MAJELLA (Abruzzo): la lunga traversata della “Montagna Madre” dell’Appennino

Situato al centro della Regione Abruzzo questo gruppo montuoso, i cui punti più elevati presentano forme tondeggianti, dai pendii poco aspri e, complessivamente, morbidi lungo il lato occidentale; si apre con strapiombi spigolosi, discontinui e fratturati, contrassegnati da profonde e impenetrabili gole, scavate dalla forza erosiva delle acque lungo i suoi versanti orientali; mentre nella sua parte centrale si concentrano valloni dalla natura cruda e selvaggia con altipiani brulli e ambienti calcarei simili ad un paesaggio lunare.

Nelle vicinanze del Rifugio Pomilio, ha inizio il nostro percorso. In breve si raggiunge la brulla altura del Blockhaus e proseguendo in direzione S, lungo il sentiero sommitale che penetra in un boschetto (un esteso “tappeto” di pini mughi), sotto in basso sulla sinistra s’aprono i valloni delle Tre Grotte. Poco dopo si tocca la cima del monte Cavallo (2171 m). Da qui, la traccia del sentiero – che è ben segnalata – risulta in buono stato, e questo permette di camminare più agevolmente. In lontananza, sullo sfondo a destra, si aprono i valloni di Selvaromana (o dell’Inferno); sulla sinistra, invece, poco più sopra tra la fitta vegetazione dei pini mughi, si trova nascosta la “Tavola dei Briganti”.

Un pendio su cui s’aprono una serie di rocce levigate dove il ricordo, la frequentazione e il transito di uomini datisi alla macchia e alla clandestinità, di oppositori politici all’indomani dell’unità d’Italia, hanno lasciato incise su queste pietre i loro nomi (e soprannomi), le imprecazioni, il disprezzo e i loro incitamenti alla battaglia. Una tra tutte quelle incise riesce a dare il senso e la realtà di come si viveva in quel periodo; essa recita così scritto: “…nel 1820 nacque Vittorio Emanuele Re d’Italia… Prima era il regno dei fiori… ora è il regno della miseria…”. Proseguendo lungo la cresta di Scrima Cavallo, poco più avanti c’è una fontanella: sulla sinistra si scorgono i dirupi della Cima delle Murelle (2596 m) che si ergono in prossimità del Bivacco Fusco (2455 m).

Ora da qui ha inizio la salita lungo il crinale settentrionale del monte Focalone, un immenso ghiaione distribuito a “placche” quasi come se fossero delle immense gradinate. Da qui è possibile scorgere tra le pietre i resti di fossili marini impressi nella bianca roccia e ciò lascia supporre che milioni di anni fa queste alture si trovavano sotto il livello dei mari. In breve si raggiunge la cima di monte Falcone (2676 m) mentre in lontananza, verso E, si erge la cima del monte Acquaviva (2737 m). Di qui , scendendo in direzione SW lungo il filo di cresta, si varca il “Primo Portone” (2668 m) e si perviene, in meno di un chilometro, alla Cima Pomilio (2656 m). Scendendo a destra, verso occidente, lungo un sentierino che scivola su brulli pendii, si aggirano i versanti meridionali di monte Rotondo (2658 m); subito dopo si attraversa il “Secondo Portone” (2656 m).

Il sentiero ora prosegue lungo un ghiaione; in basso, a sinistra verso S, va aprendosi l’anfiteatro naturale della Valle Cannella con, sullo sfondo, il Bivacco Manzini (2523 m). Poco dopo si raggiunge il ciglio di una cresta rocciosa che divide da un lato, verso N a destra la Valle dell’Orfento, mentre dall’altra, verso S, la Valle Cannella. Siamo così giunti al “Terzo Portone” (2653 m), e qui c’è il punto più critico dell’intera traversata. Bisogna fare molta attenzione quando si comincia ad arrampicare su queste rocce che sono piene di insidie, instabili e scivolose le quali si aprono con profondi strapiombi verso i sottostanti valloni. Da qui già è possibile notare, volgendo lo sguardo a sinistra, la mole rocciosa e tondeggiante del monte Amaro.

