“GEBEL-SON” la sacra montagna del CILENTO, tra fede popolare, credenze e misticismo

Trovarci proiettati nel tempo, di fronte alla storia… riscoprendo il fascino del più grande poema della letteratura italiana, nel raccontare il “viaggio” fatto nei tre regni dell’oltretomba da un pellegrino d’eccezione, poema che ci aiuterà a capire il nostro itinerario. Anch’egli mosse da quell’istinto ancestrale, ansietà di purificazione, espiazione, ringraziamento, insomma di ricerca della verità che ancora oggi move l’animo di coloro che (proponendo un intercalare sintetico ma efficace) fanno escursionismo. A volte capita di percorrere vie che evidenziano particolarmente questo retaggio storico-biologico del camminatore/viandante, ed il sentiero per la sommità del monte Sacro Gelbison, al centro del Parco Nazionale del Cilento (in provincia di Salerno), ne è certamente un valido esempio. Qualcuno potrebbe sorriderne, considerando la sua lineare percorribilità, ma in una società di alacre evoluzione e/o dissoluzione, non è più importante un tentativo di “conservazione” (a volte solo fotografico, purtroppo!) per un patrimonio di cultura totale appartenente all’umanità intera?  

Storia e leggenda s’intrecciano continuamente lungo questo cammino. Una tra le più conosciute racconta che… “in epoca longobarda s’incamminarono, lungo la strada che porta fin su al Santuario della Madonna del “Sacro” monte, due cavalieri: uno era credente, mentre l’altro no. Giunti in cima il primo, scendendo da cavallo, si fermò in chiesa a pregare mentre il secondo, in attesa fuori del sacro edificio, lo scherniva sottolineando che ogni atteggiamento di preghiera e devozione avrebbe compromesso la dignità di essere dei “veri” cavalieri. Il cavallo del miscredente s’imbizzarrì e cominciò a disarcionare il cavaliere galoppando nella direzione di un profondo crepaccio; l’armigero peccatore – impaurito – invocò la Madonna ed il cavallo immediatamente si arrestò di scatto sull’orlo di una pietra a pochi metri di distanza dal ciglio di un profondo burrone; cavallo e cavaliere furono entrambi salvi“. Questa pietra da allora viene chiamata “Ciampa di Cavallo” (Zampa di cavallo) e da quel preciso momento i fedeli giungendo in cima al Santuario, hanno gettato nel burrone pietre del sacro suolo cercando di colpire proprio quel punto.

Diversi lo hanno fatto in segno di disprezzo nei confronti del cavaliere ateo, mentre la maggioranza in segno di devozione. Secondo il codice leggendario, la credenza popolare vuole che… “se a colpire la Ciampa del Cavallo è un anziano, egli tornerà al Gelbison anche il prossimo anno; mentre se invece è una donna “da marito”, entro l’anno si sposerà“. Questa montagna non solo è avvolta dalla leggenda, ma un suo forte punto di richiamo e attrazione viene dato anche da quell’alone di mistero che circonda le sue alte creste. Il perpetuarsi delle lotte tra il bene e il male qui non si è mai fermato. Scenografie naturali sono quelle immani sensazioni dei silenzi, del nulla, del mistico che coronano le vicissitudini e la storia di questa Mater Montis (montagna madre). Caratteristica naturale, se non addirittura misteriosa, è la costante presenza della nebbia che avvolge e circonda le irte cime della montagna sacra. Questa, puntualmente intorno alle ore di punta, sale dai sottostanti valloni ed avvolge, come tanti giganteschi veli, la maestosità della vetta coinvolgendo in un tutt’uno fedeli, ritualità, pellegrini e processioni, come se ad un certo punto la presenza del Divino diventasse viva, palpitante.

Emozionante è ripercorrere il comodo sentiero, caratterizzato da tornanti che s’incuneano fin dentro la faggeta, un percorso lastricato al fine di rendere più agevole il cammino agli “scalzi” fedeli, che portano in testa le “cente” (tabernacoli ricolmi di candele e adornati con nastri colorati), rispettosi del sacro suolo che stanno calpestando e, incuranti delle fatiche, cantano incomprensibili litanie tramandate oralmente per secoli da nonno a nipote. Ma chi sono questi fedeli che perpetuano il secolare pellegrinaggio calpestando le pietre di queste antiche vie e inerpicandosi lungo i tortuosi pendii della montagna? Anticamente questi salivano qui solo quando, nel periodo del ciclo del grano, la stagione dei raccolti lo permetteva; oppure per “chiedere grazia” nei riguardi di un parente che soffriva; oppure, chi ancora, per “grazia ricevuta”, saliva fin quassù a sciogliere gli ex voto. Spettacolare e molto pittoresca è la maniera in cui il pellegrino vive e partecipa la sua forte devozione salendo a piedi scalzi lungo l’antico sentiero trasportando nella sua bisaccia, oltre che al modesto tozzo di pane integrale, a qualche pezzo di cacio e all’immancabile vino, anche una pietra (di qualsiasi forma, peso e grandezza) da porre su in cima a testimonianza del pellegrinaggio effettuato. Altra testimonianza è quella di lasciare, invece, sempre da parte del pellegrino, un indelebile segno personale del “suo” passaggio come fazzoletti annodati, pettini, foto con dediche su tutto ciò che è sacro.

