Il viaggio in Basilicata è sempre una piacevole scoperta; ma andare alla conoscenza di luoghi davvero fuori dal tempo ha davvero un fascino unico, un’esperienza che lascia il segno, una emozione che difficilmente si dimentica. E sono proprio queste sensazioni che si provano avvicinandosi allo scenario (forse non) unico al mondo, di particolari “cellule” costruttive universalmente conosciute come i “Palmenti”; un quartiere a Pietragalla, un agglomerato di architettura rupestre, che spazia tra arte e ingegno, luogo elevato a simbolo di civiltà contadina.
Il fascino di questo quartiere, posto ai margini della periferia sud-orientale del borgo di Pietragalla, emerge dalla sua strategica posizione adagiato su un pendio scosceso con vedute panoramiche che spaziano lungo un rincorrersi di colli e vallate; alle spalle il borgo, di fronte, paesaggi che s’aprono sull’infinito. Ma come (e perché) sorgono queste nicchie scavate nel terreno grandi più o meno come un moderno disimpegno, o ricavate dai pendii inclinati, e – soprattutto – a cosa servivano? Andiamole a conoscere insieme e scopriamo perché sono così speciali.
Fuori le ultime case del borgo la via (Statale 169) comincia a scendere con una serie di curve e tornanti; dopo aver superato una grossa curva a gomito che piega a destra, ecco che compare in tutto il suo spettacolare scenario in un’atmosfera quasi da fiaba, il quartiere dei “palmenti”, antichi depositi per la trasformazione delle uve, costruiti dai contadini di un tempo in pietra locale. Di sicuro siamo di fronte a forme uniche, del tutto originali, di esemplari d’architettura rupestre che hanno mantenuto – nel corso dei secoli – la propria funzione (non residenziale) di luoghi adibiti alla lavorazione e produzione dei vitigni locali. Le strutture sono grotte ipogee scavate nella pietra arenaria oppure ricavate sfruttando le pendenze.
Anche se possono sembrare strutture costruite da secoli, l’idea di realizzare un quartiere così particolare, e d’importanza fondamentale per l’economia e il commercio della zona, risale – probabilmente – verso la fine del ‘700, di quando i monaci locali producevano in proprio il vino dei loro tenimenti, ma che durante il corso del tempo hanno ampliato ed evoluto la produzione (solo inizialmente) locale, tramutandola in una vera e propria industria vitivinicola. I “palmenti” traggono la propria origine dal verbo latino “paumentum” e cioè l’azione del pigiare, del battere, che ha originato il termine pavimento. I territori che sorgono a oriente del paese sono da sempre stati la privilegiata area di coltivazione dei vitigni locali.
Per secoli la maggior parte dei vigneti è stata coltivata sulle colline e nelle contrade tutte poste ad est di Pietragalla e le continue vendemmie mettevano in azione intere famiglie dedite alla raccolta, al trasporto per mezzo di animali da soma e alla lavorazione (ultima fase) che anticipava la produzione del cosiddetto “Nettare di-Vino” proprio all’interno di queste inconsuete “fabbriche del vino”; autentici laboratori in cui le particolari alchimie di mescite e conservazione, restituivano un prodotto di qualità ancora oggi apprezzato sulle tavole lucane e, specialmente, quelle locali.
L’area che fu individuata per realizzare questi palmenti non fu una scelta a caso, ma il principale motivo che le ha rese così speciali come tipologie costruttive (non residenziali) è stato per la conformazione geologica del pendio su cui sorgono e perché il sottosuolo è ricco di rocce tufacee, quindi piuttosto facili da lavorare. Ma, cosa da non sottovalutare, fu l’intuizione avuta nel realizzarli in modo tale da sfruttare l’orientamento puntato verso sud (le maggiori ore di luce solare) o al massimo verso SE, direzioni che garantivano il massimo afflusso di energia solare durante il corso della giornata ottimo per la fermentazione.
I palmenti sono dei veri e propri esempi di architettura rurale, originali botteghe (e laboratori) per la lavorazione e la produzione del vino, frutto dell’intuito e dell’ingegno dei vignaiuoli locali che pensarono bene di avere nelle vicinanze del borgo una zona appositamente attrezzata e adatta allo scopo. Girovagare tra i palmenti (sono circa 200) genera una piacevole sensazione che sa di antico, di fascino, di mistero, di fatica e sacrifici, di memorie lavorative perse nel tempo e di azioni dell’uomo oggi, sicuramente, sconosciute ai più. Camminare su e giù per i palmenti di Pietragalla non è solo un semplice attraversare luoghi ricchi di storia che hanno fatto della coltura del vino un vanto per l’economia locale, ma che ha restituito un plusvalore di cultura e tradizioni in quest’area della Lucania.