Piegando ad arco verso sinistra ed effettuando un saliscendi verso SW, si raggiungono le pendici settentrionali della cima del monte Amaro. Si affronta quest’ultima salita zigzagando lungo il ripido pendio sassoso che in poco tempo porta in cima del monte Amaro (2793 m), la più alta vetta della dorsale montuosa della Majella e di tutto l’Appennino Centro Meridionale, seconda cima solo dopo il Gran Sasso. Da quassù, avvolti solo dalle nubi e dal cielo possiamo conoscere cosa significano davvero le sensazioni e i sentimenti del silenzio, dell’immenso e dell’infinito: lontane cime isolate, profondi valloni, un alternarsi di boschi e foreste, un cielo terso come non mai, le tracce del lupo impresse nella neve fresca; come non restare affascinati dalla maestosa bellezza di questa montagna, sicuro rifugio di briganti e pastori transumanti, naturale habitat di animali altrove assenti.

In cima vi è collocato il traliccio in ferro che indica il punto trigonometrico vicino alla tondeggiante struttura del Bivacco Majorano. I bellissimi panorami e le vedute paesaggistiche che da quassù si scorgono, meritano senz’altro più di qualche minuto di una semplice visita ma in montagna, come si sa, il tempo è tiranno. A settentrione si intravede la mole del Gran Sasso; a oriente l’azzurra distesa del mare Adriatico con le isole Tremiti e i primi rilievi della Croazia; a mezzodì le aspre vette della Meta, delle Mainarde e, più oltre, il bianco Matese; a ponente le cime del Sirente (2487 m) e del Velino (2349 m). Dal monte Amaro ha ora inizio, puntando verso S, una lunghissima discesa che conduce ad attraversare le desertiche pietraie e i ghiaioni della lunga Valle di Femmina Morta.

Poco sotto la cima del monte Amaro inizia un brullo paesaggio che assume un aspetto desertico, quasi lunare: rocce, pietre e massi isolati sono gli unici elementi di una qualche forma visibile che si ergono dall’assolato piano ghiaioso che scivola verso il fondo. A sinistra, in prossimità di alcune sporgenze rocciose, vi è nascosta la Grotta Canosa (2604 m). Mantenendosi sempre lungo la sinistra orografica della Valle di Femmina Morta, si continua a scendere procedendo con cautela e facendo molta attenzione a non inciampare lungo i ghiaioni. Si aggirano, così, l’Altare dello Stincone (2563 m) e il monte Macellaro (2636 m). Al termine di questa lunga discesa si giunge alla desertica radura (primi tappeti di verde) del Fondo di Femmina Morta (2380 m). Un naturale anfiteatro di brulle cime si para davanti: sulla destra, verso W, si prende un sentiero che attraverso la Forchetta della Majella (2390 m) scende ripidamente, con non poche difficoltà, verso Campo di Giove.

Si continua proseguendo ancora verso S e dopo un continuo saliscendi tra rocce, ghiaioni e inghiottitoi, si giunge alla Tavola Rotonda (2403 m). Da qui, lungo i crinali erbosi, si transita nelle vicinanze dei vecchi impianti di risalita in disuso, fino a scendere lungo una ripidissima sterrata che porta al Valico del Guado di Coccia (1652 m): di fronte, a mezzogiorno, si para l’imponente mole a forma piramidale del monte Porrara (2137 m). Dal Guado di Coccia, verso occidente, si procede in discesa lungo una serie infinita di tornanti che tagliano, attraverso un bosco di faggi, il sentiero la cui traccia sbuca presso le adiacenze del cimitero di Campo di Giove (1017 m), a meno di un chilometro dal centro abitato; qui ha termine questa lunga traversata della Majella.

Pubblicato da Andrea Perciato

Sono una Guida Ambientale Escursionistica dell'AIGAE (Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche). Giornalista/pubblicista, esperto della progettazione di itinerari escursionistici e della promozione turistica mirata all'ambiente e alla natura. Amante del sapere e sempre alla ricerca di nuovi orizzonti da esplorare e da raccontare. Camminare, sognare, respirare e amare questo bellissimo e incredibile mondo.

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