Quest’oggi vi portiamo alla scoperta e alla conoscenza della più grande (e meglio conservata) colonia della Magna Grecia presente in Italia: POSIDONIA–PAESTUM. Verso il mare, e dal mare, è intriso ogni passo attraverso questi luoghi, ogni traccia di un passato che ci ha tramandato le beltà di territori incontaminati, la finezza di un clima tra i più desiderati, la quiete di ambienti forse rari da trovare altrove. La “piana”, così come viene definita dai locali il basso corso fluviale del Sele, indica da sempre quell’esteso tappeto di verde che si fonde, oltre l’orizzonte e i suoi monumentali templi in arenaria, con l’azzurro spumeggiante del mare e il velato turchese del cielo. “Dopo la foce del Silaris (Sele) ha termine la Campania degli Ausoni ed ha inizio la terra degli Enotri (l’odierna Basilicata) in Lucania… qui è il Santuario di Hera Argiva (Heraion) fondato da Giasone e vicino, a 50 stadi (circa 9 km) Poseidonia…” Così illustrava il “Sinus Pestanus” Strabone nella sua descrizione dei luoghi; ed egli, continuando, precisava che la polis poseidonate si ergeva a ridosso di un banco roccioso di forma irregolare alto appena venti metri sul mare.
Molti storici dell’epoca, ma anche studiosi più recenti, hanno sempre descritto e decantato la magnificenza di questo sito d’origine ellenica, di questa colonia sorta, lungo le coste del Tirreno presso la foce di un fiume, nella prima metà del VI secolo a.C.; ma in tanti, forse dovuto alla mancanza di fonti più precise, hanno superficialmente parlato sul “chi” esistesse in questi luoghi prima dell’arrivo dei Greci provenienti dal mare. Notizie attendibili citano la preesistenza di un tempio collocato nelle vicinanze della foce del Sele dedicato ad Hera Argiva; un santuario che sarebbe sorto, secondo la leggenda, per opera degli Argonauti di Giasone. Furono, con molta probabilità, popolazioni di origine Achea provenienti da Sibari (sullo Ionio) ad aver creato un primo stanziamento che di lì a poco avrebbe dato origine al sorgere di POSEIDONIA, città dedicata al culto del dio del mare Poseidon.
E così, per aver avuto un quadro più chiaro della situazione, grosso modo l’evolversi degli eventi andò sviluppandosi più o meno in questi termini: A) già esistevano in zona, durante la preistoria, gruppi di villaggi sparsi (Civiltà del Gaudo) abitati per lo più da gente nomade, dedita alla pastorizia transumante tra la pianura e le vicine montagne; B) Sibari, colonia greca sulla costa ionica, fu abitata da Achei e Dori Trezeni, e mentre i primi muovendo guerra contro i Dori costrinsero i secondi a lasciare la città, questi ultimi puntando sia per mare che verso l’interno, mossero in direzione delle coste tirreniche; C) quando i Trezeni abbandonarono Sibari giunsero in prossimità della foce del Sele ma, non sbarcando in prossimità dell’attuale sito pestano, pensarono di attestarsi un po’ più a Sud, lungo i pendii di quelle alture bagnate dal mare (l’attuale promontorio di monte Tresino e la Punta di Tresino sulla costa cilentana) non lontano da Agropoli e solo più tardi, poi, avrebbero contribuito al sorgere della città di Poseidon; D) ben presto, nel momento di massimo splendore della città, le popolazioni limitrofe lucane presero ad infiltrarsi poco per volta nella vita culturale e sociale del sito poseidonate, soppiantando il nome greco del luogo con quello lucano di PAISTOM.
Quest’antichissima città ebbe varie denominazioni. Detta Poseidonia dai Greci e Pesto dai Romani, fu indicata anche come NETTUNIA, cioè città dedicata al dio del mare. Ma anche l’ebraico PISTAH, o il caldeo PISTAN, che entrambi significano “lino” identificarono la nostra zona come quel luogo in cui era presente in grande abbondanza e si coltivava il lino. Mentre per i Fenici fu PESITANE, cioè Nettuno. Giasone coi suoi Argonauti giunse nel porto Alburno di Pesto e nelle vicinaze edificò un tempio dedicato a Giunone Argiva, poco distante da un preesistente villaggio indigeno abitato da popoli Tirreni, identificati anche come Etruschi; a tal proposito, durante le storiche campagne di scavi volute dai Reali Borbonici e condotte a partire dalla seconda metà del ‘700, qui sono stati rinvenuti tutta una serie di reperti risalenti, probabilmente, al primo periodo di vita della città: vasi etruschi, monete, urne sepolcrali, lampade, lucerne e diversi utensili in creta.
