Quasi per necessità, o forse per una mancanza dovuta ad una semplice distrazione di studi sulla bonifica del territorio e dei suoi collegamenti, questa antica via ha avuto, fin dalla sua origine, vicissitudini molto contorte. Infatti, le strade più importanti all’epoca del massimo splendore dell’Impero Romano, erano la Appia, un’arteria che, sviluppandosi sulle propaggini degli Appennini seguendone, morfologicamente, quei passi, valichi e crinali che potessero permettere il transito agli eserciti ed ai carriaggi per le mercanzie, collegava Roma col maggiore scalo marittimo dell’opposta sponda che era Brindisi, e la Traiana che, staccandosi dalla Appia in prossimità di Benevento, tagliava le regioni meridionali da occidente ad oriente. Per cui, nessun’altra via era stata finora pensata che mettesse in collegamento le estreme regioni del sud con percorsi di importanza strategica militare e civile. Intuita quest’importanza di collegare le regioni che s’affacciavano lungo la fascia tirrenica, Tito ANNIO Lusco, pretore romano in terra di Trinacria (Sicilia), diede inizio (152 a.C.), contemporaneamente alla riforma agraria diretta da Caio Sempronio GRACCO, ai lavori di costruzione di quella lunga arteria stradale che metteva in collegamento i centri di Capua e Reggio (Calabria) su una lunghezza di 321 miliari.
Questa strada non fu di facile realizzazione; il suo percorso più volte fu modellato alla difficile orografia dei luoghi attraversati e della natura circostante come dirupi, valloni, in discesa e in salita, per tortuosi avvolgimenti o veloci rettilinei. L’arteria, si distaccava dall’Appia nei pressi di Capua e, con vario cammino, tagliava le città di Alfaterna (Nocera), l’Hippocratyca Civitas (Salerno), Picentia (l’odierna Pontecagnano-Faiano), le “Nares Lucanae” (l’attuale valico dello Scorzo), i Campus Athinati (l’infinito Vallo di Diano) dove fu piantato il “Forum Popili” (presso l’attuale Polla), e poi Morano e Cosenza, Valentia (Vibo) ove un fortunato scavo ha fatto riaffiorare dalla nuda terra un “miliaro”, la costa dello Stretto Siculo fino alla ellenica Regio. Ed infatti, nel 1954, durante una campagna di scavi condotta all’imbocco del Vallo di Diano, fu trovato un “miliaro” della Via Regio-Capuam col nome di Tito Annio che, con molta probabilità, aveva commissionato questa epigrafe, confermata poi anche dal professor Maiuri, noto archeologo italiano. Ad evitare ulte-riori confusioni si cerca di dare un contributo e chiarire (almeno in parte) il perché gli esperti indicano lo stesso tratto di strada, che qui viene indicato con due nomi differenti.
Storicamente la strada fu fatta realizzare da Tituus ANNIUS praetor, mentre l’epigrafe che ne caratterizza il percorso nei pressi dell’imbocco del Vallo di Diano, in territorio di Polla, è situato nelle vicinanze di quello che era l’antico sito del Forum Popili. Il Foro, contrassegnava sul territorio un borgo (Polla), situato lungo la strada; un punto di riferimento che era centro di mercato, un villaggio fiorente che era conosciuto dalla continua presenza di viaggiatori, di contadini, di boscaioli, di pastori. Altre ipotesi, potrebbero dare un significato al nome Popilia come, ad esempio, quella di un POPILIUS che si rese meritevole per aver avviato la bonifica dei territori (il Vallo) a valle del Foro; oppure quella di un Popilio (POPILIUS Pedo Apronianus) console nell’età di Commodo, che salì in dignità e fortuna per aver avuto i natali nel piccolo e adiacente villaggio di VOLCEI (l’odierna Buccino). Comunque sia, questi dubbi storici, sono a tutt’oggi, ancora oggetto di discussione da parte di esperti archeologi e di studiosi di geografia antica.
