Rocca S. Felice e il mistero della “MEPHITE” nella valle Ansanto (AV, Irpinia)

…E’ questo il caso di Rocca San Felice, in Irpinia, che ci accoglie tra i suoli silenzi attraverso le bianche facciate di case rese nuove dalla ristrutturazione post-sismica, ma che nella matrice sono riuscite a mantenere la tipologia edilizia originale, quella che si rifà – appunto – al Medioevo, ampia-mente espresso in tutta questa parte d’Irpinia; un autentico tuffo nel passato tra strette viuzze, palazzi nobiliari e case gentilizie tutte in pietra. La via lastricata sbuca proprio nella piazza centrale (piazza San Felice), dove troneggia un tiglio bicentenario, con una fontana monumentale, qui piantato durante i moti rivoluzionari della rivoluzione partenopea come simbolo di libertà.

Il cuore del centro abitato, prende la sua fisionomia già dall’VIII secolo, come ampliamento del caseggiato sorto alla base del poderoso Castello. Una bellissima rampa serpeggia tra le antiche case, passando prima per la poderosa facciata del-la Parrocchia di Santa Maria Maggiore, per poi, transitare sotto il portico di un’antica casa e sbucare all’aperto proprio al principio della rampa che sale verso il Castello che fu qui edificato lungo la linea di confine che divideva i due principati Longobardi di Benevento e Salerno; e fu proprio qui, nella Rocca di San Felice che alloggiavano il capitano e i soldati della guarnigione a controllo di questi territori. Ciò che resta di un antico portale in pietra consente di varcare la soglia che immetteva agli spazi interni del maniero.

La rocca si caratterizza per la sua splendida torre cilindrica detta Donjon (vi si può accedere libe-ramente per una scala interna!) e, affacciandosi dalla sua terrazza sommitale, sembra davvero di rivivere un lontano passato medioevale. Tutt’intorno un’assoluta sensazione di quiete; il paesaggio che si estende oltre tutti i possibili orizzonti, la poderosa struttura in pietra, l’aria tersa e limpida, da quassù… è tutto così fantastico! Ritornati in piazza, prendiamo a scendere (ed uscire) fuori il borgo dalla sua parte settentrionale; qui, appena su Via Croce, ed all’altezza dell’ultima casa, si prende per la via interna a sinistra che mena ad attraversare boschi e campi coltivati.

La pista sterrata, prosegue – con ripetuti saliscendi – lungo crinali coltivati a foraggio, fino a raggiungere le prime case di Contrada Toriello, la cui strada va a congiungersi con la via principale proveniente da Rocca. Si continua, sempre verso nord, tra case isolate e villette di recente costruzione, tra campi coltivati a frutteto e uliveti oppure arati per la semina, fino a guadagnare il crinale da cui prospetta la sobria facciata e il bianco campanile della Chiesa di Santa Felicita. All’incrocio la via prende in discesa e, dopo aver superato un ultimo gruppo di case sulla destra, ad un pri-mo bivio, si prende a scendere sulla sinistra fino a raggiungere il vialetto che conduce all’ingresso dell’area della Mefite.

“Est locus Italiae medio sub montibus altis…” Così Virgilio citava le Mefite nell’Eneide. Si tratta di una piccola zona arida, priva di vegetazione, al centro della quale si trova un laghetto (appunto detto della Mefite), caratterizzato dai gas che provengono dal sottosuolo, che a contatto con l’acqua superficiale, la fanno ribollire, originando delle esalazioni gassose, rumorose e tossiche, in quanto ricche di acido solforico. Proprio per queste esalazioni è pericoloso avvicinarsi troppo. Il luogo è ricco di fascino e mistero, ed è uno tra i più suggestivi e misteriosi dell’Irpinia. La Mefite si caratterizza per un paesaggio arido e lunare e per gli intensi miasmi solfurei;

