ad Imlil (امليل, Marocco) tra sperduti villaggi berberi ai piedi dell’Atlas.

Queste vallate che s’aprono alle pendici settentrionali dei monti dell’Atlante sono state abitate fin dal Neolitico, in gran parte da popolazioni di etnia Berbera. Questi popoli riflettono l’essenza di quello spirito che da sempre li identifica, e cioè “Uomini liberi” dall’originario significato della lingua Imazighen che – con lo scorrere del tempo – derivò dal termine “barbaro” di matrice greco-latina. La popolazione del Marocco si sente berbera e non araba e questo è un conflitto che li perseguita da sempre. In particolare, poi, in questa zona del Marocco, vivono esclusivamente popolazioni berbere e, osservando le usanze di questa gente, povera ma molto orgogliosa delle loro tradizioni, queste vengono tramandate di generazione in generazione sempre e soltanto attraverso la parola. Qui, in questa parte d’Africa, la cultura berbera affonda le sue radici nelle sabbie del Sahara che s’apre sull’orizzonte oltre la gigantesca catena di montagne che s’aprono davanti ai nostri occhi. Prima di raggiungere le montagne però abbiamo la possibilità di poter fare una visita a una tipica casa berbera. Appena varcati la soglia d’ingresso, ove una sorta di tenda/tappeto funge da porta, dimentichiamoci qualsiasi tipo di comfort, anche se per i proprietari della casa sembra di possedere una reggia, anche se si fa presto l’abitudine ad essere circondati da insetti e moscerini di varia grandezza.

Le mura, calde d’inverno e fresche nelle più assolate estati, sono realizzati della solita argilla, mista a paglia e qualche mattone misto di sabbia e terracotta; mentre gli ambienti sono divisi tra stanza da letto, una sottospecie di salotto, una piccola stalla vuota, un piccolo frantoio mosso dalla forza di una grossa mola in pietra sospinta dal perpetuo giro di un asinello, e infine la cucina all’aperto con un lavatoio e un forno dove poter cuocere il cibo. Dopo aver ancora superato chilometri di un deserto roccioso, dislivelli non indifferenti fra tornanti polverosi e case fatte tutte di paglia e argilla; le famose “case rosse” del Marocco tutte, rigorosamente, con la parabola satellitare, eccoci proiettati nel bel mezzo di un paesaggio dal sapore alpino. Come attraverso una finestra spalancata, il paesaggio s’apre sulla rigogliosa Valle d’Ourika, famosa per la massiccia presenza di numerosi villaggi sparsi sulle pendici abitati da popolazioni berbere che qui – da sempre – vivono e coltivano i terreni grazie alla presenza delle bellissime acque fiume Ourika, che scorrono attraverso le gole di Asni, un pittoresco villaggio arroccato lassù in alto noto per il suo mercato settimanale del sabato, il percorso prosegue lungo una verde vallata dove i suggestivi profili di bellissime montagne, imponenti bastioni naturali, giocano con i colori della natura dall’alba al tramonto.

Si raggiunge il villaggio di Imlil, a 1740 metri sul livello del mare, ai piedi delle pendici del vicino al monte Toubkal, la cima più alta del Nord Africa, in una cornice paesaggistica all’interno di uno scenario naturalistico di grande fascino. Qui gli abitanti, tutti estremamente gentili ed accoglienti, permettono, a chi raggiunge il villaggio, di scoprire le attività artigianali, di entrare nelle loro case per pranzare insieme, di assaporare il tradizionale tè alla menta, gustare l’ottima cucina locale caratterizzata dal tajine a base di montone o pollo, di saggiare le molteplici varianti del cous cous, di prendere lezioni di cucina e di fare escursioni nelle natura circostante. Il simpatico villaggio di Imlil, nell’Alto Atlante, si trova proprio nel cuore del parco nazionale del Jbel Toubkal. Imlil è una tappa necessaria, se non addirittura fondamentale, prima di cominciare qualsiasi escursione, trekking o tappe di avvicinamento per arrampicare che portano al Toubkal, utile base ove poter acquistare provviste e tutto il necessario per i trekking e le ascensioni.

Molti sono i sentieri che puntano verso l’alto, ma il nostro obiettivo – vista la poca disponibilità di tempo – non è raggiungere la cima dell’Atlante, quel Toubkal che tocca i 4167 metri d’altezza, ma conoscere le bellezze paesaggistiche e ambientali che riesce ad offrire lo spettacolo della natura in questa parte di mondo. Superati un primo forte dislivello, il sentiero sembra quasi planare; tutt’intorno una copiosa foresta di alberi (betulle e conifere) e rocce che s’impennano verso l’alto fino a chiudere quasi l’orizzonte. Si cammina seguendo la direzione di un ruscello canalizzato che, grazie alla forte pendenza, riesce più facilmente a raggiungere i terreni da irrigare. Il sentiero serpeggia tra le rocce e saltella da una sponda all’altra delle rive del torrente; supera inizialmente guadi realizzati con grosse pietre appositamente incastrate nell’acqua e ponti legati con corde, passamani, steccati e passerelle in legno fino a raggiungere la spettacolare cascata di Setti Fatma, il primo di una serie di salti che più a monte raccolgono le acque che giungono dallo scioglimento delle nevi. Osservare il triplice salto che eroga la potenza di queste acque ricostruisce e consolida sempre di più quel rapporto armonico che da sempre si connette tra uomo e natura; la cascata e il sentiero percorso per raggiungerla sono – credetemi – come il paradiso in terra.

Per il rientro ad Imlil appena raggiunti le prime case di un villaggio abbarbicato sulle rupi a ridosso di Imlil si compie un altro percorso raggiungendo il lato opposto (destra orografica) della vallata. Attraversiamo campi coltivati a ortaggi, una folta foresta determinata da giganteschi tronchi le cui basi raggiungono anche gli 8/10 metri di circonferenza, fino a raggiungere case/laboratori (costruzione e vendita di tipici tappeti della cultura berbera), erette sul ciglio di dirupi, che si spalancano sui paesaggi della vallata. Raggiunti la rotabile in pochi minuti di discesa l’intenso profumo della cottura di un tajin ci riconduce nuovamente ad Imlil, termine di questa escursione che per qualche ora ci ha fatto vivere e scoprire le atmosfere delle montagne dell’Atlante; quei profili montuosi che – per qualche decina di minuti prima del rientro – seduto a contemplare su un enorme tappeto berbero, non mi sono mai stancato di osservare. Il “mal d’Africa” passa anche attraverso questi momenti… (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)

Pubblicato da Andrea Perciato

Sono una Guida Ambientale Escursionistica dell'AIGAE (Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche). Giornalista/pubblicista, esperto della progettazione di itinerari escursionistici e della promozione turistica mirata all'ambiente e alla natura. Amante del sapere e sempre alla ricerca di nuovi orizzonti da esplorare e da raccontare. Camminare, sognare, respirare e amare questo bellissimo e incredibile mondo.

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