Esiste un luogo oggi, nel Parco Nazionale del Cilento-Alburni-Vallo di Diano, che è uno tra i più belli e incantevoli dell’intera fascia costiera, un autentico paradiso del mezzogiorno italiano proteso nel Mar Tirreno: Baja di Punta Infreschi. Piccolo gioiello di concentrato di natura, ove emergono gli esaltanti profumi di un’acqua così incredibilmente azzurra trasportati dalla brezza del vento e dove gli odori di una terra, solo “apparentemente” arida, genera uno tra i prodotti alimentari di maggior consumo sulla gran parte delle tavole del Mediterraneo: l’olio, nella fattispecie quello detto di “Pisciotta”.
Questo particolare itinerario tocca e attraversa uno degli estremi punti (tra i più selvaggi e incontaminati) della provincia di Salerno, là dove le correnti marine si intrecciano e i venti s’incrociano in un brulicare di essenze aromatiche tra le più inconsuete: agavi, fichi d’india, rosmarino, salvia, rucola, timo e lentisco. La zona, conosciuta fin da epoche remote come uno tra i più importanti punti di riferimento per le rotte marine lungo le coste tirreniche da Vibo (Valenzia, in Calabria) a Puteoli (vicino Napoli), fu poco sfruttata durante l’egemonia ellenica; ecco perché oggi quest’angolo di paradiso si mantiene ancora così straordinariamente intatto e, fortunatamente, lontano da qualsiasi tentativo di speculazione edilizia.
Questo lembo di terra è il tipico ambiente cilentano circondato da campi coltivati a ulivo e sistemati su differenti livelli disegnati sul terreno con muretti a secco; qui la pianta resinosa del lentisco è fortemente presente e caratterizza, spesso, anche la toponomastica locale. I giovani raccontano che in tempi antichi, gli abitanti della zona alloggiavano in case fatte di pietra, sparse sui terrazzamenti e distribuite lungo il litorale della frastagliata costiera. Oggi, di quelle case, non sono rimaste che poche tracce riconoscibili in qualche rudere sparso nella fitta macchia che si estende lungo la scogliera.
Muovendosi dalla Marina di Camerota ha inizio un sentiero che per gradoni guadagna quota fino a giungere tra appezzamenti di uliveti in contrada Lentiscella; sotto a destra, sullo sfondo del mare, si scorgono tra agavi e fico d’india, le scogliere e le insenature di Cala Fortuna con la sua ciottolosa spiaggia, e Cala Bianca con la sua omonima Torre. Così, dopo incredibili saliscendi si superano case coloniche abbandonate ed uliveti misti a piante di carrubo. Giunti a un primo incrocio si prende a destra, verso E, fino a guadagnare quota presso un dosso da cui s’aprono ampie vedute paesaggistiche che si estendono tra il mare e l’interno; siamo a ridosso (macchia e ulivi terrazzati) della modesta altura di monte Luna che prospetta a mezzodì.
Da qui parte una discesa in terra battuta che conduce fino al Vallone Viamonte che sbocca nella ciottolosa Cala Fortuna. Guadagnando il versante opposto, il sentiero ora prosegue all’aperto attraversando una bassa cespugliaia formata da agavi, ginestre, mirto e carrubo. Penetrati in un’ampia radura che scivola verso Cala Bianca, si continua ancora all’interno fino ad attraversare il Vallone Cerze di Jazzo. Superato il solco si guadagnano le cespugliose dorsali che, per serpentine, raggiungono i crinali di un promontorio con alcune case coloniche isolate. Da qui si devia leggermente per qualche decina di metri verso sinistra e si giunge presso una vecchia casa ove un isolato albero d’ulivo è posto di fronte ad essa.
Giù a destra, nascosto tra le ginestre, si apre la traccia di un sentiero che scende attraverso una copiosa vegetazione di macchia mediterranea. Perdendo quota, lentamente s’apre uno spettacolo ambientale di inaudita bellezza, posto in uno dei punti più incantevoli della costa cilentana: la baia di Porto degli INFRESCHI, naturale insenatura ad arco entro cui si racchiude un limpidissimo mare dai policromi fondali che vanno dal turchese al giada, dal cobalto fino al verde smeraldo. Naturale rifugio per l’approdo di barche, gli antichi Romani ne fecero un posto tappa lungo i loro viaggi costieri; ciò viene caratterizzato dalla presenza di antichi ruderi che si trovano sparsi lungo i suoi costoni rocciosi e che, precipitando a mare, delimitano l’intera baia.
Una chiesetta dedita al culto di S. Lazzaro, situata lungo il pendio ed appoggiata alla roccia, segna la fine del sentiero. Ancora un paio di gradinate scavate nella pietra e poco più sotto, in basso a sinistra, si apre una piccola spiaggia acciottolata. Dal basso, la veduta della scogliera è ancora molto più bella e suggestiva. In alto, tra le numerose grotte presenti nella roccia, non è difficile veder volteggiare falchi pellegrini in piena libertà. Qui, nel XVII secolo, le grotte della zona venivano usate dai pescatori come magazzini per le attrezzature e depositi d’acqua potabile. Alcune sorgenti, infatti, sbucando dalle cavità ipogee sottomarine, s’immettono direttamente nel mare e ciò spiega la diversa temperatura e la bellissima colorazione di questi fondali. In una vasca squadrata rivestita in cotto posta a destra della piccola spiaggia, si eseguivano la cottura, la concia, la colorazione e la riparazione delle reti che servivano per la pesca.
Proprio sulla parete in alto si scorge quello che è il simbolo del Parco Nazionale: la rarissima “Primula Palinuri”. Sulla pista per il ritorno si attraversano i “festoni” di un uliveto formato da giovani tronchi ed alcune vecchie case in pietra, con annessi fornaci e recinti per gli animali al pascolo; tipica scenografia campestre caratterizzata da una serie di muretti bassi a secco che segnano il terreno circostante e la copiosa macchia di vegetazione mediterranea che s’incrementa di sterpaglie, fogliame sparso, ginestre e rovi determinando questi luoghi in cui si aprono incantevoli fondali marini che rispecchiano crinali montuosi protesi verso il mare. Attraversati il vallone si esce allo scoperto; qualche albero offre rare zone d’ombra, mentre il sentiero transita sopra l’insenatura di Cala Bianca, ove le antiche case dei pescatori s’intravedono appena tra la fitta macchia. Travalicato poi un successivo crinale, si discende in un vallone dominato da sterpaglie e, per un sentiero che comincia ad allargarsi, si sbuca in contrada Lentiscella; da qui in breve si è nuovamente a Marina di Camerota. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)
