Per chi giunge da Telese o dalla valle del Volturno e vuole raggiungere le alte propaggini sud-orientali del gruppo montuoso del Matese, nel punto in cui il torrente Titerno piega con larghe e ciottolose anse verso occidente, in un’area determinata dalle alture del monte Acero e i crinali della dorsale appenninica, posto alle falde boscose di monte Erbano sorge il caseggiato di S. Lorenzello (211 m). In amena posizione, in un’autentica cornice naturale ove si rincorrono forme, luci e colori, il paese domina a settentrione l’immensa conca paesaggistica dove confluiscono i corsi fluviali del Calore e del Volturno circondati da una marea ondulata di colline dove risaltano le ben più note “Città del Barocco” come la vicinissima Cerreto Sannita, il ripido pendio su cui è arroccata Guardia Sanframondi e la lontanissima Caiazzo.
Sono ben note le produzioni di ceramica che caratterizzano la zona, sapientemente illustrate dalle maestranze locali le quali perpetuano un’arcaica tradizione con produzioni artigianali di pregiato valore artistico e decorativo. Ma ciò che risulta essere il motivo dominante della conoscenza di S. Lorenzello e i suoi dintorni sono, laddove è ancora possibile ammirarle, la presenza di quelle che erano le antiche fornaci per la lavorazione/produzione delle forme in terracotta e – soprattutto – riuscire a scoprire (e “ricostruire”) quel simbolico percorso che per secoli ha compiuto la creta dalle cave di estrazione dell’argilla fino alle fornaci delle botteghe artigiane dove il prodotto, modellato, veniva tramutato in terracotta.
In un orizzonte costellato da monti, boschi e profonde gole, con letti fluviali acciottolati tra anse e meandri e terreni sapientemente coltivati a orto e distribuiti a frutteti, vigneti e uliveti, sorgono casali e masserie lungo le principali arterie: ampi slarghi interni con il forno esterno, le scale, gli ambienti sottani (comunemente usati come spazio del lavoro: la bottega) e gli ambienti soprani (raramente usati come abitazione: residenza stabile). La presenza di particolari elementi espressi in natura quali l’acqua (leggibile attraverso le fontane, i pozzi, il fiume), il fuoco (chiaramente visibile attraverso fornaci, focolari e forni) e i percorsi (riscontrabili negli antichi ponti, nelle rampe o – più semplicemente – negli straordinari vicoli acciottolati) concorrono, tutti insieme, a definire e rafforzare, come varchi di comunicazione, i tre elementi degli orizzonti basso-medio-alto: ctonio, terrestre, celeste.
La località Toppo (più conosciuta come Masseria Fusco) è una modesta altura avvolta da secolari uliveti che fa da cornice d’ingresso al territorio di S. Lorenzello. Qui la bottega del decoratore/ceramista Ruggiero perpetua, nel segno della tradizione, quelle che sono le forme e i tratti tipici della produzione locale: acquasantiere e formelle; vasi e portacandele; zuppiere e ancelle; borracce scaldamani e brocche; piastrelle e pavimenti. Da questa bottega, lungo una pista carraia in discesa, si raggiunge (223 m) la strada Telese/San Lorenzello. Qui, proprio all’altezza di una curva che piega e sale in direzione N, accanto a sinistra compare la bottega del cretaio/ceramista Festa, ove l’ultimo maestro “Cocciolaro” (o “Crucciularo” = colui che lavora ai cocci) ci accoglie nel suo angolo di produzione seduto all’ultimo tornio della zona che funziona ancora a pedale. La materia scivola tra le sue mani e da un semplice impasto di argilla e acqua viene fuori la forma, mentre in altri ambienti della bottega alcuni allievi intervengono nelle fasi della decorazione e della smaltatura/lucidatura.
