alla ricerca dell’oro giallo, lungo i “SENTIERI dell’ULIVO” (Caiazzo, CE)

Il nostro itinerario ripercorre un po’ la storia del fiume Volturno, alle spalle di Caserta, introducendoci in un’atmosfera del tutto particolare. L’olio, che è il protagonista assoluto (e non solo!) dei territori attraversati dal nostro cammino, è una delle più importanti piante per l’uomo di tutti i tempi.

Da ricerche storiche effettuate, si evidenzia che la varietà olivicola di Caiazzo, ossia la “CAIATHANA”, sia stata importata direttamente dalle regioni agricole dell’antico Egitto. Coltivato dalle epoche più remote nell’intero bacino mediterraneo, ha costituito nel passato una sicura fonte di ricchezza e di sostentamento per intere popolazioni. Tra le numerose varietà olivicole, una delle più conosciute è la “CAIATINA” (da Caiazzo) ove ancora oggi, questa viene coltivata nella sua zona d’origine. Il suo “aroma” risulta essere ottimo e gustoso e va a “sposarsi” per bene con ogni sorta di pasto o condimento; il suo “profumo” denso e aromatico, risulta essere unico e inconfondibile. Aiutano a conservare queste caratteristiche di alta qualità, il sistema detto di “molitura a freddo” e, quello più tradizionale, detto “molitura a pietra”, che risulta essere, in ogni caso, il migliore in assoluto. Oggi si va invece diffondendo, tra i produttori locali, una qualità ottenuta tramite raffinazione per “decantazione naturale” o, come viene più comunemente detto, per “affioramento”; sistema tradizionale questo, conosciuto fin dall’epoca romana.

Questa operazione appena descritta, comporta l’esclusione dell’ultima fase meccanica di raffinazione detta “centrifugazione”; e così facendo, si riescono a mantenere inalterati, e per molto tempo, tutti gli aromi e gli odori dell’olio. Alcuni esemplari d’ulivo ultrasecolari presentano, alla base di essi, un tronco pietrificato, divenendo così, in un certo senso, dei veri e propri “monumenti” della natura. La raccolta dell’oliva caiatina avviene tra ottobre e dicembre quando il frutto, di ottima qualità, risulta essere ancora molto polposo. Esso è soprattutto buono anche a tavola, matura presto e si riesce a raccoglierlo prima che arrivino i freddi invernali. Le olive vengono strappate dai rami totalmente a mano per mezzo della “brucatura” (dei lunghi bastoni con la punta uncinata) e le fronde più copiose si raggiungono con delle alte e sottili scale che a volte superano i 10 metri. L’oliva viene fatta cadere e raccolta su dei teli di paracadute (o reti), e poi il frutto viene separato dalle foglie tramite una meticolosa operazione che avviene, o subito sotto le piante, oppure a casa, accanto ad un camino acceso.

Il frutto, al 90% è privo di pesticidi, e questo perchè la civiltà contadina caiatina ha sempre rifiutato somministrare alle piante della zona, qualsiasi additivo chimico, preservando così, integralmente, la natura biologica del prodotto. Tutte queste operazioni portano ad una riscoperta dell’antico legame esistente tra uomo e natura; un legame che fa ritornare l’uomo verso quei valori più autentici dimenticati ormai da tempo.

Si cammina attraverso un ameno paesaggio che va ad aprirsi tra olivi, frutteti, boschi cedui ove regnano il rovere e il leccio, fino a giungere sulla strada comunale (la “nazionale” sannitica n. 87) ove appare, disteso su di uno sperone culminante con la rupe dominata dal Castello, il borgo di CAIAZZO (200 m). Abitata in epoca preistorica fu fondata dagli Osci (resti di mura megalitiche) col nome di KAHATA, detta poi KAIATIA e, successivamente, CAIATIA. Occupata dagli Etruschi (847 a.C.) e poi espugnata dai Sanniti (V secolo a.C.), fu definitivamente fedele a Roma divenendo Municipio. Più volte distrutta dai Saraceni (843 d.C.), nell’XI secolo fu occupata dai Longobardi che vi eressero il Castello. I Normanni donarono alla città le “insegne” adottate durante la Prima Crociata che divennero, poi, i simboli dell’attuale stemma comunale: una croce rossa in campo azzurro con quattro gigli d’oro, sormontati da mani congiunte, col motto “TA-PRO” (Coronata Pro Fide) e sopra, una corona reale.

L’arteria principale che attraversa il paese, è caratterizzata dalle pittoresche facciate di varie case ornate in stile rococò (‘600/’700) che vanno a creare una policroma cortina ricca di fregi, stucchi e ornati allineandosi lungo il decumano major ma, volendosi perdere in quel dedalo di viuzze, rampe, archi, cortili e giardini, la memoria storica porta subito il ricordo alle remote origini di questo sito. Tracce romane e medioevali, classiche e rinascimentali, si accavallano e si contrappongono in fregi, murature e stili architettonici. Magnifici esempi di portali in stile durazzesco-catalano sono costruiti con archi in pietra a sesto ribassato e ornati da stemmi agli angoli. Il Municipio ha la sua sede in un Convento Francescano (del XIV secolo) col pittoresco chiostro dominato dal Campanile. Bellissima è la platea prospettica offerta dal Vescovado (del 1564) che sorge nel luogo di un’antica cisterna (“impluvium”) romana, per la raccolta delle acque meteoriche, sita a 5 metri di profondità.

