Sull’orizzonte australe della pittoresca Marina di Pisciotta si apre quel naturale anfiteatro che, proteso nel mare, viene determinato dal promontorio calcareo di Capo Palinuro; un toponimo, questo, che evoca il ricordo (tramandatoci dalla leggenda) del nocchiero di Enea caduto in mare durante il sonno e la cui tradizione vuole che nei pressi della sua punta, alla base delle sue ripide pareti, fosse ubicata una specie di tomba. Si narra che lo sfortunato pilota della flotta di Enea non perì quasi subito, ma dopo che egli raggiunse a nuoto la scogliera qui, stremato dalle forze, svenne, e quando fu ritrovato dagli abitanti del vicino villaggio di pescatori questi, credendolo fosse una “creatura” sconosciuta (proveniente dalle onde e quindi non terrena), lo presero a percuotere fino a causarne la morte.
Simile alla maggior parte dei promontori montuosi (vedi monti Lattari, Gargano, ecc.), quello di Palinuro va soggetto a continue e violente tempeste marine e in due occasioni fu teatro di disastrosi naufragi a danno della flotta Romana: il primo avvenne nel 253 a.C. quando la squadra navale al comando dei consoli Servilio Cepione e Sempronio Bleso, di ritorno dalle campagne in terra d’Africa, naufragò sulla costa preso Palinuro causando la perdita di 150 legni compresi l’intero bottino che questi recavano; il secondo incidente avvenne, invece, nel 36 a.C. quando un grosso numero di navi della squadra di Augusto destinata alla Trinacria, costretta a ripararsi da una tempesta nella rada di Velia, andò a schiantarsi sulle rocce tra la città eleatica e l’adiacente Capo di Palinuro.
Ci muoviamo alla conoscenza di questa meravigliosa “perla” del Mediterraneo che è PALINURO e la sua costa. Dal porto ha inizio un comodo sentiero (attrezzato con balaustre e passamani in legno) che sale lungo la dirupata scogliera fino a giungere a ridosso della Punta del Fortino ove sono presenti i ruderi di un’antica postazione fortificata. Da questo punto lo sguardo spazia lungo l’infinita fascia costiera settentrionale che culmina nel monte Stella, mentre osservando attentamente la frastagliata scogliera del capo, verso occidente, è possibile scorgere sul pelo dell’acqua l’apertura della Grotta Azzurra. Questa splendida cavità ipogea deve la sua fama alle straordinarie tonalità cromatiche dei suoi fondali che la natura del luogo le ha conferito. Infatti essa si espande al suo interno con un ampio lago in cui si riflette il riverbero turchese della luce proveniente da un’apertura sommersa che s’apre al lato opposto di quello a cui accedono le barche.
Il comodo sentiero che sale dal porto termina all’altezza del Fortino. Da qui, ora, ci si arrampica leggermente – effettuando delle serpentine – risalendo lungo i crinali delle Mazare. Si continua così seguendo grosso modo il profilo costiero fino a guadagnare il piccolo promontorio, sotto cui s’apre la Grotta Azzurra, all’altezza della Punta della Quaglia ove sono appena percettibili i ruderi di un’altra torre costiera; di fronte a noi, verso ponente, si estende quello che è uno dei tratti di mare più belli del Mediterraneo. In questo punto il promontorio s’innalza con una scogliera dai lineamenti piuttosto frastagliati; essa, imponente e precipitosa verso il mare, cala a picco nell’immensità dell’azzurro più intenso sprofondando con un dislivello che oscilla tra i 20/30 metri fino a toccare un banco sabbioso che viene ricoperto di alghe. Quaggiù si espande non solo il regno delle alghe, ma anche quello di milioni di microrganismi acquatici, elementi di una natura poco conosciuta che detta le sue regole determinando quelle incredibili colorazioni dei fondali e della superficie che si alternano in base al fantastico gioco delle correnti sottomarine, e ciò in concomitanza all’alternarsi delle stagioni e al rincorrersi delle maree.