Per conoscere quest’antica via bisogna fare un passo a ritroso nel tempo di 2000 anni. Il suo tratto era compreso nelle 321 miglia lungo il tracciato della Via Popilia (o Regio-Cpuam) che collegava Capua a Reggio Calabria. Questa via era considerata un’appendice della più importante Appia, e da questa se ne distaccava per mettere in comunicazione i luoghi più interni della fascia tirrenica. La sua pavimentazione, in quei tratti in cui oggi ancora esiste, non è rivestita dai basoli, tipica pavimentazione delle strade dell’Impero; il suo tracciato sembra più una comune strada carraia con le normali caratteristiche del fango in inverno e della polvere in estate. Essa non si discosta molto dall’attuale asse stradale della SS 19. La sistemazione delle taverne lungo quest’arteria avvenne, per necessità, quasi subito: luoghi di sosta per i viaggiatori, di cambio per i cavalli, di stazioni per la posta; e ancora, rifugi e locande per uomini d’affari, prelati, nobiluomini, principi e notabili che di qui transitavano e potevano ricevere riposo e ristoro.
L’attuale tracciato della SS 19 delle Calabrie può essere considerato, per una buona parte, la sopravvivenza della via Regio-Capuam. Risalta subito agli occhi come essa modella il suo attuale percorso su quello dell’antica via, ne attraversa le stesse zone, tocca molte delle località da essa servite, e punta nella stessa direzione. Nel ‘700 il governo borbonico ebbe cura di migliorare e sistemare la viabilità nel Reame di Napoli col riassetto delle strade romane (ciò di cui ancora ne restava) e con la costruzione di nuove opere stradali, tra cui l’ardua impresa del ponte e dei tornanti nella gola di Campestrino. L’antica via, provenendo dalla fertile pianura della Campania Felix, attraversava Salernum (Salerno) e Picentia (Pontecagnano), lambiva il colle di Eburum (Eboli) valicando infine, su un tortuoso ponte, il fiume Sele che in antichità veniva considerato il confine meridionale della Campania. Si propone, con questo itinerario, di ripercorrere (da Sud verso Nord) un pezzo di quell’antica via lungo il tratto che dalla borbonica Fontana della Regina, nei pressi della stazione FS di Petina conduce, attraverso il Valico dello Scorzo, fino al Ponte sul fiume Sele. Ma soprattutto si vuole cercare di capire quali emozioni provavano i viaggiatori a quel tempo attraversando questa impervia e, al tempo stesso, straordinaria natura.
Muovendosi dalla FONTANA della REGINA (231 m), sulla SS 19, inizia il nostro itinerario che viene percorso, in buona parte, su strada asfaltata. Nelle vicinanze della fontana, sul lato opposto, c’è una traccia di sentiero che in 15 minuti conduce giù al fondovalle del Tanagro; qui ci sono i resti di un ponte in pietra a quattro o cinque arcate, due delle quali ancora esistenti e ben visibili. Il ponte, oggi detto della “Difesa” (o come veniva indicato, della Petina), è una tipica opera romana rivestita ad opus quadratum, antica tecnica di pregiato valore costruttivo. Ritornati sulla SS 19 questa riprende leggermente a salire tra boschi e costoni rocciosi che si parano sulla sinistra, e tra gli alvei paludosi del Tanagro. Una cappellina (270 m) al lato destro della strada fa destare il nostro sguardo interessato verso la vallata che si apre a sinistra. In basso, sulla destra, si trova il Bosco dell’Incoronata mentre di fronte, sullo sperone roccioso che si erge in fondo, si ergono i ruderi dell’antico borgo di Castelluccio Cosentino; posta invece tra l’immenso verde dei boschi e la ciclopica muraglia dei costoni rocciosi settentrionali dei monti Alburni, si staglia la rupe con le case del paese di Sicignano degli Alburni. Proseguendo, dopo una prima curva a destra ed una controcurva a sinistra, si giunge al km 38 nei cui pressi, sulla sinistra, si trova la Taverna S. Giuseppe (259 m). Poco più oltre, al km 37 sulla destra si apre, invece, il grande portone in pietra ad arco della Taverna dell’Olmo (243 m). A meno di 1 km più avanti c’è un ponticello che scavalca il torrente Galdo che vi scorre poco sotto a destra mentre a sinistra, nascosti tra le querce del Prato della Corte, vi sono alcuni ruderi (taverne forse!). Ancora 1 km e la strada presenta un incrocio: sulla destra appare il ponte dei Gualani che conduce al borgo di Castelluccio Cosentino (458 m), mentre sulla sinistra la strada porta a Galdo (349 m), una frazione di Sicignano. Dall’incrocio in poi, la strada comincia gradualmente a salire con un pendio abbastanza notevole fino a giungere nei pressi di un bivio (343 m): sulla destra, per prati coltivati e altipiani sistemati con filari di viti, si giunge alla stazione FS di Sicignano Scalo mentre, proseguendo ancora in avanti dopo 200 m si transita lungo la strada che attraversa le case del borgo di Zuppino (355 m): presenza di taverne.