A due chilometri fuori dell’abitato di Caiazzo, verso oriente sorge, sui declivi di una collinetta, il paesino di SS. Giovanni e Paolo (270 m). A poche decine di metri prima dell’ingresso al villaggio, lungo la dissestata strada comunale, sulla destra, vi è la sorgente del “Formale” da cui, in epoca romana, veniva incanalata l’acqua tramite una condotta creata da tubi in terracotta, e che andava ad alimentare la cisterna posta proprio sotto la Piazza del Vescovado, al centro di Caiazzo. Di questa fonte, oggi si possono ancora ammirare gli antichi archi (in cotto) di sostegno della vasca e, per mezzo di una zattera, potervi anche accedere. Il circondario è ricco di secolari uliveti, e il cammino giunge nei pressi della Masseria Sangiovanni (224 m), unico frantoio in zona nel raggio di 20 km. All’olio prodotto in queste zone viene dato l’attributo di “vergine” e questo significa che l’essenza deriva solo dalla spremitura della polpa del frutto: l’oliva. Qui intorno i terreni delle colline presentano caratteristiche calcareo-argillose, le cui falde sono scarsamente alimentate; tutto ciò, non permette l’uso di particolari macchine agricole.

Ed ecco allora perchè questa pianta sopporta benissimo i terreni rocciosi e compatti che si presentano “poveri” e, quindi, privi di fertilità. L’ultimo tratto di questo fantastico viaggio nel regno dell’ulivo ci porta verso la piana fluviale in cui si aprono le sinuose anse del Volturno, lungo un percorso che si snoda attraverso aie, case coloniche e masserie, e dove ogni tanto spuntano dalla vegetazione, tratti di antiche vie e resti in pietra di sicura origine romana; nelle vicinanze scorre la Via Latina ove transitò Annibale quando, col suo poderoso esercito, diresse su Roma. Dalla Masseria Sangiovanni (in contrada Montemilo) ci muoviamo lungo la pista che scende verso il Vallone Grande. Superati il Rio (156 m), si devia a destra e si prende la pista che si mantiene in quota (160 m). Terreni sconnessi si presentano un po’ ovunque e tutto ciò caratterizza, in gran parte, l’intero territorio dell’ “Ager Caiatino”. Puntando verso levante si attraversano le case di contrada Calanice (273 m) e si guadagnano le verdi pendici del monte Alifano (280 m) ove, dopo aver facilmente raggiunto la sua sommità, si possono notare intorno i resti di mura con pietre poligonali che testimoniano l’esistenza di un “oppidum” (roccaforte) risalente al periodo della dominazione sannita.

Dai circostanti villaggi si attraversava quest’altura per poi scendere ai campi e alle pianure bagnate dal Volturno. In tutta la zona, la vita e la viabilità, dovevano già essere presenti in antichissima età. A giudicare dalle scoperte archeologiche effettuate nel sito, queste testimoniano che il posto era attivo almeno fino al medioevo. L’intera zona, al di là della rilevanza storica, risulta essere tra le più suggestive del territorio caiatino. La dolcezza del paesaggio viene scandita dai diversi insediamenti abitativi: case singole (con murature in pietra) sparse sui crinali; masserie isolate; aie e cortili attraversati dalle piste e dai tratturi; capanni e stalle; covoni e ovili; tutti elementi, questi, che preannunciano i silenzi, i profumi e la solitudine dei casali situati nella media valle del Volturno, posti alle pendici meridionali del Matese. Ancora oggi, nelle campagne circostanti, si lavora (anche di Domenica) con metodi tradizionali: l’erba tagliata e il foraggio vengono ancora trasportati sulle “traule”, singolari slitte trainate da bovi e cavalli che, simili a quelle delle pianure russe, scivolano lungo i pendii erbosi.

Dalle alture dell’Alifano ora, si punta giù verso la piana del Volturno (verso SE), ove si sbuca su una carrozzabile che costeggia, per un lungo tratto, la destra orografica della valle fluviale. Qui termina il nostro cammino a piedi e, per raggiungere nuovamente i grossi centri abitati basta servirsi delle autolinee pubbliche, che di qui transitano, e che in mezz’ora conducono ai centri abitati delle città sannita (a settentrione) e carolina (a mezzogiorno). (di ©Andrea Perciato)

Pubblicato da Andrea Perciato

Sono una Guida Ambientale Escursionistica dell'AIGAE (Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche). Giornalista/pubblicista, esperto della progettazione di itinerari escursionistici e della promozione turistica mirata all'ambiente e alla natura. Amante del sapere e sempre alla ricerca di nuovi orizzonti da esplorare e da raccontare. Camminare, sognare, respirare e amare questo bellissimo e incredibile mondo.

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