APICE (BN) tra Via Appia e fiume Calore, la città che disse NO… per 2 volte

Posta – è il caso di dirlo – all’apice di uno spuntone roccioso che si erge alla destra orografica della valle del Calore, ai margini di territori determinati da bianchi calanchi in arenaria, giace questo borgo “abbandonato” tra i più caratteristici del mezzogiorno italiano.

Appropinquarsi nel raggiungere la rupe dominata dalla poderosa fortezza normanna di Castello dell’Ettore è come immergersi in un affascinante viaggio a ritroso nel tempo ove tutto è rimasto fermo a quella sera di agosto del 1962 quando una forte scossa di terremoto colpì la zona, causando crolli e disagi alla popolazione – che qui contò 17 vittime – che, per decreto, fu costretta a lasciare il borgo ed a sistemarsi, poco lontano, sul ciglio di un crinale prativo determinando la nascita della nuova Apice.

Ma questo abbandono, anche se concordato con le autorità, non fu così semplice, poiché diverse famiglie che avevano attività commerciali all’interno del borgo, oppure perché non volevano in alcun modo lasciare il vecchio abitato, decisero di contravvenire all’ordinanza e di restare all’interno del vecchio paese continuando a vivere e a lavorare tra le case vuote. Ma la permanenza durò appena 18 anni, fino a quella maledetta sera del 23 novembre 1980 che fece “ballare” nuovamente la rupe determinando ulteriori crolli tra le vecchie case ancora rimaste in piedi.

Questa volta l’abbandono del paese fu definitivamente sancito a causa della pericolosità della gran parte degli edifici risultati lesionati e poco affidabili nella loro efficacia strutturale. Giunti al piazzale d’ingresso del borgo, ci accoglie il suggestivo scenario del Castello dell’Ettore, di matrice normanna, coi suoi barbacani, la torre merlata e il belvedere. Appena accanto compare la skyline del paese fantasma. Un primo “curioso” cancello aperto, immette in Contrada Marroni, lungo il selciato della vecchia pavimentazione.

E subito si avverte di trovarsi coinvolti dai silenzi dei vuoti di portali, terrazzini e finestre rotti – nelle giornate ventose – dalle refole e dagli ululati del vento che volteggiano e si aggrovigliano attraverso gli androni e le porte della vecchia macelleria, oppure di quella piccola officina, o la bottega del salumaio; tutto fermo e definitivamente congelato ai primi anni ’80. Il paese è tutto pericolante ed è per questo motivo che non sono tutti visitabili i quertieri che ne compongono il perimetro urbano.

Purtroppo ci sono cancelli ovunque che impediscono di accedere e vedere – forse – la parte più interessante del borgo, quella che si protende verso sud. Ma, senza scoraggiarci, cerchiamo di proseguire affidandoci al nostro istinto, soprattutto quello visivo, cercando di scoprire il più possibile, scorci, particolari e spaccati di vita “fermi” nel tempo; continuiamo a camminare immaginando di essere avvolti in una magica atmosfera intrisa di vita tranquilla, ove ogni ritmo seguiva una propria traccia, ove ogni azione veniva determinata dallo scandire del tempo.

Anche se la parte resa visitabile (ci sono, purtroppo, troppi cancelli chiusi che impediscono di accedere attraverso vicoli e corti di cui possiamo solo immaginare la dislocazione… peccato) risulta essere comunque suggestiva, il borgo ha sempre qualcosa di spettrale. Lo sguardo ci proietta indietro nel tempo… sbirciando dalle vuote finestre si scorgono mobili alle pareti, sedie impolverate, suppellettili appese ai muri, “forme di vita” perse nel tempo che hanno tantissimi anni. Le pareti con pietre in faccia a vista, i vivaci intonaci appena “spelacchiati”, ritagli di manifesti e proclami politici, oppure di persone decedute, sembrano raccontare di quella quotidianità d’un tempo che raccoglieva – e coinvolgeva – tutte le famiglie del borgo. Si possono ancora vedere le insegne dei negozi, le vecchie case piene di lesioni o mezze crollate.

Si può solo ipotizzare di come poteva svolgersi la quotidianità all’interno di Apice vecchia. Un borgo rimasto immobile nel tempo con le sue strade, le sue case, la chiesa, i suoi negozi. Insegne ancora intatte come quella del “Salone” oppure della sala biliardi, gli scaffali della farmacia, le mensole del bar, il banco della macelleria e del forno, gli odori del mosto di antiche cantine o le tipiche essenze delle cucine. Una grande piazza dove si faceva il mercato e sulla quale si affacciavano tutte le principali attività. Nelle case abbandonate ancora tavoli (che sembrano aspettare i commensali per il pranzo) e credenze con foto, documenti e vettovaglie sparse; non mancano i giocattoli dei bambini. un intreccio di strade ben tenute con case ben adornate che fanno capire di come la gente del paese viveva bene e con serenità in armonia con le bellezze naturali del circondario.

È una vera e propria “ghost town” anche se la città – ferma nel tempo – risulta essere ancora in ottimo stato, con le case che ancora offrono vibranti emozioni di vita vissuta nonostante la natura, con le sue radici incordate e le rampicanti piante, stia prendendo il sopravvento; in questo luogo si provano strane sensazioni di un’atmosfera da fiaba è – al tempo stesso – intrigante nella sua maestosità, in un paesaggio incantevole, dove storia e leggende s’intrecciano rendendo ancora più magica l’aurea di fascino e mistero. La cosa impressionante è che qui tutto è rimasto fermo a quegli anni dell’abbandono.

Ad ogni modo Apice, bella ed affascinante, accogliente e familiare presenta troppi cancelli chiusi. In sostanza al culmine del momento in cui la passione del luogo ci avvolge la delusione arriva dai limiti di accesso ovunque; allo stato attuale (gennaio 2022) resta – sich – visitabile solo 1/5 dell’intero perimetro urbano. (di ©Andrea Perciato)

Pubblicato da Andrea Perciato

Sono una Guida Ambientale Escursionistica dell'AIGAE (Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche). Giornalista/pubblicista, esperto della progettazione di itinerari escursionistici e della promozione turistica mirata all'ambiente e alla natura. Amante del sapere e sempre alla ricerca di nuovi orizzonti da esplorare e da raccontare. Camminare, sognare, respirare e amare questo bellissimo e incredibile mondo.

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