Chi giunge per la prima volta sull’isola di Rodi, la principale del Dodecaneso nel mar Egeo, e quasi alle porte con la Turchia, non ha immediatamente la sensazione delle meraviglie che si aspetta di trovare, conoscere e scoprire. Un viaggio nel tempo alla scoperta di quelle “finestre” di storia che hanno fatto di Rodi un luogo leggendario; laddove culture ed etnie diverse si sono incrociate – spesso combattendosi e, successivamente, amalgamandosi – in un melting-pot di colori, profumi, suoni, dialetti, razze, religioni… Qui a Rodi, nel cuore del Mediterraneo, ha avuto la sua origine la “sublimazione” del Medioevo espressa attraverso tutte le sue incredibili forme. Ma come si fa a conoscere ed apprezzare ciò che un luogo, da sempre, affascina per le sue molteplici peculiarità? Semplicemente a piedi. Il nostro urban-walk attraverso la città capoluogo comincia dalla sua marina, un tratto di costa che si protende nel punto più a settentrione dell’isola. Da qui, puntando verso sud-est, si superano storici edifici che – nei colori e nei disegni – ricalcano le interpretazioni architettoniche e decorative dello stile veneziano.
Siamo sul mare e a poche decine di metri compaiono i due bracci del molo che racchiudono il porto sormontati da due colonne recanti, sulla sommità, un cervo e una cerva: il punto da cui si ergeva il leggendario “Colosso” di Rodi. Continuando verso sud, si sfiora la Cattedrale dell’Annunciazione (Ιερός Καθεδρικός Ναός Ευαγγελισμού της Θεοτόκου) che si ispira alla Chiesa di San Giovanni dei Cavalieri di Rodi convertita in moschea nel 1522 e distrutta da un fulmine che nel novembre 1856 aveva colpito i sotterranei utilizzati come deposito di polvere da sparo; questa esplosione causò la morte di 800 persone mentre oggi, quello luogo sacro è stato convertito al culto greco ortodosso.
Le mura settentrionali dell’antica città, già si scorgono sull’orizzonte verso sud. Attraversati il lungo viale dei “Sette Martiri”, a destra compare la singolare facciata dell’area mercatale, la “Nuova Agorà”; si aggirano le darsene del porto di Mandraki, ove ormeggiano le imbarcazioni che offrono il giro turistico lungo le coste isolane, e si giunge sul braccio da cui spiccano i pittoreschi Mulini “a vento” di Rodi, o di Verer (Ανεμόμυλοι Ρόδου), torri cilindriche costruite in pietra e risalenti ad epoca bizantina; essi venivano principalmente utilizzati per macinare il grano che giungeva dalle navi che attraccavano al porto; il luogo è davvero suggestivo con la Torre del Faro di San Nicola che si staglia sullo sfondo e i mulini sono una delle attrazioni paesaggistiche più fotografate di Rodi.
Finalmente giunti sotto le mura, scelgo di entrare nella città antica attraverso la Saint Paul’s Gate, la Porta di San Paolo (Πύλη Αγίου Παύλου) costruita nella seconda metà del XV secolo per collegare direttamente la città vecchia con il porto; qui era ubicata l’antica armeria. Il suggestivo transito attraverso questa porta in pietra, rimanda ai fasti degli assedi e della difesa da parte degli isolani per tutte le minacce che giungevano dal mare; una scalinata (senza parapetto) in pietra consente di raggiungere il camminamento che scorre lungo il perimetro da cui si scorgono le strutture portuali.
Dentro la città, alla prima porta che compare sulla destra, si entra – finalmente – nella città vecchia. Alcuni ruderi sparsi sulla sinistra sono tutto ciò che resta del Tempio di Afrodite. Una breve salita che piega a sinistra e s’apre il piazzale della Square of the Hebrew Martyrs (la piazzetta dei Martiri ebrei). Subito dopo un portico ad arco ribassato introduce in uno slargo che immette nella piazzetta su cui prospettano a sinistra la spoglia facciata della chiesa di Nostra Signora del Castello (Παναγία του Κάστρου); alle sue spalle una fontanina con effigi di matrice islamica, mentre a destra si erge il possente edificio del Museo Archeologico di Rodi (Αρχαιολογικό Μουσείο Ρόδου); ma, come per incanto, tra la facciata della chiesa e lo spigolo destro del palazzo museale compare l’essenza di Rodi, laddove il Medioevo si respira attraverso ogni singola pietra: la Via dei Cavalieri di Rodi (Οδός των Ιπποτών της Ρόδου).
