Non c’è luogo tra i più belli dellìAppennino Meridionale (nel suo tratto campano ricadente in provincia di Salerno) che potesse far conoscere le straordinarie meraviglie della storia e della natura nascoste tra le montagne di questo “cuore” verde della Campania che sono – appunto – i monti Picentini: la Valle del fiume Tusciano.
Poco prima dell’abitato di Acerno, alla sua estrema periferia meridionale, dalla strada statale (la 164 delle “Croci di Acerno“) una apposita segnaletica in legno (tratti di vernice bianco/rossa) indica l’inizio del Sentiero N°10 dell’Alta Via dei Monti Picentini, innovativo progetto di segnaletica per un’alta via, tra le prime realizzate nel sud Italia nella metà degli anni ’80 dello scorso secolo, curata e messa in opera dalla Pro Loco di Acerno diretta dall’allora dott. Donato Vece, cui seguì anche una pubblicazione ed una prima mappatura.
Scendendo verso la valle, si nota subito come il sentiero percorra, con molta probabilità, quello che doveva essere l’antico tracciato che metteva in collegamento Acerno (tra i monti) ad Olevano sul Tusciano (a margine delle pianure). L’itinerario si sviluppa seguendo principalmente il percorso fluviale del Tusciano. Questo fiume, che nasce dal cuore dei monti Picentini, fu così chiamato dai romani per indicare il luogo di massima espansione degli Etruschi verso il Sud. Inizialmente si attraversano terreni bagnati dal fiume ove il sentiero passa in zone in cui prospera una rigogliosa vegetazione spontanea caratterizzata dalla macchia, là dove tracce di ruderi (660 m) testimoniano la florida presenza industriale esistente fin dal medioevo in questa vallata: recinti, mura perimetrali, portali ad arco in pietra, antichi mulini; un ponte medioevale con pietre a secco e a schiena d’asino è consolidato dai locali con palificazioni in legno per agevolarne il transito.
Ad un bivio, la sterrata si divide e si continua a scendere in basso a sinistra, fino a giungere nei pressi della riva del fiume in prossimità di un ponte (557 m) un tempo crollato con le traversine in ferro che resistevano saldamente ancorate alle sponde; non risulta difficoltoso guadagnare la riva opposta, in questo tratto il fondale è molto basso, ma era possibile anche passare sui profilati mantenendosi in equilibrio. Raggiunta la riva opposta, il bacino fluviale e la sua valle cominciano ad allargarsi. Si attraversa una fitta vegetazione caratterizzata dagli arbusti del sottobosco; quindi, passando per un campo di nocciole ed un pioppeto, si raggiunge nuovamente la sponda (sx orografica) del fiume. Si risale per circa 100 metri sulla destra fino ad incontrare una passerella in legno, a sinistra, che permette il passaggio sulla riva opposta.
Si perviene a un vecchio cascinale in disuso (Casa Isca), ove poco più in basso una strada in discesa conduce a dei laghetti (anse del fiume appositamente arginate) per la pesca delle trote. Si prosegue ancora per circa 1,5 km, lungo una pista camionabile che conduce alla “presa” (piccola diga di contenimento del flusso delle acque sul fiume). A destra, un ponte conduce alla presa in località Acqua Buona (447 m) e, proseguendo in quella direzione, conduce a Salitto (388 m). Continuiamo invece prendendo a sinistra. Qui il sentiero attraversa un successivo ponte, il cui passo è sbarrato così da evitare il transito agli autoveicoli. Superati il passaggio, si volge a destra ove ha inizio una comoda mulattiera che conduce fin sotto ai primi contrafforti rocciosi delle montagne.
Questo tratto della valle è praticamente chiuso da entrambi le parti; il suo letto fluviale scorre in una gola molto incavata; le alture che circondano questo scenario ambientale sono il Toppo Castelluccio (986 m), il Molaro(1082 m) ed il Raione S. Elmo (1236 m) che si stagliano sulla sinistra, mentre a destra, si trovano in successione la Serra della Manca (941 m), le Rive di Pappalondo (718 m) e il monte Castello (696 m). Lungo il sentiero che procede sempre perdendo quota, sono possibili incontrare diverse pozze d’acqua sorgiva che sgorgano direttamente dalla viva roccia mentre carpini e castagni caratterizzano il percorso che s’incunea fra montagne ininterrotte, ricche di verde, ove il fiume ha per millenni scavato la sua strada nella roccia inframmezzata dalla presenza di innumerevoli salti di cascatelle.
Sulla destra, in alto, si profilano le irte rupi calcaree delle Ripe di Pappalondo mentre il percorso passa accanto alla condotta del vecchio acquedotto di Eboli (Prese S. Giacomo) e, poco più sotto, dopo il superamento di alcuni terrazzamenti coltivati a frutteto, si raggiunge l’ampio pianoro del Ponte dell’Angelo situato presso il Parco San Michele (268 m), uno spazio appositamente allestito dal comune di Olevano sul Tusciano; un’area attrezzata per offrire accoglienza ad escursionisti di transito e pellegrini devoti alla vicina grotta dell’Angelo, con la presenza di gazebo in legno, fontane, tavolati, barbecue tutti completamente immersi nel verde; lassù in alto verso destra si ergono le “gobbe” della rupe al cui centro sorgono i ruderi del Castrum, la rocca longobarda di Olevano. (di ©Andrea Perciato)
