“SENTIERO degli DEI” (Costa d’Amalfi, Italy), vagabondare in Paradiso alla ricerca del “tralcio perduto”

Un continuo camminare attraverso tutte le tonalità del blu fa da cornice al sentiero che serpeggia attraverso un autentico paradiso fatto di mare, di roccia, di macchia, di cielo… di verticale! Qui da millenni una vite attecchisce sospesa tra i vuoti e le pietre dei terrazzamenti ed è uno tra i vini più pregiati (ricercati e introvabile) della costa. Questo percorso stupisce per il paesaggio costiero ove la dorsale dei monti Lattari scivola e sprofonda nell’azzurro del mare verso l’isola di Capri. L’incredibile itinerario racconta millenni di storia, e ancora oggi è vivo (tra miti e leggende) nell’animo della gente che lo abita. Ricco di macchia mediterranea, di erbe spontanee aromatiche e piante (radici) officinali, tra cui il rosmarino, il timo, la salvia, la rucola, il lentisco e la mortella, il principale frutto che qui più si coltiva è quello della vite.

Si attraversano – superando numerosi saliscendi di terrazzamenti – i filari che producono un particolare tipo di uva detta Pede ‘e Palomma (piede di colomba) tipico vitigno della zona, dalla particolare forma del tralcio e dal color roseo che ne caratterizza la vite, rarissima da trovare. La radice di questo vitigno fu importata dai coloni Greci provenienti dalla penisola Calcidica durante l’invasione Dorica sulle coste elleniche, insieme con altre note specie di viti. Introdotte le prime colture di questa vite sulle pendici dell’Epomeo/Tifeo a Pithecusa (Ischia), ed essendo stata Positano una colonia di origini greche, il tralcio di questa fu probabilmente piantato a ridosso dei terreni, lungo i declivi terrazzati appositamente creati per favorire lo sviluppo e la produzione di questa vite, favorendo così quel gusto speciale che ne determina l’essenza e ne caratterizza la sostanza. Oggi questo vino così “speciale” viene prodotto in modiche quantità al solo, ed esclusivo, utilizzo delle tavole di chi lo lavora. Trovarlo in giro, o chiedendo di poterne acquistare una bottiglia è – praticamente – impossibile; e la vendita al pubblico è addirittura vietata! Ciò che oggi rimane di quel tralcio storico, di quel frutto, di quella essenza, viene “accoppiata” (fatta mescolare) con altre viti del luogo e ciò ne ha fatto perdere le tracce di chi, da secoli, ne ha avuto cura coltivandola col duro sacrificio di lavoro, pazienza e perseveranza.

Pinnacoli che sbucano dalla copiosa vegetazione, guglie di roccia calcarea e profonde gole si perdono in un vertiginoso verde, ponendosi subito all’attenzione dell’escursionista. Su entrambi i lati, appezzamenti di terreno sistemati a terrazzo accolgono – oltre ad agrumi, fichi, meleti e frutteti in genere – la vite favorendo così la principale fonte di reddito agricolo che qui avviene da secoli. Qui da sempre terrazzamenti, abilmente realizzati da mani contadine e dai boscaioli, sono distribuiti su più livelli con muretti di contenimento in pietra calcarea a secco misti a malta e calce. Oggi, purtroppo, molti di questi, sono in un totale stato di abbandono e – non più curati come un tempo – sono anche fonte di pericolo causati dagli agenti atmosferici, dal passaggio degli animali che qui pascolano liberamente e dalla continua (ed eccessiva!) presenza antropica con il passaggio quotidiano di centinaia di turisti (escursionisti?) giunti da ogni dove che hanno inevitabilmente alterato lo stato originario dei luoghi, rendendo quasi impraticabile alcuni tratti dello stesso.

Avendo avuto la fortuna di conoscere e frequentare questo sentiero già fin dal 1985 le persone che si incrociavano lungo esso erano principalmente gente del posto che quassù lavorava i propri appezzamenti di terreno con l’ausilio di muli o cavali quali unici (e possibili) “mezzi” di trasporto; dialogando con loro si ha avuto la possibilità di raccogliere, direttamente dalla propria voce, le testimonianze su come veniva “vissuto” questo sentiero e di come si trascorreva una giornata lavorativa lungo esso; ricordi di un tempo ed atmosfere bucoliche che rendono ancor più leggendario il sentiero. Questo sentiero, fin dall’antichità assolveva a un importante ruolo di collegamento; vi si svolgevano, infatti, intensi traffici commerciali via terra tra i villaggi distribuiti lungo la costa (Positano, colonia ellenica) e gli insediamenti dell’entroterra (l’altopiano di Agerola, di origini romane). Unica via terrestre sul versante meridionale dei monti Lattari, tra l’aspro litorale costiero e i dolci declivi dell’interno, permetteva il transito e lo scambio di mercanzie come: crusca, carbone, latte, spezie, legname, tessuti, pietre preziose, ceramiche, vini e oli.