Appena all’inizio, sulla destra, c’è la Casa del Sultano Cem, il rifugio medievale del principe ottomano Cem, che cercò asilo qui mentre fuggiva da suo fratello. Un viaggio nel tempo camminando lungo la strada più bella e famosa di Rodi; attraversandola si viene coinvolti dalle atmosfere di epoche antiche. La toponomastica rodense identifica questa Via dei Cavalieri anche come “Odos Ippoton” (oppure come Ritterstraße) e la prima impressione che si ha è quella di sentirsi catapultati direttamente nel Medioevo; una via da percorrere assolutamente a piedi (le auto, e altro di motorizzato, sono vietate) circondata dal fascino e dall’atmosfera d’altri tempi osservando – semplicemente – i vari edifici, i loro portali, i loro balconi e le finestre; i loro stemmi sulle facciate sono un autentico “bagno” di storia. Stiamo percorrendo l’antica strada che congiunge l’Ospedale dei Cavalieri di San Giovanni (l’attuale Museo Archeologico), e che termina alla maestosa Porta di Santa Caterina adiacente al Palazzo del Grande Maestro. La strada presenta davvero una bella atmosfera medievale; essa è giunta fino a noi conservata in ottime condizioni ed è sopravvissuta nella sua forma immutata fino ad oggi, il che la rende unica al mondo.
Una via lunga che sale in lieve pendenza, dalla pavimentazione acciottolata, su cui prospettano le facciate di antichi palazzi nobiliari, sedi delle tante locande dei Cavalieri dell’Ordine di San Giovanni o chiamati anche “Cavalieri di Rodi” che un tempo occupavano questa via come, punti di ristoro al ritorno dalle Crociate oppure utilizzate come alloggi per offrire ospitalità ai pellegrini che, per raggiungere Gerusalemme, passavano da Rodi. Lunga 200 metri per una larghezza di 6, si tratta di una strada dritta e stretta con una piccola salita e pavimentata dal sistema acciottolato a “lingua di gatto”; un luogo che ovunque respira di storia. Lo stile architettonico è puramente Gotico e ai giorni nostri dei sette edifici che rappresentavo le “sette nazioni” e le “sette lingue” (Alvernia, Provenza, Francia, Aragona, Germania, Inghilterra ed Italia) ne sopravvivono solo quattro; si può intuire come quasi tutti i paesi cristiani d’Europa a quel tempo erano rappresentati qui.
Le antiche locande sono state trasformate in consolati ed uffici delle ambasciate estere, ed ognuna è riconoscibile dai propri stemmi sulle facciate. Volgendo lo sguardo all’insù cercando di catturare quanti più dettagli stilistico/decorativi o prospettici/architettonici possibili, si avverte chiaramente lo “spirito del passato”. La più’ grande quella di Francia (Κατάλυμα Γαλλίας) sulla destra e la si riconosce per l’iscrizione datata 1492 dedicata ad Emery D’Amboise Gran Priore di Francia e Gran Maestro dal 1503 al 1512. Il tetto è bordato da teste di coccodrilli in onore del Gran Maestro Dieudonnè de Gozon che uccise un’esemplare scappato da una nave egiziana terrorizzando la città. Sempre a destra la Church of Holy Trinity (Ιερός Ναός Αγία Τριάδα) Chiesa della Santissima Trinità, fondata dagli Ospitalieri e consacrata alla fede cattolica. La sua storia risale agli anni 1365-1374 e a quel tempo apparteneva alla Lingua d’Inghilterra (i cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme erano divisi in sette nazioni, chiamate “Lingue“: Provenza, Alvernia, Francia, Italia, Spagna , Germania e Inghilterra).
Sempre sulla destra, l’Ambasciata Italiana costruita nel 1519 dall’architetto e Gran Maestro Fabrizio del Carrette con lo stemma armato al centro. La scultura della Vergine Maria con il Bambino risale probabilmente alla fine del XV e XVI secolo, costruita tra il 1365 e il 1374, e fu dedicata all’Arcangelo Michele, ma successivamente dedicata alla Santissima Trinità. Durante il dominio turco ottomano sull’isola, fu trasformata in moschea con il nome di Khan Zade Mescidi e, successivamente, trasformata in chiesa ortodossa quando le isole del Dodecaneso furono annesse alla Grecia dopo la seconda guerra mondiale.
Sulla sinistra invece troviamo Katalima Ispanias (Κατάλυμα Ισπανίας) l’Ambasciata di Spagna, un edificio in pietra a due piani con ingresso ad arco con un giardino al suo interno che sembra ricordare quelli di Alhambra, il “paradiso islamico” di Granada, una sala riunioni di circa centocinquanta metri quadrati e lo stemma spagnolo. Esso si collega con la residenza/locanda della Provenza (che è di fronte) da una transizione sotto forma di un arco. In queste locande, che inizialmente erano otto, i Cavalieri Ospitalieri iniziarono come ordine di Ospitalieri e col tempo divennero una delle confraternite cavalleresche più influenti. Operavano infatti a scopo di lucro: bottini di guerra, possedimenti terrieri, tratta degli schiavi, operazioni finanziarie sospette, trasporti di pellegrini.
