la fortezza di MASADA (Israel) “METZADA’ SHENI’T LO TIPPOL” (mai più Masada cadrà!)

In un ambiente biblico, tra deserti, oasi e cammelli, s’apre un paesaggio che si estende tra gli aspri rilievi del Negev, la profonda depressione del Mar Morto e i lontani monti della Giordania; al centro s’impenna l’isolata rupe rocciosa sul cui “plateau” giacciono i resti di quella che fu la Fortezza di Masada, una città fortificata assediata dai Romani nel 73 d.C.. La rocca fa parte del Parco Nazionale di Masada, e si trova appena a sud della parte centrale di Israele lungo il confine orientale, ai margini della sponda giudaica del Mar Morto. Il parco nazionale comprende un’area di poco più di 1 miglio quadrato. Masada rappresenta un interessante connubio, una incredibile miscela di cultura, arte, storia e natura. L’altopiano era una fortificazione dove Erode il Grande costruì due palazzi per sé.

La rocca da cui si erge Masada è una montagna nel deserto del Negev. La sua fortificazione fu costruita su un “horst” (geologicamente un “pilastro tettonico”) situato dove termina l’altopiano ed è accompagnato da aguzze e precipitose scogliere aguzze; essa è già ben visibile da chilometri di distanza, e si distingue dalle alture circostanti perchè s’impenna ai margini della sponda occidentale del mar Morto. Giunti alla base due sono le possibilità (a seconda dell’ora) per accedervi: o percorrere in meno di un’ora lo “Snake path”, il Sentiero del Serpente che sale – un po’ ardua e faticosa coi suoi ripidi tornanti – lungo i costoni orientali, oppure avvalersi della funivia che in meno di 5 minuti raggiunge l’altopiano. Comunque sia l’ascesa comincia già ad offrire vedute paesaggistiche spettacolari e un panorama… da lasciare senza fiato.

Ma cosa accade una volta giunti in cima all’altopiano? Cosa ci aspetta di vedere? Cosa riusciremo a trovare e, soprattutto, quali potranno essere le risposte alle nostre tante domande di curiosi viaggiatori e appassionati di storia antica e religioni a noi sconosciute? Tanto per cominciare, percorsa una passerella sospesa nel vuoto e varcata una porticina tra le mura compare – in tutta la sua straordinaria magnificenza – un immenso plateau colmo di rovine sparse e circondato, ovunque volga lo sguardo, da incredibili vedute  paesaggistiche. Il luogo è impressionante, a tratti incantevole, con un fascino che aleggia – tra storia e religione – ovunque ci si trovi. Tutt’intorno solo deserto di pietre dai cromatismi che vanno dal rosso al giallo fino al bianco tenue; e poi il silenzio che viene rotto solo dalle folate del vento e dal gracchiare delle decine di quelli che potrebbero sembrare corvi (anime silenziose di antiche presenze), ma non lo sono: questi volatili si chiamano “tristamit” e vivono solo quassù; invece del becco, presentano livree color arancio solo sulle punte delle ali.

Girovagando tra le rovine si avverte che qui giaceva un grande palazzo fondato, nel I secolo a.C. da Erode il Grande. La fortezza era arroccata su tre diversi livelli verso lo strapiombo sul lato nord della rupe; essa era dotata di terme, magazzini sotterranei e ampie cisterne per la raccolta dell’acqua. Le rovine del palazzo di Erode sono qualcosa di unico e spettacolare per la posizione, la vastità e la storia che esse rappresentano; il deserto, poi, ha conservato tutto nel migliore dei modi. L’altopiano su cui sorge la fortezza di Masada, immersa nella depressione del Mar Morto, offre uno scenario storico da brividi. Vale la pena visitarlo tutto e – cosa da non perdere se si ha tempo – scendere le scale per vedere le tre “terrazze” del palazzo distribuite su livelli differenti. Da quassù la vista sul deserto e sul mar Morto merita più di una foto; appena sotto la rupe, e quei pochi chilometri che la dividono dalle sponde del Dead sea, sono bel visibili le suggestive (tali da sembrare un paesaggio lunare) bianche formazioni erose (un tempo sommerse), simili a canyon e a calanchi, emerse durante il lento, e perpetuo, ritiro delle acque eccessivamente salate di questo mare.