Diversi esempi di quell’architettura tipica della fascia costiera che s’affaccia lungo le sponde del Mediterraneo, con sicuri richiami al mondo arabo, sono – ciò che ancora è ben visibile – i ruderi di antiche case distribuiti lungo tutto il percorso; oggi, molte di queste, laddove è stato possibile ripristinarne le strutture, vengono ancora utilizzate come ricovero per animali (stalle) oppure come depositi per attrezzature occorrenti alle lavorazioni dei terreni. Uno tra gli aspetti “curiosi” di questo Sentiero degli Dei (e che a molti sfugge!) è che esso – a differenza di come dovrebbe essere per tutti i sentieri di montagna che partono dal basso e ascendono alle quote più alte – parte da una certa altitudine (Bomerano di Agerola, a 632 m) e scende di quota fino a raggiungere i 420 m della piazzetta del borgo di Nocelle, per poi proseguire fino a raggiungere Positano percorrendo una lunga discesa di oltre 1700 alzate tra rampe, scale e gradoni. Si continua a camminare in un ambiente sospeso tra guglie, profonde gole, dirupi e precipizi, quercete, grotte, felci, rovi, e ginestre ammirando un paesaggio che si protende verso l’immenso.

Diverse testimonianze storiche lasciano intuire come questi luoghi siano stati conosciuti, con molta probabilità, da alcuni dei più noti e famosi viaggiatori dell’epoca del Grand Tour (dal XVIII al XIX secolo) tra cui Goethe, Lenormant, Mendelsson, Wagner ed altri ancora che, visitandoli durante le loro peregrinazioni, ne hanno decantato le straordinarie bellezze paesaggistiche, naturalistiche e ambientali; ed è probabile che da questo incrocio di esperienze e testimonianze possa essere stato coniato l’appellativo “Sentiero degli Dei”, perché un luogo così, sulla terra, non ha paragoni se non in un mondo celeste (e ancestrale) come la dimora degli Dei. Ma il Sentiero degli Dei conserva anche le testimonianze di racconti e tradizioni popolari che, spesso, sfociano nella leggenda. Altre storie, tramandate di padre in figlio, narrano di come il sentiero sia stato utilizzato da briganti, malviventi e contrabbandieri che qui trovarono rifugio, nascondiglio e sicurezza per l’inaccessibilità del luogo da parte delle forze dell’ordine. Si narra infatti di persone dette i “Fatati” (taumaturgi dalle facoltà soprannaturali) tra cui vi era ‘U Magio (il mago) che – pur essendo analfabeta – conservava, su di un enorme libro, scritti di lieti eventi e nefasti presagi. Si racconta anche di una “scrofa” che, coi suoi sei piccoli, durante le notti di luna piena si trasformava in essere satanico incutendo paura ai malcapitati passanti che di qui transitavano.

È un passaggio questo, tra la costa e l’entroterra, che fin dall’antichità ha testimoniato, lungo tutto il suo percorso, quella cultura locale che tanto caratterizza questi luoghi: agreste, contadina e rurale, proprio a picco sul mare. Qui la gente, soprattutto gli anziani, vive e lavora in sintonia col paesaggio naturale: chi raccoglie frutta dai campi coltivati a terrazzo; chi trasporta sulle spalle nuove sementi da piantare; chi, a dorso di mulo o cavallo, raccoglie e trasporta fascine di legna; chi ancora trasporta  sulle spalle taniche d’alluminio contenenti latte fresco di capra appena munto, percorrendo due volte al giorno l’intero sentiero. Tutto ciò fa sembrare quasi come se il tempo non fosse mai trascorso. Un ritaglio di natura che ha vissuto fino ad oggi tra miti, realtà, storie e che è giunto integro fino ai nostri giorni con un patrimonio storico e culturale che ci invita a riscoprire da una parte le remote origini di quei nobili, fieri e liberi popoli marinari, mentre dall’altra evidenzia le radici della dura, paziente, ospitale ed orgogliosa gente di montagna. (di ©Andrea Perciato)

Pubblicato da Andrea Perciato

Sono una Guida Ambientale Escursionistica dell'AIGAE (Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche). Giornalista/pubblicista, esperto della progettazione di itinerari escursionistici e della promozione turistica mirata all'ambiente e alla natura. Amante del sapere e sempre alla ricerca di nuovi orizzonti da esplorare e da raccontare. Camminare, sognare, respirare e amare questo bellissimo e incredibile mondo.

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