Quando, allora, sull’orizzonte infinito del mare comparvero le prime vele elleniche (dei Sibariti) dirette a Pesto, questi abbatterono le mura della città che davano verso il mare, prendendo così d’assalto i suoi abitanti i quali furono costretti ad andarsene verso luoghi interni più protetti. Dunque, non furono i Sibariti i “soli” fondatori di Pesto, ma questi l’assediarono e la occuparono scacciandone i primi abitanti stanziati in quel luogo, tutto ciò in contemporanea (509/510 a.C.) con la distruzione della città di Sibari sullo Ionio. 2500 anni or sono, l’Ager Pestanus si presentava come una fertile e rigogliosa pianura ricca di frutti e di animali di cui si rammenta che le anguille abbondavano nel vicino fiume Salso (Sele). La vita scorreva serena, in perfetta armonia tra la terra e il vicino mare; e tra quei Greci coloni che contribuirono alla crescita e allo sviluppo di Poseidon, rara era la presenza di filosofi, di matematici e di legislatori (così come nella non lontana YELE/HELEYA-VELIA); mentre poeti, oratori e storici avevano, in città, una frequentazione più continua rispetto ai primi. I poseidonati coltivavano la pittura, la scultura, la ceramica e l’architettura al pari di tutti gli altri Greci della lontana madrepatria.
Due secoli più tardi, all’incirca nel 311 a.C. i Lucani, che erano gente di stirpe Sannitica stanziati sulle vicine montagne, mossero contro i Sibariti della costa assaltando e impadronendosi della città. In quest’ottica, i Greci della piana definivano Lucani gli abitanti di quei vicini monti (gli Alburni), coperti di neve nella stagione invernale, e bianchi per i riflessi della pietra calcarea durante l’estate. LUCANAE fu la trasposizione latina di “lucus” e cioè bosco, mentre i lucani furono gente di stirpe barbara provenienti dalle foreste dei monti dell’interno: il Sannio.
Quando Pesto divenne colonia dei Romani la città assunse una forma di modello e sviluppo pari a quello di Roma. L’area sacra di Paestum, più o meno l’attuale perimetro degli scavi che ruota intorno ai templi, durante il corso dei secoli e l’avvicendarsi sia di popolazioni che di conquistatori, ha visto l’alternarsi del culto di dei e divinità degli Etruschi, dei Greci, dei Lucani e dei Romani. Nei due templi principali si adoravano Nettuno e Cerere ma, con l’avvento del Cristianesimo, molti furono quelli che in città abbracciarono tale religione. Quando Diocleziano mosse la persecuzione contro i Cristiani, nel 303 Pesto ebbe undici martiri tra i quali il glorioso Santo Vito, di appena quindici anni, che si venera come protettore nella vicina Capaccio ove è conservata la reliquia di un suo braccio. Altra sacra presenza fu quella del Santo Apostolo Matteo, l’Evangelista. Il corpo del Santo proveniente dal medio oriente fu portato in Bretagna e di qui condotto a Paestum, nel 370, da Gavino cittadino pestano e generale dei Bruzj. Successivamente le spoglie di Matteo giaquero in Capaccio Vecchia ove Gisulfo, principe normanno, prelevò i sacri resti e li condusse definitivamente in Salerno ove, per accoglierli, edificò la monumetale Cattedrale che porta il nome dell’Apostolo.
Paestum a quei tempi giaceva in una fertile campagna il cui suolo riusciva a produrre, per ben due volte all’anno, un’abbondanza di frutti; una terra da cui fiorivano continuamente le rose di ogni specie e varietà. Ma i Pestani erano anche grandi e meticolosi agricoltori, dediti in special modo alla semina del grano, di cui il ritrovamento di monete raffigurante la “Spiga” (durante gli scavi ad inizi del ‘700), testimoniano tali attitudini. Altra caratteristica degli abitanti dell’antica Pesto fu la navigazione. Espertissimi naviganti ed abili marinai, riuscivano ad esportare in abbondanza derrate alimentari e merci di vario genere (vasellame, spezie, tessuti, monili, ecc.) commerciando, per rotte marine, con tutte le regioni mediterranee dell’allora mondo conosciuto; il ritrovamento di altre monete (scavi effettuati agli inizi del XVIII secolo) raffiguranti il “Delfino” comprovano queste attività per via mare. Sulla terraferma, invece, i Pestani (soprattutto i benestanti) amavano molto praticare la caccia (altre monete ritrovate con l’effige del “Cinghiale”) all’animale autoctono presente nel luogo in numerosi esemplari tra cui il suino selvatico; e poi ancora ai cervi e ai cani nei vicini boschi dell’entroterra (monti del Cilento e Vallo di Diano).
