il “Sentiero di Merlino” (Cornovaglia, UK)… tra leggende e naufragi da Boscastle a Tintagel

Incastonato all’apice dell’unico fiordo che s’apre lungo la costa settentrionale della Cornovaglia, sorge questo caratteristico e pittoresco villaggio di pescatori di BOSCASTLE affacciato sull’oceano Atlantico. La parte superiore dell’abitato è circondata da bucolici paesaggi intrisi di tutte le sfumature del verde; baite, piccole farm, intensi pascoli ed un porto naturale in cui le maree giocano con le piccole imbarcazioni. Qui, nell’estate del 2004 un violento alluvione distrusse molte abitazioni, causando danni sia a persone, a beni mobili e immobiliari; le acque del torrente Valency, dopo 4 lunghe ore di incessanti acquazzoni, si ingrossarono e strariparono invadendo le case del borgo. La piena attraversò le strade del villaggio travolgendo almeno 50 automobili (si contarono 15 dispersi) e oltre un centinaio furono evacuate grazie all’intervento degli elicotteri.

Il pittoresco borgo si sviluppa intorno al porticciolo a margine di una grossa fenditura tra le scogliere, e le sue graziose abitazioni rendono la località davvero molto bella, con coloratissimi negozietti e localini ove è possibile gustare la tipica english breakfast, superando i pittoreschi ponti che attraversano il torrente che va a sfociare nel vicino molo; pochi minuti per respirare la brezza oceanica e godere del libero volteggiare dei gabbiani che l’itinerario comincia portandosi in alto lungo la scogliera da cui si ammira, dall’alto dell’ingresso del fiordo, il dondolio delle barche che – a seconda delle maree – cambia intensità.

Appena imboccati il tracciato del SW Coast Path, si prosegue verso SW; sul vicino promontorio troneggia il bianco edificio della Coastwatch Station (NCI) di Boscastle. Camminare sull’orlo di impressionanti scogliere non ha prezzo; cale nascoste, rupi a picco che precipitano nel profondo azzurro, scogli e isolotti su cui spumeggiano le onde oceaniche, promontori erbosi che scivolano tra le rocce sospese nel vuoto, piccole spiagge inaccessibili e valli nascoste. Un piacevole saliscendi, tra campi e prati verdi ove pascolano liberamente le tipiche pecore britanniche che brucano l’erba intrisa dell’aria salmastra del mare, numerosi steccati e cancelli da superare e accompagnati dalle refole dei veti oceanici, ci porta in vista del poderoso Camelot Castle che altro non è un albergo.

Aggirando il margine della scogliera si giunge in vista del leggendario promontorio di TINTAGEL, ove storia e leggenda si rincorrono da secoli. Fermandosi un attimo a riprender fiato, scegliendo il tempo giusto per una inquadratura e respirando l’intensità dell’oceano, si possono ammirare – quasi toccandole con mano – i resti in muratura della leggendaria residenza “arturiana” dove secondo la tradizione fu concepito il leggendario re britannico. Anticamente il luogo fu una comunità portuale multiculturale di un certo rilievo e i ritrovamenti di reperti (calici e coppe provenienti dall’attuale Turchia) sembrano confermare che Tintagel era una base (porto commerciale) lungo le rotte di navigazione atlantica dell’antico continente.

Ritenuta la sede del Re di Cornovaglia, dopo la caduta dell’Impero romano d’occidente, nella Britannia post romana persisteva una buona alfabetizzazione. Come narra la leggenda fu questo il luogo dove il sovrano fu concepito grazie a un sortilegio del Mago Merlino, che permise ad Uther Pendragon di sedurre sua madre. L’atmosfera che aleggia su queste rupi in ardesia che – come giganteschi artigli di draghi o demoni – affondano nelle onde, è davvero unica. È come essere proiettati indietro in un tempo lontano e poter immaginare, come un improvviso materializzarsi di dame, cavalieri, combattimenti a cavallo, giostre, lance e spade vibranti, le numerose favole di cui sono intrise ogni pietra di questo luogo e dove si resta estasiati dagli splendidi panorami che si possono ammirare dalle scogliere, da cui si ergono un crogiuolo di ruderi, secondo alcuni studiosi di origine celtica, secondo altri archeologi di chiara impronta romana.

Purtroppo sono possibili aggirare soltanto le perimetrazioni meridionali della prima rupe, collegata alla seconda tramite una vertiginosa rampa di scale ed un ponte sospeso nel vuoto, poiché per alcuni crolli di placche d’ardesia avvenuti di recente e la permanenza di cantieri e impalcature, allo stato attuale la zona è stata preclusa il transito di pedoni e alle visite per il ripristino dello stato attuale dei luoghi antecedenti la frana. Ciò non toglie il piacere di proseguire lungo il sentiero principale inerpicandosi su per la scogliera che aggira la sommità del castello; su per gradoni lastricati in ardesia ove lo stridere dei gabbiani accompagna lo sguardo sulla impressionante vista della baia, ove laggiù in fondo, il rombo tonante dei flutti oceanici che si infrangono sulla scogliera, restituiscono gli echi di un luogo che incute timore.

