Le meraviglie di un luogo fuori dal tempo, lontano da ogni dove… queste le prime impressioni di chi si appropinqua ad ascende presso questa “sacra” spelonca, nel cuore dei monti Picentini (in Campania), dedita al culto di San Michele Arcangelo “principe” delle armate celesti, una profonda devozione tramandata da millenni, che nell’antica tradizione popolare rappresenta – appunto, come mai in questi ultimi tempi – oltre alla sconfitta sul “male”, anche colui che allontana le epidemie e le pestilenze. E così come testimoniato da secoli, proprio l’8 di maggio sono numerose, le folle di pellegrini, le congrege e le associazioni, che in processione, con suoni, canti e antiche litanie, ascendono alla grotta
Dal Parco di San Michele, nel mezzo della Valle del fiume Tusciano, sulla riva opposta al Castello, una sterrata si snoda, attraverso lunghi tornanti che costeggiano le falde occidentali del monte Raione e, allontanandosi dal letto fluviale, conduce al sito ipogeico della Grotta San Michele. Giunti alla fine della pista, si prosegue lungo delle roccette per uno stretto sentiero che s’inoltra nel verde intenso della faggeta. Osservando attentamente la natura del posto, si raggiunge un masso su cui è ben visibile l’impronta somigliante ad un “piede caprino”. La tradizione popolare vuole che vi fosse stata lasciata da Satana il quale, volendosi insediare nell’anfratto, qui precipitò dalla grotta dopo aver ricevuto un calcio dall’Arcangelo Gabriele. Seguendo il comodo sentiero, ora sistemato ed attrezzato con passamani e palificazioni in legno, d’improvviso si giunge in vista dell’enorme ingresso della grotta, nel momento in cui il suo tratto diventa più faticoso per l’aumentata pendenza. Prima di accedere alla grotta, però, conviene seguire un breve sentierino che a sinistra porta ad un vecchio rudere (mura merlate) e ad uno spiazzo indicato dalla tradizione popolare come il “Giardino di Papa”, ove si pensa sia esistito un primo nucleo di monaci bizantini.
Un enorme muro si para avanti ai nostri occhi e un portone ne spranga l’ingresso; appena varcato, si resta meravigliati per lo straordinario spettacolo di incomparabili bellezze fatto di arte, storia, architettura e speleologia, che attira lo sguardo e l’interesse di chi vi accede. Chi, per la prima volta, visita questa enorme cavità ipogeica (la sua arcata all’ingresso è alta 40 metri), prova delle profonde sensazioni non facili a dimenticarsi, poiché essa è un capolavoro della natura, così come dell’arte, davvero grandioso e affascinante. L’attenzione viene attratta non solo da quelle costruzioni in luoghi umidissimi e nella oscurità più assoluta, ma anche dalla ricchezza di stalattiti e stalagmiti e dal misterioso fascino suscitato da una spelonca che si addentra nelle viscere della montagna per un’estensione a tutt’oggi ancora sconosciuta. Un’ampia scalinata conduce ad un piazzale circolare ove si alzano due chiesette decorate di affreschi. Qui, durante i festeggiamenti in onore di San Michele, una numerosa folla di pellegrini accorre dalle più vicine contrade. La più grande delle costruzioni, la Cripta di S. Michele, ha una pianta rettangolare ad unica navata delimitata da mura laterali, tutte ricoperte di affreschi e graffiti che rappresentano il ciclo della “vita” del Cristo (molto interessanti e di una straordinaria bellezza espressiva, unica nel loro genere, sono il “Battesimo” del Cristo e la “Crocifissione“) piccoli spaccati, simili ai fotogrammi di una pellicola, che raccontano un ciclo “cristologico” che si distribuisce dall’Annunciazione alla “Fuga in Egitto”, passando tra episodi pittorici che raffigurano Miracoli e Santi. Nell’abside centrale vi è una Madonna con Bambino in Synthronos seduta tra vescovi e re; nelle nicchie laterali, invece, figure di santi, beati, apostoli ed evangelisti. Se si ha la fortuna di poter partrecipare ad una Messa con rito “greco/ortodosso” e in lingua originale, si può davvero dire che il culto per l’amato San Michele davvero travalica i confini di qualsiasi orizzonte e la sua venerazione raggiunge qualsiasi angolo del mondo conosciuto.
