BRIGANTAGGIO “cilentano” (SA), Giuseppe Tardio e la sua banda, da legittimisti… a reazionari!

Dopo la definitiva caduta del Regno Borbonico, a seguito dell’assedio di Gaeta che costrinse i reali borbonici alla fuga nello Stato “pontificio”, la regina Maria Sofia di Baviera, moglie dell’ultimo re borbonico in Napoli, coi risparmi che le avanzavano finanziò diverse insurrezioni di legittimisti locali (dagli ex militari al popolino rimasto fedele ai sovrani), nel tentativo di un probabile ritorno dei Borboni sul trono di Napoli. Nel settembre del 1861, poco dopo l’unificazione e la nascita di un regno a guida sabauda, un avvocato cilentano, il “legittimistaGiuseppe TARDIO, accanito sostenitore dei reali borbonici, avendo ricevuto – tramite intermediari – una sostanziosa somma proveniente dai risparmi della regina, si mise al comando di una banda di circa 30 uomini (tra cafoni, contadini e malfattori della peggior risma), poco equipaggiati e per niente preparati militarmente, e tentò di aizzare, a seguito di una incursione via terra nelle contrade del basso Cilento, le popolazioni delle provincie cilentane (e lucane) che fino a pochi anni prima erano parti dell’ex regno Borbonico annesso con la forza; un’azione paramilitare contro i Piemontesi che, nei suoi intenti, cercava di favorire il ritorno del legittimo Sovrano Francesco II. In questo suo piano, purtroppo, il Tardio (che non sparò mai un colpo dalla sua pistola che portava nella cintura in vita) non vi riuscì mai!

I monti dell’Appennino furono il sicuro nascondiglio e accolsero numerose bande di briganti che erano continuamente alla ricerca di posti sicuri per rifugiarsi. L’epopea del brigantaggio, nelle contrade del Cilento più interno, fu un momento storico, molto triste e drammaticamente doloroso per le popolazioni e i paesi interessati da questo fenomeno malavitoso. La storia ufficiale, quella scritta sui libri, ce li tramanda come uomini spietati, senza riguardo alcuno per l’altrui vita; come esseri crudeli assetati di avidità e pronti al delitto per un nonnulla.

Il mio lungo peregrinare nel Mezzogiorno italiano mi ha fatto spesso scoprire, ma soprattutto comprendere e capire, che così non è stato. Anzi, non si possono nascondere le effettive crudeltà perpetrate ai danni dei più deboli e indifesi, ma la narrazione degli eventi tramandataci per lunghi anni, spesso non corrisponde alla realtà dei fatti. Uomini – questi briganti – contadini, braccianti, pastori, agricoltori, fuorilegge, cafoni, ed ex militari di un regno usurpato con l’inganno che preferirono darsi alla macchia pur di non sottomettersi al regime di polizia imposto dagli “occupanti” piemontesi ins seguito all’unificazione del Regno italico.

Raggirati, sfruttati, ingannati, traditi, offesi, umiliati, maltrattati, tutte situazioni – queste – che hanno alimentato, durante lo scorrere degli ultimi decenni del XIX secolo, rancori mai sopiti nei riguardi dei precedenti padroni, e che hanno scatenato le follie omicide di cui le cronache postunitarie hanno continuamente descritto riempiendo pagine di giornali e atti di verbali processuali per diversi anni. Il brigantaggio, come si diceva (e si scriveva) era un problema nazionale da debellare a ogni costo, in qualsiasi momento e con ogni mezzo!

Ma… proviamo per un attimo a cercare di capire perché questi uomini, nati liberi, cresciuti ed educati al servizio, al sacrificio, alle quotidiane sopportazioni che la vita di campagna e di montagna (ai margini delle grandi città in cui già imperava la modernizzazione e industrializzazione) imponeva loro di fare, con il succedersi e l’accavallarsi degli eventi storici decisero di darsi alla macchia innescando una catena di gravi episodi delittuosi e lasciando dietro di loro una interminabile scia di sangue? Cosa spinse loro ad agire così? Quali furono gli episodi determinanti che scatenarono una lunga catena di orrendi omicidi legati alle grosse bande che si spostavano continuamente in un territorio per lo più montuoso?

Oggi, nonostante tutta la documentazione e le testimonianze in nostro possesso non si è in grado di poter fornire idonee argomentazioni atte a dare una sufficiente risposta a quelle che sono state le vicende (che si accavallano tra storia e leggenda) e che hanno visto come protagonisti uomini d’arme, di pensiero e d’onore in una terra quasi sempre maltrattata; territori che si propongono (e meritano) di essere conosciuti per mezzo di interessanti e particolari itinerari escursionistici.