E qui, dalla palizzata che cinge l’orlo panoramico che mena lo sguardo in un agone fatto di miasmi, vapori e gorgoglii, s’apre uno scenario paesaggistico di inaudita (ed incredibile) bellezza naturalistica. Sotto di noi appare un sito naturalistico, storico e archeologico con un piccolo lago di origine sulfurea (non vulcanica) dove i fanghi sono in perenne ebollizione: la suggestiva “Valle della Morte” dove un singolare fenomeno geologico erutta (fa sprigionare) i vapori e le esalazioni di gas sulfurei. Sembra proprio di trovarsi alle porte d’accesso dell’Inferno, in un’atmosfera che s’alterna tra fascino, paura e mistero. La bellezza del luogo si alterna alla pericolosità per chi decida di avvicinarsi troppo, talmente è alto il rischio di soffocamento; ciò viene attestato anche dalle numerose carcasse di animali che sono morti nel tentativo di andare a bere quell’acqua putrida e solforosa (sarebbe possibile accedere, ma solo con guide esperte e quando i venti sono favorevoli; mai avventurarsi da soli).

Questo luogho, la “Mefite” nella valle d’Ansanto, è stato addirittura citato da Dante Alighieri nel suo viaggio itinerante all’Inferno raccontato nella Divina Commedia. Questa inquietante meraviglia, che si alterna allo stupore momentaneo, è uno spettacolo unico e raro ma come sempre, difronte le forze espresse dalla natura, le emozioni sono che si avvertono sono diverse in ognuno di noi. Già da decine di metri di distanza si avverte quel forte ed acre odore di zolfo che rendono questo luogo molto suggestivo. La “Mephite”, il nome dato alla località, era una divinità di origini osche. In questo luogo sorgeva un santuario molto frequentato e gli antichi credevano che qui ci fosse un accesso al mondo sotterraneo e il santuario era noto ancora al tempo dei romani. Con l’avvento del Cristianesimo, questo culto fu soppiantato da quello di Santa Felicità.

Il forte odore di zolfo, la valle oscura, insetti ed animali morti vicino alle pozze sulfuree fanno da cornice a questo luogo inquietante ed al tempo stesso affascinante. Il luogo da secoli da secoli è ritenuto il passaggio dalla terra dei vivi, alla terra dei morti, cioè gli Inferi. La Dea Mefite, antica divinità italica legata alle esalazioni di zolfo, veniva invocata per la fertilità dei campi e per la procreazione. Questo nome, fin dall’antichità, fu associato proprio al centro di questa valletta. Qui ristagna il laghetto mefitico, caratterizzato dalla presenza di gas solforosi provenienti dal sottosuolo e che, a contatto con l’acqua, generano un perpetuo ribollire di esalazioni tossiche e maleodoranti tanto che questo luogo fu citato da Virgilio nella sua Eneide come il luogo di congiunzione tra la vita e la morte.

L’origine geologica del fenomeno non è, come ritenuto da molti, da accostare ad un ipotetico vulcanismo che collega il monte Vulture con il Vesuvio e/o la Solfatara a Pozzuoli; esso è semplicemente un fenomeno tettonico: il sottosuolo su cui poggia l’intera area, è infatti un crocevia di faglie importanti che si intersecano e che, incastrandosi, mettono a contatto depositi evaporitici (tipo gesso) con le acque profonde di falda generando i gas che sfuggono verso l’alto fino ad incontrare la superficie e librarsi nell’aria. Per visitare la Mefite si deve adottare una grande cautela ed avere il massimo della prudenza; è necessario quindi trattenersi il meno possibile per via dei gas sprigionati (soprattutto anidride carbonica), in quanto in alcuni momenti, avvicinarsi troppo è fortemente pericoloso tanto l’aria è pesante ed irrespirabile. Non a caso, si sono registrate diverse morti, sia di persone che di animali e per chiunque voglia avvicinarsi è consigliabile mettersi sopra vento. (di ©Andrea Perciato)

Pubblicato da Andrea Perciato

Sono una Guida Ambientale Escursionistica dell'AIGAE (Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche). Giornalista/pubblicista, esperto della progettazione di itinerari escursionistici e della promozione turistica mirata all'ambiente e alla natura. Amante del sapere e sempre alla ricerca di nuovi orizzonti da esplorare e da raccontare. Camminare, sognare, respirare e amare questo bellissimo e incredibile mondo.

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