Avvicinandoci al Santuario si moltiplicano gli ex voto: protesi, stampelle, vestiti, abiti da sposa, effetti personali, immagini d’ogni tipo (oggi, praticamente, scomparsi del tutto); lasciati qui in segno di una grazia ricevuta o richiesta. Il senso della sofferenza umana, tipica dell’espiazione si avverte in questo luogo/reliquia, e si accomuna al sacrificio di un’ascensione di speranza verso il Divino. Il culto ed il pellegrinaggio al Santuario della Madonna della Neve al monte Sacro/Gelbison è il punto di riferimento di ben tre distinte aree geografiche: la Campania meridionale, la Basilicata (i lucani chiamavano il Santuario la Madonna del Monte) e la Calabria settentrionale. Le popolazioni di fedeli e pellegrini che serbano devozione nei riguardi della Madonna del Sacro Monte sono distribuiti lungo una vastissima zona di territorio che va dalla provincia di Potenza a quella di Cosenza; dall’intero Cilento al basso Salernitano fino al fiume Sele; e proprio da queste zone provenivano gli antichi monaci di culto italo-greco, i quali fondarono il Santuario nella seconda metà del decimo secolo.

Il valico della Croce di Rofrano (1620 m ), è il luogo da cui ha inizio l’ultimo tratto ascensionale che è certamente il più interessante. A ridosso del Valico della Croce di Rofrano, ci troviamo di fronte a un gigantesco Monte di Gioia, frutto della penitenza impostasi dal pellegrino che, durante il corso dei decenni, ha visto ascendere a questa sacra montagna numerose folle di fedeli che hanno qui condotto il proprio “carico del peccato” (la pietra) per espiare colpe e chiedere grazie e perdoni. Ancora oggi vi è la Sosta del Cammino ed i tre giri effettuati intorno al monte, ritmati da preghiere e invocazioni, ricordano molto da vicino il sofferente cammino al Calvario, sul Golgota. Difatti, dopo essersi purificato lungo i rivoli delle acque torrentizie che scendono dalla montagna, il pellegrino abbraccia anch’egli la “sua” croce: un pesante masso che ha portato per tutto il tragitto dalle pianure fino al valico, e consolida questo suo forte legame annodando un fazzoletto alla croce in ferro; sono questi, alcuni dei segni più “indelebili” della forte testimonianza di fede espressa dai pellegrini dopo aver raggiunto questa divina altura.

Dopo l’ultimo e più significativo tratto, salendo lungo i tornanti coronati dalle edicole della Via Crucis, si giunge all’area del Santuario, mentre un albergo, una trattoria e vari locali commerciali, portano il “segno” dei tempi moderni. Nulla da meravigliarsi poiché il senso speculativo caratterizza – come già detto – da sempre l’animo umano. Nei giorni di festa, ove maggiore è l’affluenza, non potevano mancare i vu cumprà (chiedo scusa per la ridicola espressione). Questi simpatici ragazzi di colore in cerca di un futuro, sono loro gli ultimi veri pellegrini del mondo, sono loro ancora alla ricerca di una verità sociale benedetta, lontani dalle loro case, dalla loro terra, dalle loro famiglie e dopo un viaggiare tribolato. Grazie a loro, tutti i cattivi pensieri scompaiono e riappare il motivo dominante che ci ha accompagnato lungo il monte Sacro Gelbison sino alla sua sacra sommità: l’incontro con il metafisico, la sensazione netta di trovarsi di fronte alla storia… essere protagonisti di un evento, essere al cospetto di un fatto eccezionale.

Quando al Santuario giungono le “compagnie” di pellegrini unitamente alle “congreghe“, l’entrata in chiesa è caratterizzata dalle forme mistiche risalenti a più antiche origini. Ogni gruppo di fedeli è così composto: entra prima il più giovane della compagnia che reca aperto un testo sacro, poi avanzano i suonatori (violino, ciaramelle, zampogne, fisarmonica e, a volte, tammorre), dietro di loro segue lo stendardo raffigurante l’immagine sacra della Madonna, con l’indicazione della contrada o del paese di provenienza e infine, varcato il portale del Santuario, una lunga schiera di fedeli “inginocchiati” che avanzano, pregando e cantando fino all’altare, ove il “Bacio” al manto della Madonna culmina l’ascensione penitenziale di questi pellegrinaggi. (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato) 

Pubblicato da Andrea Perciato

Sono una Guida Ambientale Escursionistica dell'AIGAE (Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche). Giornalista/pubblicista, esperto della progettazione di itinerari escursionistici e della promozione turistica mirata all'ambiente e alla natura. Amante del sapere e sempre alla ricerca di nuovi orizzonti da esplorare e da raccontare. Camminare, sognare, respirare e amare questo bellissimo e incredibile mondo.

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