cielo, offrendo in più punti policromie pastello che vanno dal giada allo smeraldo, dal perlato al turchese; mentre il tutto, tra sibili di vento e rapaci che volteggiano fino a quote elevate, sembra quasi irreale.
Qui, lungo le sponde del ghiacciaio del Miage, è possibile assistere al singolare fenomeno del distacco di piccoli iceberg dalla falesia di ghiaccio che entra in contatto con le acque. Nel 2009 in questo luogo, proprio lungo queste sponde, si sfiorò una tragedia. Praticamente una porzione – quasi una enorme parete – del ghiacciaio omonimo, improvvisamente sì staccò cadendo nelle acque del lago ove sostava una folla di turisti, alzando una gigantesca ondata alta più di due metri. Gli incauti visitatori del luogo, che – probabilmente – avevano scelto un punto d’osservazione troppo vicino e pericoloso, furono tutti travolti dall’onda e trascinati in acqua; incidente che – per fortuna – ebbe esito felice poiché si riportarono solo numerosi feriti subito dimessi.
Raggiungere il bordo del ghiacciaio e poter vedere da vicino il fronte morenico del Miage è davvero una bella (e impegnativa) impresa escursionistica, ma il livello di prudenza da adottare non deve mai scendere la sua asticella al di sotto della soglia di attenzione! Abbiamo “giocato” a fare gli alpinisti e non sappiamo se ci siamo riusciti; comunque sia chi ama davvero la montagna deve assolutamente venire (ma soprattutto a “vivere” e camminare per questi sentieri e) a conoscere queste leggendarie vette alpine. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)
