Siamo in Irpinia, nell’alta valle delfiume Sele laddove, lungo la sua destra orografica, si erge il moderno abitato di CALABRITTO (465 m). Qui il paesaggio, dalle tipiche ambientazioni rurali, riesce ancora a offrire aloni intrisi di fascino, di ricordi (il dramma di una lontana tragedia), di memorie (la scomparsa di un tessuto sociale), di mistero…
Una valle senza tempo, quella del Sele, che restituisce l’autenticità di una storia che ha avuto inizio con le prime comunità umane. Gli ambienti che si vanno ad attraversare hanno uintensamente coltivato, durante il corso dei secoli, stretti contatti tra le più antiche e importanti civiltà del passato che hanno stazionato in zona. Ma le culture e le differenti etnie che si sono intrecciate non hanno minimamente condizionato l’indole e il carattere di questa gente la quale, nel tempo, ha consolidato quella innata forza d’animo che si è tradotta nello spirito di ospitalità, solidarietà, nell’accoglienza del forestiero, nel forte e continuo rapporto con il vicinato.
Appena fuori l’abitato, s’apre uno tra gli scenari panoramici più belli e suggestivi dei monti Picentini: la valle del Zagarone, un torrente la cui caratteristica viene evidenziata da una successione di belle cascate che lo alimentano dal suo medio corso. Giù per una precipitosa discesa, ci lasciano le ultime case del borgo e si viene subito proiettati in un’autentica cornice paesaggistica, fatta di verde, di profumi, di colori… di suoni.
L’area che si attraversa è un ampio pianoro prativo, degradante verso il Rio Zagarone, intensamente coltivato con terrazzamenti arborei (graminacee e frumenti, frutteti e legumi) e macchie (siepi e arbusti) che oltre a determinare l’orizzonte dominano tutta la restante parte del percorso; in zona sono presenti i numerosi resti (nascosti dalla vegetazione cespugliosa di quelle che – probabilmente – erano le abitazioni campali dell’altopiano che accoglievano, di volta in volta, o occasionalmente, gruppi di pastori dediti alla transumanza, o interi nuclei familiari dediti all’allevamento e che provvedevano (in loco) alla realizzazione di prodotti caseari ricavati direttamente dagli animali al pascolo, oppure squadre di montanari e tagliaboschi che quassù stazionavano per provvedere al taglio e alla pulizia dei pendii boscosi e per produrre legname da esportazione.
Dopo alcuni chilometri la pista confluisce verso il rio Zagarone. Immersa, e circondata completamente, dal verde e dalle irte pareti rocciose di aspre montagne la valle del Zagarone – o forra di Calabritto – è ricoperta da un manto vegetazionale caratterizzato principalmente dalla faggeta nella sua parte superiore, e da salici, querce e ontani più in basso, determinanti quella tipica vegetazione fluviale delle valli appenniniche. Si attraversa un ricchissimo sottobosco che offre la possibilità di trovare funghi, oppure di incontrare – lungo il sentiero – diverse (e numerose) tracce del passaggio di animali che abitano e frequentano questi boschi e le circostanti rupi dei vicini monti come: faina, donnola, lupo, tasso, volpe, cinghiale… mentre nascosti tra i rami, oppure tra le fronde più alte, non è raro poter osservare il volteggiare di rapaci come le poiane, il nibbio o qualche piccolo falco.
Giunti ad un ponticello, e dopo averlo attraversato si costeggia il rio, mentre sulla sinistra orografica della valle, ad un centinaio di metri, veniamo accolti da una lussureggiante natura su cui spicca il suono dello scrosciare della splendida cascata del Tuorno, che scorre sul lato opposto della riva (destra orografica). La particolare caratteristica di questa cascata, sono i suoi tre principali salti (per una lungheza di circa 20 metri di altezza), ben visibili in tutta la loro selvaggia bellezza; vi è anche un quarto salto, nella sua parte più alta, ma esso è coperto dalla copiosa vegetazione di cui è composta la valle. Restare incantati al cospetto di così tanta bellezza, davvero non ha prezzo; qui la frescura è perenne, il fascino conquista e l’occasione di trattenersi per un panino o per scattare qualche foto, lascia completamente estasiati facendo perdere… la percezione del tempo! (di ©Andrea Perciato)