Dalla bottega Festa, a meno di mezzo chilometro si è in località Madonnella (edicola sacra lungo la strada). Qui, sulla destra, in un terreno di proprietà (Festa) si raggiunge il solco del torrente Cervillo; lungo il suo margine compare un frutteto (alberi di pero e vigneto) impiantato proprio nel luogo in cui esisteva l’unica cava della zona da cui si estraeva l’argilla. Qui, fino alla metà del XX secolo, i bambini della zona si divertivano a raccogliere l’argilla con le mani e a riempire i contenitori (canestri in vimini) che a loro volta venivano caricati dagli adulti su appositi carri trainati dai buoi. In virtù delle particolari falde presenti nel sottosuolo, il manto argilloso di superficie può presentarsi con venature policrome in argilla rossastra, argilla più chiara gialla, argilla color manganese e – in alcuni casi – con sfumature verderame. Per secoli le argillose pendici delle alture che ruotano tra Cerreto Sannita e S. Lorenzello hanno fornito la materia prima agli artigiani ceramici del luogo “seguendo” così un percorso produttivamente preferenziale che dai corsi fluviali e torrentizi attraversava territori intensamente coltivati (vigneti e uliveti) e lungo la via dei pastori transumanti incrociava casali e masserie isolate fino a raggiungere le fornaci/botteghe.
Sono aree, quelle di S. Lorenzello, dalle quali lentamente emergono tracce di arcaiche civiltà (come statue fittili a corredo tombale d’epoca romana rinvenute in zona) che arricchivano le proprie abitazioni con terrecotte decorate di cui ancora oggi, attraverso una diffusa attività artigianale della lavorazione dell’argilla evolutasi – durante lo scorrere dei secoli – nella più prestigiosa ceramica artistica, si rivivono i segni e le forme più evidenti. L’argilla, durante il suo percorso dalla cava alla fornace/bottega, raggiungeva finalmente le rive del fiume ove, per mezzo di un ponte a più arcate, faceva il suo ingresso in paese per giungere definitivamente a destinazione presso la fornace posta sulla sponda destra (ma più in alto) del Titerno. Qui il torrente, seguiva il margine della strada e sfiorando le ampie zone di verde diventava segno attivo del linguaggio paesaggistico; esso scorreva ora violento, tra gole e salti di roccia, ora placido tra anse che serpeggiano lungo bianche rive acciottolate; un unico orizzonte di elementi che diventava, al tempo stesso, luogo di esposizione e vendita dei prodotti ceramici e delle terrecotte.
I faenzari di un tempo proprio sulle acque del Titerno avevano buone opportunità di produzione poiché la corrente del fiume serviva per pulire bene le pale dei “molinelli” per lavorare l’argilla. Prima di conoscere l’affascinante mondo della produzione del cotto, basta percorrere pochi passi per trovarsi proiettati indietro nel tempo, in un’atmosfera dal sapore tipicamente medioevale, proprio nel centro di S. Lorenzello; un modesto reticolo urbano determinato dagli incroci di stradine acciottolate su cui prospettano singolari portali in pietra avvolti da scale rampanti e scorci racchiusi da cortili intrisi di muschio che sembrano scavati nella viva roccia. Attraversando questo agglomerato emerge – su tutto – la particolare forma a “cipolla” del Campanile rivestito in policrome formelle maiolicate del ‘700 di S. Maria degli Angeli (o della Sanità), mentre la Parrocchiale di S. Lorenzo Martire, ricostruita dopo il crollo del 1885, fu restaurata nell’antico Convento Carmelitano e la Chiesa del Carmine, un rifacimento settecentesco di una chiesa del ‘500, completano il quadro artistico-religioso della borgata. L’argilla compie così il suo viaggio raggiungendo l’antica fornace Izzo.
