I monti del Cilento hanno – da sempre – avuto un ruolo unico, sia nel territorio che nel vissuto storico: luoghi di lavoro duro, paziente e a volte avaro; riparo dalle incursioni; ricovero per gli armenti; sicuro nascondiglio per i briganti. Queste montagne sono “parte viva” nell’animo delle genti cilentane ove i pastori ne sono i “padroni” ed esplicano, attraverso particolari rituali identificabili nel linguaggio, nella gestualità e nella musica, quella accanita devozione per le immagini sacre da cui l’erezione di cappelle e Santuari.
Oggi la presenza di nuove strade di comunicazione ha ulteriormente isolato l’antico sistema viario, tortuoso e impraticabile, che un tempo era articolato intorno agli altipiani o nelle vallate e che mettevano in collegamento passi e valichi d’importanza strategica, oppure evidenziavano una straordinaria varietà di scorci paesistici sia verso la costa che verso l’interno (Vallo del Diano). Alcuni di questi, come il Passo della Sentinella (956 m) o la Sella del Corticato (1026 m) testimoniano, ancora oggi, come il sistema degli accessi in questo territorio montuoso fu governato con estrema prudenza fin dall’antichità. Questo isolamento favorì, molto spesso, quegli insediamenti religiosi che si richiamavano non solo ai Santuari rupestri e a quei Conventi e Monasteri sparsi tra le colline e le vallate, ma anche a piccole chiese arroccate su inaccessibili e tortuose creste montuose.
E’ la storia di un territorio, questa del Cilento, in cui i profili montuosi e i pellegrinaggi che si svolgono lungo i loro pendii sono il filo conduttore di uno stesso sistema nato senza precisi confini. In primavera, l’immagine “santa” va sulla montagna per “vegliare” sui luoghi di lavoro dei fondovalle; mentre in autunno si torna al piano per consolidare i forti legami esistenti tra Santo e fedeli. Il rito continua con i pastori transumanti, i quali non solo compiono lo stesso percorso ma vivono un identico rapporto con il territorio, difficile e impervio, ove il “ruolo” della montagna assume molteplici aspetti di “carattere sacrale” e, molto spesso, “penitenziale”. Si avverte, in queste zone, come ancora oggi la giornata sia regolata misurandosi con gli eventi presenti in natura: il sole, le lune, le stagioni; di come questo paesaggio e la sua gente siano ancora rimasti così austeri e fieri, senza mai alterare le loro abitudini e con quel forte attaccamento a questa estrema zona sud della Campania. Questa regione conserva ancora immagini segrete e misteriose, mentre lungo i litorali della vicina costa il paesaggio, pur cambiando, si accresce di nuove e diverse suggestioni: pareti a strapiombo, scogliere rocciose e spiagge bianche contro cui s’infrangono le profumate onde di un mare così incredibilmente azzurro.
Fra le tante caratteristiche che presenta il Parco Nazionale del Cilento-Vallo del Diano, vi è quella della massiccia presenza della pianta d’olivo. L’ulivo “Cilentano” (o “Pisciottano”) produce una squisita qualità olearia che viene degustata sulle tavole di tutto il mondo. Per quanto riguarda la flora, si è riusciti ad individuare almeno tre fasce di vegetazione predominanti: la “mediterranea”, caratterizzata dal leccio, fillirea e olivo; la “vegetazione d’altura” formata essenzialmente dal faggio con qualche presenza del tasso, della betulla e dell’abete frammisti a cespugli di agrifoglio; mentre più in basso, la “vegetazione collinare” presenta i castagneti che, coprendo i versanti nordorientali, si alternano ai boschi in cui predominano querce, aceri, cerri, ornielli, carpini, ontani, lecci e sorbi. Più in basso, nelle vicinanze della costa, si alterna una vegetazione che va dalla macchia arida e aromatica con agavi, cisti, corbezzoli, ginestre, lentischi, mirti e pini, agli estesi uliveti con frequenti presenze del carrubo, su cui spicca per tutti la rarissima “Primula Palinuri”. In alto, nel cielo, non è raro veder volteggiare grandi esemplari di picchio nero, poiane, corvi e gracchi. (testi & foto ©Andrea Perciato)