I fondali in cui s’immerge il Capo Palinuro sono ricchissimi di una policroma flora e abitati da una variopinta fauna marina tra cui spugne, spirografi, stelle marine (rosse), pharazoantus (animaletti simili a microinfiorescenze) che si presentano come fiorellini colorati di giallo, e numerose altre specie meno note. Lungo questi crinali sono possibili ammirare il profumatissimo giglio marino e la ruchetta di mare dalle infiorescenze lilla chiaro. Nella parte settentrionale il promontorio è ricco di pinete e si alterna ad una macchia bassa composta dal ginepro, dal mirto, dal lentisco, dal rosmarino e dal cisto; mentre le rocce a picco sul mare lasciano danzare (agitati dai venti) i finocchi di mare, la stecade (dall’intenso profumo di liquirizia) e l’endemica “Primula Palinuri” tipica di questo luogo e assurta a “simbolo” del Parco Nazionale del Cilento.
Risalendo per il pendio delle coste di Mazare, portandosi (in località Trappetelle) a ridosso del Faro di Palinuro (203 m) siamo al punto più elevato sulla scogliera; tra gli aspri crinali della Punta Iacco (estremità occidentale) e l’impressionante muraglia calcarea della Punta Spartivento (che si protende a SW); entrambe queste propaggini racchiudono, in una incredibile scenografia fatta di strapiombanti pareti calcaree bagnate dalle impetuose onde marine, quel mitico luogo ove la leggenda indica il punto in cui approdò Palinuro, di quando – come narra Virgilio nella sua Eneide – in una tragica notte il fido timoniere di Enea fu travolto dai marosi mentre era assorto a contemplare il magico cielo sul promontorio, luminoso e palpitante di astri celesti.
Da quassù si ha l’esatta sensazione di una immensa massa calcarea che scende a picco a bagnarsi in un mare la cui scogliera forma numerose cale e punte; e l’insieme di tutti questi promontori costituiscono quello che viene indicato come il Frontone di Palinuro alla cui base si aprono numerose grotte, alcune piccolissime, altre molto vaste ma, comunque, tutte ricchissime di stalattiti e di scenografici effetti abissali. Se si capita di soggiornare in questo incantevole luogo per qualche giorno, nulla di più straordinariamente emozionante è poter assistere a quel meraviglioso spettacolo offerto dai “famosi” tramonti di Palinuro che (e c’è da crederlo) sono una espressione della natura cilentana di struggente bellezza che forse non ha eguali in tutto il bacino del Mediterraneo.
Dal Faro di Palinuro si rientra ora verso l’interno camminando lungo la strada sommitale; giù in basso, a mezzodì, si aprono gli impressionanti scenari di una scogliera tra le più aspre dell’intera costa cilentana che in alcuni tratti sembra davvero una ciclopica muraglia calcarea le cui sole forme viventi sono gli interi nuclei di gabbiani ed altri volatili marini che tra queste pietre trovano il loro sicuro riparo lungo le rotte delle trasvolate migratorie. Superati il profondo baratro di Cala della Lanterna si passa accanto alla bianca struttura della Stazione Meteo (188 m) per poi imboccare una pista che prende a destra e raggiunge i ruderi di una grossa cascina fortificata del ‘700, erto proprio sulla gobba di monte d’Oro (183 m). Scendendo verso S lungo una dirupata si raggiungono i ruderi della Torre di Calafetente da dove si ammira il famoso “archetiello” (un enorme buco nella frastagliata costa rocciosa) dove la rada giù in fondo raccoglie il gorgoglio di particolari acque che abbondano di idrogeno solforato, da cui l’appellativo “fetente” (cattivo, sgradevole, maleodorante); più in là, verso W, sprofonda la dorsale di Punta Mammone.
Per una stradina che degrada tra villette e uliveti si scende leggermente verso l’arenile in cui sfociano le acque del fiume Lambro (anticamente indicato come Molpa): proprio di fronte si para la modesta altura della Molpa mentre sullo sfondo, verso il mare, si erge l’isolotto del Coniglio. Dopo aver ammirato dal basso l’impressionante scogliera di Capo Palinuro si risale il fiume fino a raggiungere la prima ansa (che piega a destra) tra le sponde sistemate a uliveti; lassù si scorgono i ruderi di ciò che resta del Castello della Molpa (citato da Omero nella sua Odissea proprio a ridosso della Spiaggia delle Sirene; Molpa, infatti, è il nome di una di queste affascinanti creature marine) posto a guardia dell’antica via di penetrazione che attraversava l’angusta valle del fiume Mingardo e si collegava coi territori interni della Lucania. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)
