VALLO di DIANO (SA, Italy)… tra BASILICHE e CERTOSE alla scoperta del “bello”

Rimanere estasiati, letteralmente travolti da un insolito fascino, dal grande mistero e dall’intensa monumentalità di così tanta bellezza (storica, artistica, archeologica, religiosa…), tutta concentrata in un sol luogo e a poche centinaia di metri di distanza, è davvero un qualcosa di incredibile e, difficilmente, riscontrabile altrove.

Dopo che i Romani operarono la bonifica del Vallo, regolando le “chiuse” di Polla, trasformarono lo stagno del Tanagro in un letto fluviale dalla normale portata. Caduto l’Impero il Vallo segnò un graduale spopolamento e ritornò, nuovamente, a formarsi la palude. Esistevano, in quell’epoca senza precisi riferimenti storici, nel cuore del Vallo importanti tracce e testimonianze storiche e artistiche intrise soprattutto di fede e di alta spiritualità. Ma anche l’avanzato stato di civiltà comincio a rendere conosciuta questa parte di territorio tra Campania e Lucania. Alcune testimonianze scritte del VI secolo d.C. riportano che qui – durante la festa dedicata a San Cipriano – aveva luogo, presso la sorgiva di una fonte ritenuta miracolosa, una importante fiera che si svolgeva ogni anno, un evento festaiolo che contemplava lo scambio di beni commerciali di varia natura, la vendita di pellame e manufatti artigianali, nonché la vendita di animali.

La località era conosciuta come Marcellianum, casale situato a margine della romana Cosilinum; ed è proprio l’origine da cui trae il nome – quello di un Papa – che qui viene istituita una diocesi con l’edificazione di questo particolare edificio sacro che diviene, ben presto, uno tra i principali luoghi di culto e pellegrinaggio, sulle rotte terrestri da nord a sud e dal mare, verso l’intero: il singolare BATTISTERO di San GIOVANNI in FONTE, unico esempio in Italia di un impianto religioso cosiddetto “ad immersione” (risalente al V-VI secolo). Esso fu eretto per volere del Pontefice Marcello I, e la sua straordinaria edificazione avvenne in luogo di una preesistente fonte ritenuta miracolosa; le sue acque attraversano le fonda-menta del complesso tra archi, volte e possenti mura, secondo un preciso e ingegnoso sistema di canalizzazione la cui portata, come da secoli tramanda la leggenda, aumenterebbe (se non, addirittura, salire di livello) durante le celebrazioni della Passione del Sabato “Santo”. Intorno all’anno 1000 questo luogo di culto non fu più “funzionale” al rito del battesimo.

Proprio qui, alle falde delle alture orientali del Vallo, nei pressi della Certosa, tra il complesso monumentale ed il Battistero paleocristiano di S. Giovanni in Fonte, c’era una Statio romana che, subito abbandonata, durante il medioevo divenne un riferimento per la sosta dei carriaggi e il riposo di uomini e animali, dopo che questi sopportavano le dure fatiche e i rischi della traversata del Vallo per condurre le loro mercanzie nelle impervie terre del Brutium, lungo i porti marini della costa ionica. Comparve la malaria e i contadini cominciarono ad abbandonare i casali nelle campagne e i villaggi sparsi nella pianura del Diano. Allora il conte Tommaso Sanseverino di Marsico pensò bene di chiamare a sé i monaci certosini affinché provvedessero a riorganizzare la bonifica delle terre incolte e ad offrire a questi la possibilità di poter ricominciare, con una prima sistemazione del riassetto territoriale, gettando le basi per edificare quella che diverrà poi la Certosa, edificio religioso tra i più grandi in Italia.

La monumentale CERTOSA dedita al culto di San Lorenzo, fu realizzata seguendo il modello di quella di Trisulti (sui monti Ernici, nel frusinate) il cui primo Soprintendente fu Padre Michele da Trisulti. La Certosa seguiva fedelmente la “Regola dell’Ordine”, quella di San Lorenzo, con gran spiegamento di spazi, vuoti, pieni, ombre e luci. Gli ambienti vennero suddivisi da una netta distinzione tra funzioni esterne e luoghi destinati all’isolamento, alla contemplazione e alla preghiera tra fratelli conversi, che si occupavano della condizione di questa grande “macchina conventuale” e padri certosini, che vivevano in un più rigoroso isolamento nelle loro celle riunendosi solo per le preghiere comuni, o durante particolari momenti di fede. Tra le attività che esercitavano i religiosi all’interno del sacro edificio, una di queste era quella della raccolta del latte fresco.