Tardio, alla testa dei suoi uomini marciava sempre al grido di: “Viva ‘o Rre cu’ la Regina…!” Ma seguiamo questa impresa insurrezionale più da vicino, andando a camminare lungo quelle piste e sentieri, quei boschi, quei monti e quelle contrade, che hanno visto il passaggio del brigante Giuseppe Tardio e della sua “sgangherata” banda; elementi accorsi a partecipare, non certo per spirito legittimista favorevole al ritorno dei sovrani, o per una causa insurrezionale mirata all’allontanamento degli usurpatori piemontesi, bensì per il solo scopo di attuare crimini, vessazioni e furti laddove se ne presentasse l’occasione, a cominciare dal denaro (chiuso in un forziere condotto a mano) messo a disposizione dalla Regina per compiere l’impresa! Dopo aver liberato qualche manutengolo dalle prigioni dell’isola di Ponza e aver ricevuto l’ok per dare avvio a questa operazione, a bordo di qualche imbarcazione, Tardio e la sua banda sbarcarono nei pressi del promontorio di monte Tresino, lungo la costa cilentana poco a sud di Agropoli.

Da qui raggiungono subito il villaggio San Giovanni adagiato sulle pendici del Tresino. Raggiunti la periferia di Agropoli, essi risalgono per le pendici di Colla San Marco e discendono per il Varco Cilentano fino a raggiungere il “mulino” alle sorgenti di Capodifiume. Giunti al Santuario della Madonna del Granato, si nascondono alle pattuglie piemontesi presso i ruderi di Capaccio Vecchia. Poco dopo risalgono per i pendii rocciosi del Polveracchio e in discesa raggiungono il Varco di Vesole. Nascondendosi attraverso la copiosa macchia boschiva sostano presso la “leggendaria” Quercia nel Pozzo.

Nuovamente in marcia essi raggiungono la Fontana del Pozzillo e l’antico Santuario della Madonna di Costantinopoli, nelle vicinanze di Felitto. Evitando accuratamente di farsi sorprendere, e cercando di mantenersi il più lontano possibile dai borghi, dai paesi e dai villaggi eccessivamente “presidiati” dalle forze dellordine e dai militari piemontesi, imboccano la forra ai piedi di Felitto. Attraverso le gole del Calore di Felitto essi raggiungono l’antico ponte medioevale (a “schiena d’asino”) di Magliano. Tra masserie sparse tra i campi ed intensi appezzamenti coltivati a uliveti, guadagnano la rotabile per Felitto e Laurino.

Dalla base della rupe da cui si erge quest’ultimo villaggio, essi attraversano la valle del Calore fino alla cappella rupestre di S. Elena. Per Valle dell’Angelo (allora “Chiaine Sottane“) e Piaggine (a quel tempo “Chiaine Soprane“) superano il monte Lausinito fino a guadagnare le faggete di Costa Orsaia. Raggiungono infine la pozza di Crutazzo da cui si apre il valico dei prati dei Lagherelli. Giunti presso una croce votiva essi risalgono per la copiosa faggeta fino a raggiungere l’inghiottitotio carsico della “nevera“, luogo che fin dall’antichità ha sempre garantito sicurezza, riparo e nascondiglio per coloro che avevano bisogno di rifugiarsi. Da

Da questi luoghi, da queste impervie alture, per convincere le popolazioni sparse per le contrade e le valli circostanti, il Tardio emanò (scrivendoli di proprio pugno) alcuni “editti” intimidatori cercando di fare pressione e convincere le (già confuse) popolazioni locali ad insorgere contro l’oppressore sbaudo ed a favorire il ritorno del sovrano borbonico. Nel contempo lo stesso Tardio aveva da tenere a bada i capricci e le insubordinazioni dei suoi uomini che, con l’avvicinarsi nei territori interni del Cilento, disertavano o abbandonavano volontariamente la banda, lasciando così in seria difficoltà la gestione delle operazioni sul campo al solo capobanda.

Puntando direttamente verso la vetta del Cervati e superando le brulle Coste del Cervatello (1838 m) la banda Tardio sbucò ai margini dell’ampia conca carsica (1848 m) sommitale del monte Cervati. Qui, brevemente sulla sinistra sorgeva, così allora come oggi, (1852 m) l’antico Santuario della Madonna del Cervati (risalente già fin dal 1599). Poco sotto la cappellina, per un impervio sentiero roccioso, essi raggiungono l’imbocco della Grotta della Madonna del Cervati (o della Neve). Qui, in questo luogo, la banda Tardio decise di svernare e di progettare la sommossa popolare del Cilento contro gli “invasori” piemontesi, ma questo… non avverrà mai! (di ©Andrea Perciato)

Pubblicato da Andrea Perciato

Sono una Guida Ambientale Escursionistica dell'AIGAE (Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche). Giornalista/pubblicista, esperto della progettazione di itinerari escursionistici e della promozione turistica mirata all'ambiente e alla natura. Amante del sapere e sempre alla ricerca di nuovi orizzonti da esplorare e da raccontare. Camminare, sognare, respirare e amare questo bellissimo e incredibile mondo.

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