Osservando da vicino e andando a curiosare in ogni angolo, sia all’esterno che all’interno, i particolari costruttivi, i materiali usati, gli spazi adibiti alla lavorazione e la collocazione (con gli accessi tutti rivolti nella stessa direzione) di questi palmenti viene da pensare (ma è solo un’ipotesi) che Tolkien, insieme a sua figlia Priscilla, nel loro viaggio in Italia dell’agosto del 1955 oltre a Venezia e a Roma si spinsero verso il profondo Sud e – ma non si hanno prove – ci piace credere che abbiano potuto sfiorare Pietragalla e visitare i palmenti, traendo così ispirazione nel narrare il villaggio degli “hobbit” nel suo capolavoro letterario della “Terra di Mezzo”.
L’originalità delle architetture rupestri del luogo si unisce alla storia e alla curiosità. Se non uniche, di sicuro sono molto rare come costruzioni. In queste casette gli abitanti di Pietragalla servendosi di asini portavano le uve per poi schiacciarle ed estrarre il vino tramite un articolato sistema di vasche su differenti livelli per poi lasciare il mosto a fermentare anche grazie al particolare microclima, per poi trasferirlo definitivamente nelle botti. Qui ogni contadino aveva il suo palmento, qui si portavano le uve, si faceva fermentare nella parte bassa nella roccia e poi quando il mosto era maturo venivano riempite le botti e portate nelle cantine su in paese.
La caratteristica principale di questi palmenti emerge dal fatto che sono stati costruiti nella terra (ricavati dalle grotte preesistenti in loco) e, successivamente, è stata costruita la facciata in pietra frontale in cui si evidenziano il tufo, il calcare e l’arenaria. Erano strutture fondamentali per i contadini del posto perché proprio lì veniva prodotto il vino locale che ha creato economia fino alla metà degli anni 70 dello scorzo secolo! La fase finale della produzione avveniva col trasporto dei barili che si caricavano a dorso dei muli, oppure degli asini, per poi trasportarli – a loro volta – nelle cantine (le cosiddette “rutte”) su a Pietragalla, dove il vino veniva definitivamente versato nelle botti e messo a conservare.
Qui, le grotte dei palmenti (che non erano le cantine) avevano più o meno un identico spazio di lavorazione che potremo, sinteticamente, individuare così: 1) Vi era una prima fase che era, naturalmente, quella della vendemmia (la “v’nnéggn“); 2) i vitigni raccolti durante la vendemmia venivano introdotti nelle vasche ricavate da vani superiori solitamente accessibili con due aperture tali da consentire l’ingresso (si privilegiavano donne e fanciulli) e poter avviare la fase della pigiatura; 3) su un piano intermedio venivano scartati e depositati i raspi, riutilizzabili successivamente per altre operazioni; 4) l’estratto della pigiatura colava attraverso piccoli fori posti alla base inferiore del vano di pigiatura così da ottenere il mosto che veniva messo a fermentare in apposite vasche; 5) nel fondo della vasca di fermentazione vi è un canale per lo scarico del vino in corrispondenza del quale si trova una buca spaziosa (palm’ndédd) quanto basta per riempire i barili durante la svinatura; 6) al termine della fermentazione del mosto, che avviene dopo circa 20 giorni, si pratica la cosiddetta svinatura (“Sc’bb’ ttà“). In pratica con l’utilizzo della macchina spremitrice, si comprimono le vinacce per ottenere il vino.
Il nostro viaggio alla scoperta e conoscenza di un mondo fatto di fatica, di sudore, di attese, di privazioni, di sacrifici, ma anche di soddisfazioni per l’ottima qualità di un prodotto finale da poter gustare in ogni ricorrenza, termina con l’esplorazione di questo incredibile quartiere rurale. Un posto ove ancora si respira la forza generata dalle secolari produzioni vitivinicole, produzioni – inizialmente adottate per soddisfare solo i fabbisogni familiari – a cui tutte le famiglie di Pietragalla hanno partecipato per secoli avendo un proprio palmento e che hanno fatto conoscere a molti, l’importanza di un luogo, di una storia fatta di uomini e pietre e del vanto di una terra, la Lucania, che merita senz’altro di essere conosciuta e “gustata” soprattutto a tavola. La Lucania saprà come accoglierti, mentre a tavola ci sarà sempre un bicchiere di “quello buono” che non aspetta altro di esaltare le vostre pupille gustative. (di ©Andrea Perciato; foto Maria Rita Liliano e A. Perciato)