Ma chi avrà mai potuto affrescare, nella più assoluta oscurità, con l’ausilio di torce o lanterne e con grande dovizia di particolari, queste sacre immagini? Si pensa, con molta certezza, che siano stati i monaci greci basiliani i quali, provenienti dall’oriente, s’incamminarono per le terre dell’Italia meridionale, sfuggendo così alle persecuzioni legate all’iconoclastia (la proibizione di raffigurare immagini sacre). Accanto, sulla sinistra, si trova una seconda cappella che si articola in un quadrilatero scoperto racchiuso da mura laterali. La facciata è fiancheggiata da archetti e da nicchie, e l’affresco dipinto nel frontale vi rappresenta la Vergine con gli Angeli. Ancora a sinistra, sotto, sulla parete di roccia calcarea, in una nicchia ricavata fra le stalattiti, è sistemata una teca vitrea che conserva la seicentesca statua lignea raffigurante l’Arcangelo Gabriele.
Proseguendo all’interno della cavità, sulla destra, in un avvallamento vi è eretta una “terza cappella” costituita da due ambienti comunicanti a forma di quadrilatero e che doveva sicuramente avere anche un tetto; due finestre sono aperte sulle mura laterali. Sulla sinistra si erge un’altra chiesetta rettangolare, le cui mura perimetrali sono alleggerite dalle aperture di finestre; una piccola gradinata vi permette l’accesso. Le tracce umane che qui sono presenti hanno adattato la natura del luogo alle proprie necessità: un canaletto ingloba l’acqua che scorre dalle rocce e la conduce ad alimentare una fontana posta all’ingresso della grotta per soddisfare la sete degli stanchi pellegrini che ascendono al monte.
Continuando sempre verso l’intensa oscurità nel cuore della grotta, lungo un tortuoso camminamento i cui gradini sono scavati nella roccia calcarea, il sentiero porta ad un’altra chiesa abbastanza grande, posta sulla cima di un’altura proprio al centro della grotta nel buio più intenso. Questa presenta una cupola semisferica, mentre nella sua parte posteriore vi è una monofora al centro della quale c’è un disco marmoreo con un foro, dove si pensa che i banditi, che qui sostavano e trovavano rifugio dopo le loro scorrerie, versassero il sangue di alcuni bambini uccisi, per cui il popolo chiama questa cappella come il “Sangue degli Innocenti”. Sui fianchi di questa si vedono due aperture: una a N, che presenta una bifora divisa da una colonna, ed una ad W, con un arco leggermente strapiombato. Fin qui la parte conosciuta della grotta, ma molti pensano che questa possa comunicare verso oriente con il versante opposto della montagna, nelle adiacenze dell’abitato di Campagna.
Usciti dalla grotta, si può ammirare, sulla sinistra, il monte Castello coi ruderi del “Castrum Olibani”, mentre sulla destra, si erge maestosa, l’irta parete in roccia calcarea della Ripe di Pappalondo. Usciti dalla grotta, si riprende a scendere lungo il sentiero attrezzato con pali in legno e, giunti ad un piccolo tornante, facendo molta attenzione, si prende a sinistra proseguendo in direzione di Ariano; sulla destra, invece, si ritorna al Ponte dell’Angelo. Lungo questo sentierino, scavato con gradini nella roccia e che discende per infiniti tornanti, si giunge nei pressi della cosiddetta “Cappella Sancti Vicentii”, recentemente restaurata, antico insediamento di monaci che provvedevano alla manutenzione della grotta con la cripta ed a mantenere viva la fede e il culto per quel luogo sacro. La stradina giunge infine ad un bivio ove – giù in basso a destra – c’è una fontanella; sotto di noi scorre il fiume Tusciano, mentre a destra si ritorna al Parco S. Michele. Svoltando e procedendo sulla sinistra invece si arriva, dopo un’ora di cammino, fin giù alla frazione di Ariano, sede comunale di Olevano sul Tusciano, nei pressi della Centrale idroelettrica (costruita negli anni ‘20 del XX secolo, è una delle più grandi presenti in Italia), punto terminale di questo spettacolare itinerario, che si alterna tra le bellezze naturali di una natura sempre in continua evoluzione che si rinnova di stagione in stagione, e le ancestrali curiosità di un culto che affonda le sue radici nei lontanissimi meandri della particolare fede dedita al culto per l’Arcangelo. (di ©Andrea Perciato)