Definitivamente abbandonata (oggi in un completo stato di precario equilibrio strutturale) questa ha operato fino al 1990 impostando la sua produzione sulla lavorazione del cotto i cui maestri vasai hanno sapientemente espresso attraverso le più impensabili forme quali vasi, ancelle, piatti, anfore, brocche e poi ancora quadroni, quadrelle, mattoni, embrici, coppi e quant’altro. Qui è ancora il fiume, la via d’acqua, che da sempre ha determinato la localizzazione delle case/bottega con le fornaci allocate nella vallata, lungo le sponde, e sormontate dalle case padronali costruite più in alto, oltre il fiume, in strategica posizione. Questa intuitiva ripartizione degli orizzonti può essere definita una linea di demarcazione fra due distinti ambienti come l’abitato (residenza) ed il produttivo (bottega). Planimetricamente la bottega/fornace si configura come un recinto chiuso, quadrangolare, posto lungo un percorso (la strada) e confinante con la campagna. Al suo interno la fornace è suddivisa in più ambienti, leggermente inferiori al piano stradale, poggianti su un’orditura quadrata e coperta da volte a vela in tufo, chiusi da un lato (monte) verso la strada e dall’altro (basso) verso il fiume e la campagna.
La fornace (l’ambiente propriamente del forno) consiste in due camere sovrapposte, coperte a volta, forate per lasciar passare le fiamme durante la cottura delle forme. Altri ambienti simboli all’interno della fornace sono: la parete in tufo, ove veniva poggiata la creta per deumidificarla; il catino con l’argano miscelatore manuale ove l’operaio, con la frammentazione e la miscelazione del silicio, traeva l’impasto per le smaltature alle forme; i ripiani ove si essiccavano le forme; i particolari torni a pedale ed altri arnesi per creare forme e determinare spessore; vari utensili per modellare e/o intagliare; diversi recipienti in cotto contenenti polveri colorate. All’esterno della fornace, ma sempre nelle vicinanze, vi sono le “peschiere” (o vasche) di forma squadrata, disposte affiancate al livello del suolo e che servivano per la pulitura, la setacciatura e la raffinazione dell’argilla; molto spesso esse si trovano anche a livelli differenti con un sistema di canalizzazione per lo scorrimento dell’acqua. Queste fornaci venivano costruite in tufo mentre le pavimentazioni erano prevalentemente a “quadrelle” in cotto.
L’attività produttiva del “cocciolaro” è al centro di questo spazio che coinvolge, coi ritmi dell’alternarsi delle fasi di lavorazione, le diverse parti dell’ambiente/fornace: le vasche, le coperture, il cortile, il laboratorio/bottega e il forno; un alternarsi di fasi della produzione che disegna la particolare topografia di uno spazio mantenutosi inalterato nel corso dei secoli. Ovunque, intorno, si percepisce lo scorrere dei secoli intrisi dall’intenso profumo dell’argilla tramutata in terracotta, mentre fuori la natura offre vedute paesaggistiche davvero belle. L’itinerario continua seguendo la strada che scorre lungo la destra orografica del Titerno fino a raggiungere contrada Fontana Vecchia (200 m – in comune di Faicchio). Dalla strada è possibile scendere verso il torrente e visitare il suggestivo Ponte Romano di Fabio Massimo (o Ponte dell’Occhio) risalente al III secolo a.C. e recentemente ricostruito. Scavalcando il Titerno esso, durante il corso dei secoli, ha permesso i collegamenti tra i villaggi della zona. Un’unica rampa con arco a tutto sesto strutturata con la sovrapposizione di più strati formati da listelli in cotto, pietra calcarea e dalle pareti a blocchi in opus reticolatum, esso ha una larghezza inferiore ai 2 metri con balaustre basse che scorrono lungo il margine dei bordi. L’intera area ha assunto fin dal passato significato di porta (transito) attraverso le città della terracotta di S. Lorenzello e Cerreto S. e dal quale dipartivano le due principali vie legate agli elementi per creare la terracotta: quella dell’acqua (i torrenti e le fonti) e quella del fuoco (le botteghe/fornaci). (di ©Andrea Perciato)