Laggiù in fondo, verso la spiaggia ai piedi del castello, una piccola cascata si getta dalla scogliera ove sono presenti diverse grotte e anfratti tra cui la Merlin’s Cave (Caverna di Merlino) in cui si dice che l’antico mago praticava le sue scienze occulte e che rifugiò il piccolo Artù proteggendolo dalla vista dei suoi nemici; accostandosi all’ingresso si ha la sensazione che lo spirito “arturiano” cammini ancora al suo interno, e che a volte si possa addirittura sentire la sua voce che bisbiglia formule magiche e antichi rituali alchemici!

Lasciati alle spalle l’atmosfera dei Cavalieri della Tavola Rotonda, in poche decine di minuti si raggiunge la singolare chiesa di matrice normanna dedicata al culto di Santa Materiana; al suo interno una bella navata con struttura in legno che sorregge lastre di ardesia, fonti battesimali, lapidi, cappelle nascoste, sedie e leggii in legno di pregiato valore artistico e storico, resti di una balaustra d’epoca romana e – con nostra grande meraviglia – in una teca è custodito un salvagente bianco con su scritto il nome di una nave e la località da cui essa proviene: “IOTA”, Napoli…!

Si immagini ora la sorpresa di veder scritto il nome di una grande città italiana come Napoli ad oltre 3000 km di distanza; e subito cominciano a ronzare per la testa una serie di domande sul perché quel salvagente si trova qui…? Perché è chiuso in quella teca di vetro e posto all’interno di un’antichissima chiesa sulle sponde dell’oceano Atlantico…? A questi interrogativi troviamo subito una risposta nell’adiacente cimitero locale che, nel corso del tempo, accoglie da sempre le spoglie di tutti gli abitanti di Tintagel. Proprio all’ingresso del camposanto, un altro salvagente sempre bianco (lo stesso, ma con sfilacciature bardate color arancio), incastrato su una croce in legno (ricavata da ciò che rimase del naufragio), reca sul bordo così scritto: “IOTA 1893 NAPOLI – CATANESE DOMENICO AGE 14”

Ora, dopo la sorpresa e le prevedibili emozioni nel leggere tutto ciò, chiedendo qualche informazione in giro veniamo subito a ricevere le risposte ai nostri interrogativi fatti finora, nel ricostruire la breve storia del tutto. Oltre un secolo fa avvenne che… “una nave, la “Iota” (classe brigantino a “palo”), costruita/armata nei cantieri di Bideford UK e censita negli elenchi navali di Procida (NA), proveniente dalla Sicilia trasportava 900 tonnellate di zolfo destinate a Bristol. Svuotate le stive ripartiva da Swansea il 19 dicembre 1893 con un carico di 1000 tonnellate di carbone destinato a Castellammare di Stabia. Fuori dai porti sicuri il bastimento incontrò violente tempeste di vento in balia di un forte moto ondoso. Verso mezzogiorno del 20 dicembre del 1893 costeggiava le coste settentrionali della Cornovaglia ma, colta da una incredibile tempesta oceanica con onde alte decine di metri, la stessa – dopo aver rotto i motori, le vele ed altri pezzi che ne governavano la rotta – che iniziava pericolosamente a “scarrocciare”, flagellata dal vento fu costretta a fracassarsi sulle ripide scogliere di Great Lye Rock, un gigantesco faraglione spaccato a metà nei pressi di Tintagel catapultando, tra i marosi e le rocce, gran parte del suo equipaggio.

La popolazione di Tintagel si trovò ad assistere attonita e impotente, dalle alture circostanti, ai disperati tentativi dell’equipaggio di lasciare la nave e aggrapparsi alle rocce. Nel soccorrere gli scampati, riuscirono a trarre in salvo quasi tutti gli uomini (molti riportarono gravi ferite!) della nave, tranne un disperso ed il giovane mozzo Domenico (detto Minicucciu) il cui corpo fu recuperato – con non poche difficoltà – il giorno dopo incastrato tra gli scogli. Il corpo dello sfortunato Domenico, dopo solenni funerali, come se fosse un membro di quella comunità, fu sepolto nel ventoso cimitero della locale chiesa parrocchiale di Santa Materiana in Tintagel; il colore rosso dei suoi capelli lo accomunava a molti ragazzi di quel villaggio.

Da allora le spoglie di questo giovane marinaio siciliano giacciono nel locale cimitero e da quei giorni fino a tutt’oggi, la gente del luogo si è avvicendata nella cura e nel mantenimento (con pulizia e cambio dei fiori) della tomba di questo sfortunato ragazzo perito tra i flutti di Tintagel. L’itinerario termina tra i pascoli, i prati, le case e le viuzze di Tintagel che spicca per il suo antichissimo edificio postale (ora patrimonio nazionale), la sua chiesa e le decine di negozi di souvenir e prodotti tipici della Cornovaglia. (di ©Andrea Perciato)

Pubblicato da Andrea Perciato

Sono una Guida Ambientale Escursionistica dell'AIGAE (Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche). Giornalista/pubblicista, esperto della progettazione di itinerari escursionistici e della promozione turistica mirata all'ambiente e alla natura. Amante del sapere e sempre alla ricerca di nuovi orizzonti da esplorare e da raccontare. Camminare, sognare, respirare e amare questo bellissimo e incredibile mondo.

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