C’è un singolare montagna, tra le valli fluviali del Picentino a occidente, e quella del Tusciano a oriente, una montagna dalla caratteristica orografia che si erge con due rupi simili alle gobbe di un cammello, al cui centro sono ben visibili i ruderi di un poderoso castello longobardo lassù eretto, ben nascosto e protetto, già fin dall’alto Medioevo: il Castrum Olibani.
Sicuramente lungo le sponde di questo fiume (il Tusciano) doveva esistere uno stazionamento di colonizzatori etruschi spinti fino a queste latitudini, chiamati TUSCIANENSES, da cui l’attuale nome della zona che separava due aree distinte: la presenza di un centro abitato e di una guarnigione militare che vigilava lungo il fiume; “Amina” l’antica Pontecagnano di origini etrusche non era poi così lontana. La presenza antropica in queste zone, garantiva il controllo delle postazioni adibite a posti di rifornimento e di ristoro per le cavalcature e i loro cavalieri che di qui transitavano; lungo le rive del Tusciano esistevano vie che collegavano la zona Picentina costiera, superando lo spartiacque appenninico, con quella interna fino all’Apulia.
Tracce ancora evidenti (il sentiero che stiamo percorrendo e che fin dall’antichità collegava Acerno ad Olevano e viceversa) indicano l’esistenza di una sistemazione viaria tra il Castello e il monte Raione lungo il corso del fiume. È sicuramente, questa, la traccia di una via oneraria i cui traffici (trasporto di carichi e mercanzie varie) avevano come punto di collegamento una direttrice che conduceva ad Acerno, in funzione di raccordo tra la Via APPIA (che transitava per le dorsali montuose interne dell’Appennino), e la Via POPILIA (Annia) che lambiva le pendici meridionali dei Picentini, fino a seguirne le direttrici dei passi, valichi e valli (lo “Scorzo” ed il “Diano”) fino alle “Terre del Brutium” (Calabria) Quindi, non solo la valle è stata interessata da traffici commerciali, ma le sue direttrici sono state fondamentali e strategici punti di riferimento per gli spostamenti di truppe ed eserciti.
Per raggiungere il Castello, provenienti da Ariano (sede comunale di Olevano), proponiamo di salire dalla fiume anziché da Salitto (frazione superiore del comune olevanese). Si raggiunge l’area attrezzata a pic-nic del Parco di San Michele e da qui, arrivati nei pressi del Ponte dell’Angelo, lo si varca proseguendo lungo la strada in terra battuta (e in brecciolino), fino a guadagnare quota superando una lunga serie di tornanti. Il sottostante paesaggio della vallata assume, con le sue varianti, nuove forme (rocce strapiombanti e pareti a picco), nuovi colori (l’onnipresente, ma sempre piacevole verde, dei fitti boschi che “arrossiscono” durante l’autunno) e nuovi profumi (l’aria fresca e frizzante del mattino, il rigoglio delle acque e l’aroma delle essenze di piante officinali).
Aggirando sotto i pinnacoli calcarei della Rupe di Pappalondo si giunge ad un grande piazzale in località Cannabosto (473 m). Qui, un altare è stato eretto per dire messa all’aperto in occasione delle festività in onore di S. Michele (8 maggio e 29 settembre), santo patrono di Olevano. Di fronte, verso E, lungo la rocciosa parete a strapiombo del monte Raione, si può ammirare la cavità della Grotta di San Michele (450 m). Si riprende il cammino proseguendo lungo la strada in terra battuta che costeggia il monte per un lungo tratto (S) e che porta fin sotto alla rupe del Castello. Giù in basso, alla nostra destra, si proiettano le case della frazione di Salitto, le verdi colline coltivate a ulivi e vigneti, l’abitato di Montecorvino Rovella e, sullo sfondo, i paesi vicinali. Se la giornata è abbastanza nitida, si possono ammirare la “seghettata” catena dei monti Lattari e l’isola di Capri a occidente, il golfo di Salerno sotto di noi, la piana del Sele e la mole calcarea degli Alburni fino a Punta Licosa verso “libeccio”.
Una terrazza prativa con una piccola pineta attrezzata con tavolati in legno per il pic-nic, invita a fare una breve sosta. Un reticolato con filo spinato ed una cancellata in legno (apribile) sono stati messi lì per evitare il transito degli animali. Avvertendo la presenza di campanacci e belati, bisogna fare molta attenzione ai cani i quali, pur abbaiando insistentemente, non s’avvicinano mai a tal punto da rendersi pericolosi. Lungo un sentierino, in poche decine di minuti, si arriva al primo dei tre ordini di mura che cinge l’antico villaggio fortificato longobardo costituenti il “CASTRUM OLIBANI” (detto anche “Olibanon“) per poi giungere, infine, varcato l’ingresso sotto un arco in pietra, all’interno del vero castello situato al centro di due grossi bastioni rocciosi molto simili alle gobbe di un cammello.
Osservando attentamente la distribuzione dei ruderi del Castello tra queste rupi calcaree si avverte la sensazione, per la sua particolare posizione, di come sia un vero nido d’aquile che incute timore e rispetto. I suoi abbondanti ruderi sono distribuiti a cavaliere tra due spaventosi precipizi costituiti da rocce inaccessibili che si perdono nel baratro più profondo. Racchiuso tra due pareti di roccia calcarea che si ergono maestosi verso il cielo, esso era praticamente imprendibile ed inespugnabile. Dominava tutti gli accessi all’interno della vallata. Appartenuto ai Longobardi fin dal secolo VIII, la sua custodia e la sua difesa venivano affidate, soprattutto, ad una milizia territoriale permanente, guidata dal “PROVISOR CASTRI”, cioè il castellano. Al sostentamento si provvedeva facendo scorte alimentari per tutto l’anno di frumento, orzo, fave, ceci, olio, vino, miglio, lievito, sugna e lardo. Questo Provisor Castri sosteneva a proprie spese all’approvvigionamento di cibo e all’acquisto delle armi per la guarnigione che, periodicamente, vi presidiava.
Dell’antico Castello medioevale restano oggi solo pietre sparse, grandiosi rovine che testimoniano un antico e glorioso passato ricco di memorie storiche. Dopo secoli di abbandono questi ruderi si presentano ancora così maestosi e imponenti, e arrivare ad essi è comunque un’avventura, voluta solo da una profonda e accanita passione per la conoscenza storica e geografica dei nostri territori, poiché ogni traccia di accesso vi è stata cancellata. Un’ultima raccomandazione va assolutamente fatta per quegli escursionisti che amano avventurarsi e muoversi autonomamente: bisogna fare molta attenzione (!), tra le pietre di questo vetusto maniero, per la massiccia presenza di numerose specie di rettili: la mia prima volta quassù – nel lontano 1975 – ne contai 13 di varie specie, livree e lunghezze; caricarsi di una buona dose di prudenza, in questi casi, è sempre meglio. Buoni passi a tutti voi tra natura e storia (di ©Andrea Perciato)