Pochi decenni dopo la costruzione i monaci avevano stretto rapporti di collaborazione con le popolazioni della zona e in particolare coi bovari e i pastori che pascolavano sugli altipiani dei vicini monti della Maddalena. I verdi prati di Mandrano offrivano ottimo cibo per mandrie e greggi che quassù pascolavano per lunghi periodi l’anno. I monaci avevano bisogno di latte sempre fresco, però le difficoltà di approvvigionamento iniziarono quando il prodotto doveva essere trasportato giù a valle, poiché non c’erano sentieri abbastanza frequentati per consentire un facile trasporto del nutriente liquido. Questi, allora, pensarono bene di far realizzare da alcune maestranze locali un ingegnoso sistema per incanalare, con pietre levigate e cocci squadrati, il prodotto appena raccolto in maniera tale che, dagli altipiani il latte, seguendo le direttrici della pendenza che scorreva sfruttando gli alvei prosciugati di ruscelli e torrenti, poteva riversarsi attraverso questa canalizzazione, direttamente nelle cucine e nei depositi della Certosa.

Oggi, di questo sistema d’ingegneria idraulica non resta più alcuna traccia; solo qualche anziano pastore riesce ancora a ricordarsi di quando i padri dei loro padri raccontavano di come i monaci ricevevano direttamente il latte in Certosa senza che il prezioso liquido fosse sottoposto a difficoltosi spostamenti. Nel 1535 il complesso conventuale venne visitato da Re Carlo V d’Aragona nel suo viaggio di ritorno da Reggio verso Napoli. Si racconta che nelle cucine in suo onore fu preparata dai monaci della Certosa una enorme frittata utilizzando oltre 1000 uova, pietanza così passata alla storia dell’arte culinaria. Nel ‘600, la Certosa ebbe il suo periodo di massimo splendore. Protetta dai Papi, visitata dai Reali e occupata dai Francesi (con oltre 20.000 soldati) all’inizio dell’800, fu purtroppo depredata di molti dei suoi tesori (oggi presenti al Louvre di Parigi).

Dichiarata Monumento Nazionale nel 1882, ha visto l’incuria e l’indifferenza umana abbattersi sulle sue ricchezze peggio di un maglio. Durante le ultime due guerre mondiali fu utilizzata come campo di concentramento ospitando 30.000 prigionieri. La Certosa in cifre presenta: 52.000 mq d’estensione (12.000 solo per il Chiostro Grande); il portico è sorretto da 84 pilastri; 1200 m di porticato sono sorretti da 300 archi; 41 fontane e 600 stanze… tutto ciò basta a rendere l’idea di questo immenso monumento d’arte e architettura. La Certosa ha la singolare pianta a forma di graticola; in onore del martire San Lorenzo, a cui l’ordine monastico si riferisce: al suo interno sono conservati pregevolissimi legni intarsiati in madreperla, stucchi barocchi della tesoreria e l’affascinante “mistero” della scala a chiocciola con gli scalini di marmo incastrati direttamente nella parete, senza punti d’appoggio. Al suo interno oggi vi è anche un’area dedicata al Museo Archeologico della Lucania. Nel cortile antistante, uscendo dal sacro edificio, fuori in alto a sinistra, si staglia il grappolo di case dell’abitato di Padula; ma questa… è un’altra storia! (di ©Andrea Perciato)

Pubblicato da Andrea Perciato

Sono una Guida Ambientale Escursionistica dell'AIGAE (Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche). Giornalista/pubblicista, esperto della progettazione di itinerari escursionistici e della promozione turistica mirata all'ambiente e alla natura. Amante del sapere e sempre alla ricerca di nuovi orizzonti da esplorare e da raccontare. Camminare, sognare, respirare e amare questo bellissimo e incredibile mondo.

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