Anticipati dalla Loggia of St. John (Λότζια Αγίου Ιωάννου), imponente portico ad archi con volte a botte e a “crociera” eccoci finalmente davanti al cancello che introduce al possente Palazzo dei Gran Maestri dei Cavalieri di Rodi (Παλάτι του Μεγάλου Μαγίστρου των Ιπποτών της Ρόδου) una bellissima fortificazione di dimensioni imponenti collocata nel cuore della città medioevale. Superati l’ingresso sostenuto dalle imponenti torri merlate, s’apre un ampio cortile interno su cui s’affacciano i vari ambienti della fortezza vissuta dai Cavalieri e i loro maestri, per ben 213 anni continuativi (1309/1522): rampe e gradinate, portici con archi ogivali, fontane, grandi e maestose sale con interni finemente decorati, arredi, magnifici esemplari di mosaici, statue e manifatture di pregio valore artistico. Passeggiando alla base delle sue mura restituisce arcane sensazioni di un tempo in cui s’incrociavano lame di lunghi spadoni e riecheggiavano le cavalcature di cavalli bardati.
Spostandosi brevemente verso sud sulla sinistra una breve elevazione lascia prospettare quelle che sono le rovine di St John Of The Collachio, proprio nel luogo di quella che fu la Turkish School (Τουρκικό Σχολείο) un’opera architettonica di matrice ottomana: Suleymaniye Madrasa costruita da Fethi Pasha. Ahmed Midhat Efendi ed Ebuziyya Tevfik Bey, che erano i n esilio a Rodi, decisero di aprire questa scuola, che sarebbe stata conosciuta come Süleymaniye High School. Pochi passi e siamo proprio a ridosso della Torre medioevale dell’Orologio (Ενετικός Πύργος Ρολογιού) che si erge tra il Palazzo del Gran Maestro e la Moschea di Solimano e da cui si gode di una bellissima vista sulla città. E’ un luogo molto caratteristico, reso tale anche dai grossi vecchi ingranaggi dell’orologio che danno il nome alla struttura. La torre fu costruita dagli Ottomani nel XIX secolo sui resti di una precedente costruzione bizantina.
Proprio accanto s’impenna – nella sua elegante e sottile forma – il “minareto” della Moschea di Solimano (Τέμενος του Σουλεϊμάν) racchiusa all’interno di un modesto cortile. Essa caratterizza il centro dell’antica città. La grande Moschea di Solimano sorge nel noto quartiere popolare chiamato Chora, e di sicuro è una delle costruzioni più famose ed importanti della città vecchia. Fatta costruire nel 1522 dopo la vittoria del sultano ottomano Solimano ottenuta sui Cavalieri di San Giovanni, che si rifugiarono a Malta in seguito alla sconfitta, fu eretta sulla base dell’antica chiesa dei SS. Apostoli, di cui ancora si può scorgere il portale tinto di un inconsueto colore rosa; alle sue spalle una porta, con enorme scritta islamica sul timpano, consente di accedere nel cortile della Biblioteca musulmana.
Proseguendo lungo la sinuosa stradina ..di Ippodamou presso un arco, volgendo a sinistra, si scende attraverso un singolare passaggio – vicolo Arhelaou – che passa sotto archetti che sorreggono le facciate di antichi edifici in pietra; in breve si raggiunge Arionos square, con al cento un gigantesco albero (forse un tiglio) che offre una copiosa ombreggiatura di circa 40 metri. Una muratura con cancellata (chiusa da tempo) in ferro, consente di poter scrutare all’interno e ammirare tutta la bellezza di un edificio dalla facciata tinta in ocra e che racchiude nel prospetto frontale la simbiosi di più stili architettonici: Sultan Mustafa Mosque (Σουλτάν Μουσταφά Τζαμι), una moschea ottomana fatta costruire dal sultano Mustafà III; iniziata da Ebûbekir Pasha nel 1610-1620, ma la struttura non fu mai completata. Secondo l’iscrizione sulla porta principale della moschea c’è scritto “Bismillah”, ed è datata 1765.
Una vecchia fontana (Reinigungsbrunnen) al centro della piazza, eretta su un balzo/gradone (che un tempo sorreggeva, tramite colonnine, una cupola) di forma ottagonale formato da pietre irregolarmente squadrate, presenta bordi con lastre scolpite in pietra a motivi floreali. Nella sua forma precedente era coperto da una cupola sorretta da otto colonne con capitelli a voluta, collegate da archi a sesto acuto. Ai lati del serbatoio d’acqua in marmo a dodici angoli della fontana, ci sono cipressi su entrambi i lati del rubinetto e vasi decorati con rose, tulipani e garofani.
