Un borgo medioevale affacciato sulla gola in cui scorrono le acque di un fiume; stiamo parlando del borgo diroccato di San Severino di Centola e del fiume Mingardo. Mentre il corso fluviale del Mingardo scorre lento e frizzante di profumi verso il mare, all’altezza delle pendici occidentali del monte Bulgheria, l’attenzione viene catturata da quelle conformazioni rocciose (flysh e marne) tinte di grigio e rosa che, innalzandosi maestosamente, sovrastano un angusto e spettacolare paesaggio sulla cui rupe resistono al tempo i resti di un borgo abbandonato e sotto cui s’apre la stretta Gola del Diavolo.
Proprio al centro di questa valle sorge su di uno sperone roccioso, a ridosso della gola e alla base della montagna, il borgo medioevale di S. SEVERINO di CENTOLA (164 m) arroccato villaggio che dall’alto sovrasta, coi ruderi del suo poderoso Castello costruito intorno al XI secolo, il paesaggio che caratterizza la gola. Il maniero per la sua strategica posizione aveva una notevole importanza: situato come “vedetta” all’accesso del passaggio sulla stretta valle del Mingardo formava, insieme con i castelli della Molpa sulla costa e del Castellaccio, al centro della vallata del Mingardo, un imponente sistema difensivo lungo quell’importante asse di comunicazione che puntava verso i territori lucani dell’interno.
Dalla Strada Provinciale n° 109 (Via Olmo) che sale dal ponte sul fiume, presso uno stretto tornante, parte una sentiero su gradoni che, in pochi minuti, raggiunge le prime case del borgo diroccato di S. Severino. Questo paese, abbandonato da oltre mezzo secolo, fa parte oggi del patrimonio artistico e ambientale italiano. Le sue case dirute, i suoi portoni spalancati, “segnano” quel definitivo tramonto di una civiltà contadina dedita alla pastorizia e all’agricoltura che per secoli ha affrontato le difficoltà di una vita dura e paziente. Oggi, la suggestività del borgo si riscontra nel silenzio che avvolge le case disabitate, negli echi delle finestre aperte sul vuoto, nelle ombre delle piccole strade, nei profumi intrisi di mare che aleggiano tra i viottoli, nei fruscii degli ingressi che, spalancati, restituiscono quel tipico ambiente dei “sottani” (i soggiorni di una volta) col camino ancora annerito dalla cenere e che prospettano su arcate e gradinate diroccate.
Tutto è rimasto immutato in un arcano silenzio avvolto dalla frescura di alberi, cespugli e foglie che sono cresciuti ed hanno ormai avvolto completamente questi spazi disabitati. Il borgo non è più dell’uomo: qui la natura, annullando i “confini” tra interni ed esterni, ha preso gradualmente il sopravvento. Si riscontrano in questi edifici, caratteristiche architettoniche che si differenziano tra la semplice struttura rurale tipica cilentana, le palazzine nobiliari e qualche portale che si evidenzia con particolari decorazioni. Si respira nell’aria una “segreta intimità” nascosta tra le pietre dei muri ammuffiti, nelle volte architravate in legno che crollano sotto il peso del tempo, nelle bocche degli antichi focolari avvolti ancora dalla fuliggine perpetuando così il ricordo della storia, di un “vissuto” che non vuole affatto essere dimenticato.
Attraversare il borgo è una indimenticabile esperienza, un profondo tuffo in una particolare atmosfera irreale e suggestiva che dà la sensazione come se il tempo, qui, non fosse mai trascorso. Poco fuori il paese abbandonato di S. Severino al suo margine orientale un cammino lastricato in pietra, con dei lunghi gradini e passamani in legno, in breve discesa porta a giungere nei pressi della gola del fiume Mingardo, qui chiamata del Diavolo, aspra e bellissima nella sua selvaggia solitudine.
Lasciando il paese nel suo bucolico silenzio, con breve spostamento si raggiunge il ponte che scavalca il fiume, proprio al centro della valle. Nelle vicinanze del ponte, sotto in basso a destra, si apre un passaggio che permette (facendo molta attenzione) di poter scendere fino al letto fluviale. Il sentierino che ora qui compare è la traccia di quell’antica mulattiera (in parte intagliata nella roccia) che prosegue lungo le sponde acquitrinose, e segue l’intero tracciato del fiume inerpicandosi, dalla foce verso il suo interno, lungo il fianco soleggiato (destra orografica) della valle del fiume Mingardo, verso quegli “invisibili” abitati nei quali trovarono rifugio e riparo le antiche popolazioni della costa in epoca medioevale durante le sanguinose invasioni saracene.
Sono ambienti fiabeschi questi, il borgo e la valle del fiume Mingardo, entrambi avvolti da una natura ricca di suoni, di colori e di profumi in cui il millenario scrosciare delle acque fa da sfondo ad una quiete rarefatta, ove non è difficile riuscire a vedere saltare le trote controcorrente dal pelo dell’acqua; un silenzio surreale in cui si fondono le ombre delle irte pareti rocciose e gli echi che rimbalzano da un lato all’altro della valle. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)
