Girovagando per gli altipiani carsici dei monti Alburni, si attraversa una natura, spesso aspra e inospitale, ancora in continua evoluzione per i fenomeni ipogeici di natura carsica come grotte, cavità ed inghiottitoi. Una tra le sorprese più suggestive, quasi incredibili, dell’intero comprensorio, è quel grande masso eroso che reca scolpita, sulla sua superficie protesa verso S, una figura rupestre antropomorfa a grandezza naturale.
Molti indicano questa (quasi) terrazza – luogo di antico culto, preghiera o cerimoniale – che s’affaccia su un ampio paesaggio tra i più caratteristici del Cilento interno, come una semplice pietra lastricata (o scolpita) chissà da chi e chissà da quando è lì impressa, su quella roccia di bianco calcare che prospetta verso ponente, quasi ad accompagnare il sole mentre scivola sull’orizzonte. Durante alcune campagne di scavo e diverse esplorazioni speleo-archeologiche condotte in collaborazione tra la Sezione del CAI di Napoli e l’Università di Siena, ai piedi di questa imponente scultura sono stati ritrovati dei resti (cocci!) in ceramica i quali lasciano interpretare che qui, periodicamente, vi stanziava una comunità di pastori nomadi e che recassero con loro, durante i continui spostamenti, contenitori, olle e recipienti in terracotta smaltata; tracce, queste, che probabilmente lascerebbero inquadrare questa comunità al periodo dell’era del Bronzo (medio!). Tenendo allora presente che il massiccio calcareo degli Alburni è situato in posizione strategica alla confluenza (o agli incroci) di importanti vie di comunicazione che collegavano la costa verso l’interno, molte sono le interpretazioni date alla presenza di questo monolito, abilmente scolpito da mano umana, è qui presente da millenni a testimoniare la presenza antropica (e la frequentazione di questi luoghi) tra queste aspre e selvagge alture dei monti Alburni.
Il masso è situato in zona Costa Palomba (1125 m), a 4 km da S. Angelo a Fasanella, in direzione N lungo la carrozzabile che collega il paese agli altipiani e, sul fronte opposto, a Petina. Non è difficile raggiungere questo luogo così particolare. Dalla rotabile, basta seguire l’apposita segnaletica lungo il sentiero e, dopo una macchia boscosa, si esce allo scoperto su una cresta rocciosa da cui prospetta la veduta panoramica sui paesaggi circostanti, dalle creste sommitali alle vallate e i rilievi che si protendono verso la costa. In prossimità della cima di Costa Palomba e a poche centinaia di metri sulla destra si erge, in una natura brullo-calcarea, questa “stele” posizionata in un particolare punto d’osservazione posto all’ingresso degli altipiani il che lascia intuire che il luogo in antichità doveva essere l’ideale sito per un insediamento di genti dedite alla pastorizia transumante oppure cacciatori isolati. Il rozzo bassorilievo, di difficile datazione storica, si ritrova qui scolpito (probabilmente inciso da qualcuno, ma non si sa da chi!) sulla viva roccia calcarea e rappresenta una figura dalle sembianze umane (il Dio guerriero “ANTECE”).
È possibile riconoscere una “figura” antropomorfa ricoperta da una corta tunica (una daga) stretta in vita e da cui pende una spada. Con la mano destra questa figura regge un’asta (una lancia) che, alla base, poggia su una specie di scudo. Durante alcune campagne di scavo, ai piedi di questa scultura sono stati ritrovati resti in terracotta che possono lasciar intuire la presenza di comunità pastorali che – spostandosi lungo precise rotte tratturali che mettevano in collegamento le pianure con gli altipiani – frequentavano questi rilievi. Diversi possono essere i significati da attribuire al Dio Antece. Alcune interpretazioni datano presumibilmente la stele in un’epoca molto più recente (oltre 2000 anni fa), e potrebbe indicare la testimonianza visiva di un abitante del luogo (pastore o contadino rifugiatosi tra i monti) che, alla vista delle avanguardie (da “Antece”, colui che precede, che viene o passa per primo, oppure come antico) di un grosso esercito abbia avuto paura e, sentendosi in pericolo, abbia deciso di cercare rifugio scappando tra i boschi dei vicini monti. Nel realizzare questa scultura, egli (l’autore del manufatto) non ha fatto altro che testimoniare questo episodio, visto e vissuto personalmente, quasi come uno scatto fotografico del tempo, lasciando ai posteri la facoltà di interpretare dubbi e perplessità sulle genti che transitavano per queste montagne. Lascio aperta la facoltà di “leggere” emotivamente ed intuitivamente il “guerriero” Antece; egli sarà sempre lì, al suo posto, pronto a sorprendere e ad infondere dubbi, perplessità, interrogativi e, perchè no, lasciar spazio anche alla fantasia di ognuno di noi. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)