Ma perché Masada e così famosa ed è così importante per gli ebrei…? In effetti cosa successe a Masada…? Quassù sorgevano, nel 73 d.C., le fortificazioni e le abitazioni che accolsero 960 (compresi donne e bambini) ebrei “Zeloti” (i più rigorosi), ultimi resistenti alle vittoriose truppe romane che tre anni prima avevano espugnato Gerusalemme e che, con un esercito di 10000 uomini al loro inseguimento, ora assediavano la rocca. Dopo un anno di assedio, senza fretta, i Romani avevano circondato la rupe con un vallo (visibile ancora adesso) ed avevano costruito, sul lato orientale della stessa, un terrapieno che dal basso saliva per 70 metri fin sotto le mura pianificando l’assalto finale alla fortezza di Masada. I difensori capirono subito che il prossimo assalto sarebbe stato quello fatale ed il loro capo, Eleazar Ben Yair, convocò la sua gente e la convinse che una morte onorevole sarebbe stata meglio della schiavitù e sottomissione imposte dai Romani; tutto questo accadeva la notte prima dell’ingresso dei Romani a Masada.

La fede ebraica abiura il suicidio, ma ormai la scelta fu presa e così ciascun guerriero uccise a fil di spada la propria moglie ed i propri figli dopo averli abbracciati e baciati. Tra i superstiti ne vennero sorteggiati dieci che pensarono a bruciare l’avamposto ed ad uccidere gli altri guerrieri che nel frattempo si erano sdraiati vicini ai corpi dei propri cari. Tra i dieci che restarono fu nuovamente sorteggiato l’ultimo guerriero che diede la morte agli altri nove ed infine si gettò sulla sua spada. Quando le truppe romane entrarono in Masada non credettero ai propri occhi e tributarono ai caduti un silenzioso omaggio. Si salvarono solo cinque bimbi e due donne che si erano nascosti per evitare di essere uccisi. Il giorno successivo, quando i Romani dopo aver rotto l’assedio entrano e trovano tutti cadaveri (in realtà quasi tutti, perché rimasero pochi sopravvissuti). Qui durante la notte sono stati scelti 10 uomini per uccidere tutti, di questi 1 avrebbe ucciso i restanti 9 per poi suicidarsi. Essi erano morti credendo di non lasciare ai romani nemmeno uno di loro vivo; invece una donna anziana e una seconda, che era parente di Eleazar e superava la maggior parte delle altre donne per senno ed educazione, si salvarono assieme a cinque bambini nascondendosi nei cunicoli sotterranei che trasportavano l’acqua potabile mentre gli altri erano tutti intenti a consumare la strage: 960 furono le vittime, comprendendo nel numero anche le donne e i bambini, e la data dell’eccidio fu il quindici del mese di Xanthico (antico calendario macedone).

I romani, che s’aspettavano di dover ancora combattere, verso l’alba si apprestarono all’assalto finale e, gettate le passerelle per poter superare i terrapieni, si lanciarono all’attacco. Non vedendo alcun nemico, ovunque attraversarono una silenziosa percezione di paurosa solitudine e poi incontrarono, tra le case, solo fiamme e silenzio; essi non riuscivano a capire che cosa fosse accaduto; alla fine levarono un grido, come quando si dà il segnale di tirar d’arco, per vedere se si faceva ancora vivo qualcuno. Il grido fu udito dalle due donne che, risalite dal sottosuolo, spiegarono ai romani l’accaduto e specialmente una riferì con precisione tutti i particolari sia del discorso sia dell’azione. Ma quelli non riuscivano a prestarle fede, increduli dinanzi a tanta forza d’animo; si adoperarono per domare l’incendio e, apertasi una via tra le fiamme, entrarono nella reggia. Quando furono di fronte alla distesa dei cadaveri, ciò che provarono non fu l’esultanza di aver annientato il nemico, ma l’ammirazione per il nobile proposito e per il disprezzo della morte con cui tanta moltitudine l’aveva messo in atto. […] Questo il racconto di Giuseppe Flavio nel suo “La guerra giudaica”. Ma perché arrivare alla morte? Perché i Romani rubavano, assediavano e rendevano in schiavitù sottomettendo le popolazioni conquistate.