Poco più a lato, verso sud compare un’altra piccola moschea, Hamza Bey Mosque (Τέμενος Χάμζα Μπέη), dedicata al comandante della flotta ottomana fino al 1456 e a cui fu affidata la guida dei navigli e la successiva conquista delle isole del Dodecaneso. Imbros, Lemnos e Thasos si arresero, ma poi qualcosa andò storto. Bloccato dagli Ospitalieri di Rodi, Hamza non riuscì a conquistare il resto delle isole dell’arcipelago. Si tratta di una tipica moschea con coronamento a cupola, la cui originalità – almeno per quanto riguarda altri esempi di architettura musulmana prevalenti sull’isola – consiste nel fatto che la cupola è stata rivestita con piastrelle rosse in stile bizantino. In molti ritengono che sia stata forse costruita sulle fondamenta di una precedente chiesa cristiana di rito greco-ortodosso o cattolico romano, e che fosse dedicata al culto della Trasfigurazione del Salvatore.
Volgendo per un vicoletto (Ergiou) ad est, e superando un dedalo di negozietti e botteghe d’ogni genere, si raggiunge la principale via (Sokrathous) che scende dalla Moschea e in pochi minuti raggiunge quella che può essere considerata – a ben ragione – il centro pulsante di tutta la vecchia città: Piazza Ippocrate (Πλατεία Ιπποκράτους) che ha sempre ospitato – fin dall’antichità – botteghe e negozi (antico mercato del pesce) e dove avvenivano tutti i tipi di traffici commerciali. Questa è la principale piazza di Rodi vecchia; tutt’intorno si avverte l’essenza mediorientale delle varie epoche succedutesi sull’isola ampiamente espresse attraverso le architetture che vi si prospettano. Il posto è molto bello, dalla vivace atmosfera, interessante a tal punto che se ci si siede, magari sulle gradinate di una scala rampante, ad osservare il mondo che passa sotto i propri occhi, allora questo è sicuramente uno dei più bei posti di Rodi. Tutt’intorno è un alternarsi (quasi come un affascinante mix) di stili architettonici dalle molteplici influenze: da quelle medievali a quelle ottomane e persino italiane. Al centro della piazza si trova una suggestiva fontana (forse di matrice araba), sormontata da una civetta e spesso ornata da vasi di fiori. Storicamente, le fontane servivano sia a scopi estetici che pratici negli spazi pubblici, e questa non fa eccezione. Aggiunge un tocco atmosferico alla zona e funge da popolare punto d’incontro.
Siamo a pochi metri dal mare che si scorge appena oltre gli edifici storici; tutto questo all’interno delle mura del castello con diverse attrazioni proprio sul mare. Da qui si vede già la torre della porta e si continua lungo via Ermou, barcamenandosi nell’intricato ginepraio costituito da botteghe e negozietti che vendono di tutto, fino a raggiungere il varco della Porta di Arnauld, che sbuca proprio alla base delle mura che affacciano sul porto di Kolona. Queste possenti mura, per come sono state realizzate e strutturate, sembrano somigliare molto a quelle che circondano la città vecchia di Gerusalemme, in Israele; ciò lascia facilmente intuire come una simile costruzione difensiva sia stata introdotta dai cavalieri Crociati quando, sconfitti da Salha ‘Addin, furono costretti a lasciare la città del Santo Sepolcro e a trovar rifugio proprio su quest’isola di Rodi ove poterono continuare a mercanteggiare ed a stringere commerci con tutte le popolazioni che affacciavano sul mare.
Gli echi lontani delle cavalcature dei cavalieri, si perdono attraverso gli angoli più lontani e nascosti dei vicoli; il nitrire dei cavalli determina il riposo dopo aver cavalcato per chilometri, quasi una sorta di ringraziamento per esser nuovamente rientrato nella stalla a meritarsi la propria biada; i suoni metallici delle armature e delle spade ricollocate al proprio posto; il vociare concitato delle ultime azioni commesse, inebriandosi davanti a un boccale ricolmo di idromele e l’intrecciarsi di imprecazioni e (forse) qualche bestemmia, lascia facilmente scorrere la mente ai ricordi di come questi uomini “monaci guerrieri” – meglio conosciuti come Crociati – potessero vivere e trascorrere le proprie giornate su quest’isola. Per il resto… aggiungete a vostra discrezione tutti i gli ingredienti emotivi risalenti a quell’epoca e fateli balenare tra la vostra mente e il vostro cuore! (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)