Tra quelle case che si scorgono, sono facilmente riconoscibili i portali in pietra e le tipiche facciate delle antiche taverne. Proseguendo ancora in avanti, e per ripida salita, a 1,5 km si giunge al Valico dello Scorzo (o Scuorzo – 473 m), nel luogo esatto in cui erano ubicate le antiche “NARES LUCANAE” (le Narici della Lucania). Il nome viene suggerito dall’aspetto del valico, situato fra la ripida e irta parete dell’Alburno (oltre i 1600 m) a sinistra, e un’altura molto più modesta, Serra dello Scorzo o di S. Angelo (676 m), sulla destra. Questo nome evidenzia l’importanza naturale che il valico assunse fin dall’antichità nelle comunicazioni tra la Lucania e la Campania. Attraverso le Nares infatti, la chiusa ed impervia Lucania respirava e il suo orizzonte si dilatava verso la pianura e il mare. Le Nares erano il punto d’incontro di due diverse regioni e questo ancora avverte il viaggiatore che oggi giunge allo Scorzo: da un lato, verso occidente, si aprono le colline coltivate ad ulivi e vigneti di Serre che degradano verso la piana del fiume Sele, lambita dal mare, ricca di piantagioni e densamente popolata; dall’altro lato invece si estende un paesaggio dominato dalla montagna col fondovalle solcato dal fiume, in cui si riversano i torrenti che discendono dalle alture. Allo Scorzo, una delle antiche taverne è stata adattata a tipico ristorante riuscendo a conservare, così, la sua caratteristica struttura e riprendendo, in un certo senso, la sua antica funzione originaria: luogo di sosta e di ristoro. Dal valico dello Scorzo parte la strada che conduce a Sicignano degli Alburni e a Petina.
Continuando lungo la SS 19 (antica Via Regia delle Calabrie), ad 1,5 km dallo Scorzo, presso una curva che in leggera discesa piega a sinistra parte, distaccandosi dalla Statale (poco sotto a destra), una carraia che segue fedelmente il tracciato dell’antica Via Popilia. Dopo un ponticello, a 1 km si arriva alle case dei Vignali. Superati un altro ponte, a 200 m sulla destra, una sterrata porta (in 10 minuti) ai ruderi della Torre. Più avanti, in contrada Zancuso, si transita per la omonima masseria e, 1 km dopo, si giunge a un trivio: Contrada Duchessa (318 m). Qui notevole è la presenza dei ruderi di una torre e dei resti di antiche taverne; c’è un tratto di basolato ben conservato sul manto stradale. Il nostro cammino prosegue sulla destra e continua a mantenersi, senza mai distaccarsi, lungo la carrareccia principale. Si attraversano così i saliscendi, i campi e le colline, ove diverse masserie sono sistemate lungo i declivi dei piani e delle contrade di Mascia, Groppa, Zonzo, Favoli e Aliterno. Dopo un ponte che travalica il corso di un torrente, a sinistra si trova Pagliarelle con la presenza di un rudere sulla destra. Si risale ancora un po’, ed altri ruderi si scorgono sulla destra, presenti nelle vicinanze della masseria Romano. La via continua ora a discendere in maniera abbastanza lineare proseguendo in direzione W fino a ricongiungersi (85 m), all’altezza del km 16, nuovamente con la SS 19 delle Calabrie. Qui la presenza di pietre miliari, cippi e cappelline testimoniano l’importanza che questa strada ha avuto fin dal passato. Poco più sotto, nelle vicinanze, dopo aver superato l’Epitaffio borbonico che identifica l’antico tratto viario, si giunge al tortuoso ponte (75 m) eretto dagli spagnoli lungo il fiume SELE, punto terminale di questo storico percorso. (di ©Andrea Perciato)