Quando l’Impero Romano cominciò a scuotersi sotto i primi segni di una lenta decadenza, l’italico suolo conobbe (nel 406) l’invasione dei primi popoli barbari: i Goti, i quali devastarono con ferocia crudeltà numerose città dell’epoca. Le comode e magnifiche strade realizzate dai Romani iniziarono un vertiginoso declino scomparendo, poco alla volta, dalla geografia dei luoghi del tempo. Le deliziose campagne si coprirono di boscaglie, e ciò fu dovuto alle sanguinose carneficine barbariche perpetrate ai danni di contadini e coltivatori. Le terre (uliveti e vigneti), in questo particolare periodo, venivano messe in vendita a bassissimi prezzi; a volte un giardino o un campo si scambiavano facilmente con una spada o con un cavallo. L’abbandono dei suoli agricoli caratterizzò tutta la zona intorno che era ricca di acque (oltre al fiume, numerose sorgenti, pozze e torrentelli) le quali defluirono sulla solidità dei terreni immediatamente circostanti l’abitato pestano, determinando la presenza di laghetti ed il crearsi di paludi che resero l’aria insalubre, rovinando colture e piantaggioni. La portata delle acque fluviali crebbe fino a tracimare, deviando dai loro alvei naturali e distruggendo numerose opere quali ponti in pietra, sistemi di canalizzazione, case coloniche e muretti di recinzione. Il lento ma continuo inselvatichimento (con erbacce, cespugli e rovi) della terra che si alternava alle ripetute inondazioni delle campagne di Pesto fece sì che questi territori, che prima erano splendidi e profumati giardini, misti a deliziosi vigneti e ad argentei uliveti, cambiarono completamente aspetto rendendo la zona aspra e selvaggia con fetide paludi ed impenetrabili boscaglie, privando la città di quella vitalità che l’aveva resa celebre in tutto il bacino del Mediterraneo.
Nel 589 l’urbe pestana (indicata come “Lucania”) apparteneva al Ducato di Benevento ma versava in un pessimo stato per l’incuria e l’abbandono dei propri abitanti; le città limitrofe, invece, come Agropoli e Licosa, appartenevano ancora ad una dominazione di tarda influenza ellenica. Qualche secolo dopo (845) ebbero inizio, al largo delle coste pestane, le scorrerie dei Saraceni provenienti dal nord Africa, e dei Siciliani che sbarcavano ripetutamente da un lato all’altro della costa depredando ogni cosa che incontravano sul loro cammino; di questi territori avevano fatto un punto di riferimento in prossimità del promontorio di Licosa (Leucosia). Nell’882 i Saraceni decisero di accamparsi ai piedi della rocca di Agropoli e ben presto furono ricacciati in mare da nobiluomini (il principe Guaimario) e prelati (il vescovo Attanasio) del Regno che, rientrati in Salerno, recuperarono il ricchissimo bottino accumulato dai pirati.
Presumibilmente la definitiva distruzione di Paestum avvenne per opera delle incursioni dei Saraceni tra l’871 e l’882. Questi assediarono, a ondate successive, per lungo tempo la città e più volte furono respinti dai pestani in prossimità delle mura; ma all’alba del 25 aprile (festività di S. Marco Evangelista) la popolazione uscì dalla città in solenne processione, forse per ringraziare e benedire la riuscita dei coltivi e dei seminati. Essi trascurarono il presidio di Paestum e fu allora che i Saraceni, con un nuovo attacco a sorpresa, ebbero la meglio invadendo le strade e impossessandosi delle case, mettendo a ferro e a fuoco ogni cosa incontrata sul loro avanzare. I pestani superstiti, allora, trovarono rifugio sul vicino monte Calpazio, lontani dalla vista degli accampamenti saraceni, ove edificarono un nucleo abitato oggi conosciuto come Capaccio Vecchia. La distruzione di Paestum e la sua conseguente rovina fu certamente determinata dall’elemento fuoco; questo avvolse e distrusse sia edifici pubblici che privati lasciando in piedi solo le strutture in pietra ed i templi che persero le coperture in legname.
Probabilmente fu così che avvenne la totale rovina di Paestum, questa bellissima città che per mano saracena da allora morì per sempre, senza più sorgere agli antichi splendori di un tempo, punto culminante della cultura e della civiltà ellenica nel mezzogiorno italiano. Gli scampati, nel succedersi di qualche generazione, scomparvero quasi del tutto e con essi furono sepolte definitivamente le notizie di ciò che era rimasto sotto i ruderi e la polvere di Pesto. Ben presto si cominciò ad indicare quella zona nella piana colma di ruderi come l’antico sito di una importante città del passato; pietre sparse e colonnati erano completamente avvolti dalle erbacce, da rovi e piante selvatiche e tutta l’area fu inondata dagli acquitrini; boschi e paludi avvolsero e nascosero per secoli il lontano ricordo di quel sito ove un tempo soggiornavano le belle “Sirene Pestane” e dove fino agli inizi del ‘900 era l’habitat naturale delle mandrie di bovi e bufale al pascolo e luogo incontrastato della mosca malarica, regina delle pestifere esalazioni. (testi & photo ©Andrea Perciato)