Di questo triste episodio della storia ebraica Israele, per secoli, ne ha taciuto e nascosto (un po’ per pudore, molto per tener lontana l’onta subita) le reali vicissitudini fino alla “Guerra dei Sei giorni” del 1967. É proprio qui, su questa spianata, che dal 1967 dopo la liberazione dell’altura dall’occupazione giordana, per volontà di Moshè Dayan (ex generale e ministro della difesa) ogni anno le reclute di TZAHAL (“Tzavah haganah leisrael”, esercito di difesa israeliano) risalgono a piedi lo “Snake path” e vengono a pronunciare il loro giuramento di attaccamento ad Israele pronunciando, per ben tre volte: Metzadà shenìt lo tippol! (Masada non cadrà una seconda volta!). Qui i futuri soldati, dopo l’addestramento di base e prima dell’incorporazione nei reparti trascorrono la notte, giurando all’alba eterna fedeltà allo Stato ed al popolo ebraico. Il mito di Masada li aiuta a prepararsi al supremo sacrificio, al martirio e alla lotta all’ultimo sangue. Inoltre, il mito di Masada si basa su una potente costruzione sociale di legame ideologico e identificazione coi ribelli ebrei, valicando un abisso di due millenni, un legame di natura etnica, religiosa, nazionale e storica. Il mito di Masada, che rafforza tali legami, fu pensato per fornire un saldo fondamento di eroismo a un nuovo tipo di identità nazionale ebraica. Mentre alcuni archeologi e storici oggi ancora dibattono sulla storia dell’assedio, l’atto finale degli zeloti è diventato un simbolo di eroico martirio; l’eredità di Masada è l’eroismo di opporsi alla tirannia.

Girovagando tra i resti, le mura, i camminamenti e gli edifici che ancora sono rimasti per l’altopiano è possibile compiere un giro completo toccando tutti i principali punti della fortezza un tempo esistente come: i resti del Palazzo del Nord che si trovano all’estremità settentrionale dell’altopiano roccioso; ai margini orientali della spianata si scorgono ciò che resta di una Sinagoga che, a detta degli archeologi che l’hanno scoperta, essa è probabilmente una delle sinagoghe più antiche del mondo (qui si celebra il rituale passaggio dalla fanciullezza alla maggiore età per gli ebrei ortodossi); una delle aree più intatte è la chiesa bizantina con una parte del muro e della finestra, che fu costruita dai monaci bizantini diverse centinaia di anni dopo l’assedio di Masada; il Palazzo Occidentale che si trova all’estremità meridionale dell’altopiano e comprende alcune strutture ancora ben conservate, laddove sono possibili vedere colonne romane e un pavimento a mosaico ben conservato. Tra le curiosità che emergono durante l’esplorazione dell’altopiano sono ben visibili, lungo le pareti (sia interne che esterne agli ambienti) che ancora resistono nel tempo, una linea dipinta (generalmente di colore blu) che serpeggia – in senso orizzontale – lungo queste pietre e strutture murali; essa identifica che tutto ciò che è al di sotto di questa linea sono le strutture originarie di 2000 anni fa, mentre tutto ciò che si vede al di sopra, sono parti ricostruite.

Questa bellissima e interessante esplorazione di Masada si conclude nei pressi dell’accesso principale, laddove un traliccio s’impenna sostenendo una grande bandiera dello stato d’Israele; questo è il principale punto di tutto l’altopiano in cui si raccolgono, in cerchio, le reclute durante il cerimoniale del giuramento “Metzada Sheni’t lo Tippol” (mai più Masada cadrà). E da questa incredibile parte di mondo… è tutto!  (testi ©Andrea Perciato; photo ©Maria Rita Liliano & ©A. Perciato)    

Pubblicato da Andrea Perciato

Sono una Guida Ambientale Escursionistica dell'AIGAE (Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche). Giornalista/pubblicista, esperto della progettazione di itinerari escursionistici e della promozione turistica mirata all'ambiente e alla natura. Amante del sapere e sempre alla ricerca di nuovi orizzonti da esplorare e da raccontare. Camminare, sognare, respirare e amare questo bellissimo e incredibile mondo.

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