Si sa che i “Cerchi di Pietre” distribuiti un po’ dappertutto in Gran Bretagna, hanno sempre incuriosito un pubblico particolarmente attratto dalle storie locali e da leggende che si perdono nella notte dei tempi. Il “fascino” di queste pietre, grandi o piccole che siano, ma sistematicamente distribuite sempre “in cerchio” spesso compaiono improvvise sull’orizzonte, oppure al centro di vallette determinate dalla torbiera o – inaspettatamente – esposte su terrazzamenti prativi lungo alte e precipitose scogliere che sprofondano nell’oceano.
Sicuramente “Stonehenge” è il più famoso (e conosciuto) cerchio di pietre al mondo, ma trovarsi a camminare lungo il South West Coast Path che dal villaggio di Morvha conduce a St. Jves ed attraversare questo minuscolo – appena percettibile – cerchio di pietre, attira sicuramente per la curiosità e la particolare posizione in cui esso giace.
Il luogo, di cui ho conosciuto il nome (the Legend 13th Maidens Harvester) e il significato solo una volta raggiunto l’incantevole baia di St Jves, non è riportato su nessuna carta topografica e/o escursionistica, ma val bene comunque una sosta. Piccoli monoliti in pietra, di cui alcuni restano solo le basi, avvinghiati dalle felci e dalle erbe rampicanti, sono sistematicamente distribuiti in cerchio. Le singole pietre sistemate al lato a monte del sentiero sono di modeste dimensioni, ma il cerchio che creano al suo interno è tutto ricoperto di felci ed erbe selvatiche. Fu un luogo di sicura origine celtica e, probabilmente, utilizzato per riti propiziatori o particolari cerimonie come quella lagata alla venuta dell’equinozio di primavera; la zona, ed in particolare il retrocosta, vista la sua pianeggiante morfologia risulta essere ricca di acque e di torbiera, fu intensamente interessata da una prima bonifica e, successivamente, dalla sistemazione agraria già fin da epoche remote. Piccoli villaggi, sparsi lungo la scogliera, traevano sostentamento sia dalle intense colture dei terrazzamenti prativi dominati dalla torbiera, che dalla copiosa ricchezza ittica offerta dal vicino mare. Ampie aree dense di campi furono probabilmente coltivate a grano, insieme ad altre specie di foraggifere, per sfruttare al meglio sia la densità d’acqua piovana che le folate del vento miste d’aria salmastra proveniente dall’oceano.
Il nome del sito deriva – molto probabilmente – da una leggenda locale poco conosciuta. Fu, probabilmente, un prolungato periodo di carestia che causò la perdita dei coltivi causati per l’aridità, l’abbandono e la desertificazione che questi territori subirono (forse) per l’effetto di lontani sconvolgimenti climatici. Le popolazioni del tempo (gli antichi “Celti”) si affidarono allora ad importanti uomini di religione (i “Druidi”) per porre rimedio e/o cercare di trovare una soluzione per far ritornare nuovamente fertili questi territori. Sta di fatto che, per un prolungato periodo di tempo, furono sacrificate diverse fanciulle della zona legate, sottoforma di sacrificio da offrire a qualche primitiva divinità pagana, a questi monoliti, come segno di atto penitenziale per ritornare nuovamente ai periodi fertili cui queste zone erano interessate. Cone narra la leggenda, da quel poco di comprensibile che siamo riusciti a scoprire (in Cornovaglia si parla l’antica lingua celtica/gaelica, di difficile interpretazione!) vi fu un periodo durato una dozzina di anni in cui, verso l’arrivo dell’equinozio di primavera, veniva sacrificata una giovane fanciulla del luogo; poi, nell’attesa che arrivasse un qualsiasi “segno” dalle divinità evocate e non accadeva quel tanto aspirato cambiamento di rinnovo della natura, la poveretta era costretta a rimanere per sempre qui legata fino all’avvento della sua morte.
Fu così, allora, che di anno in anno, si susseguono i sacrifici di fanciulle immolate alla causa del rito propiziatorio per il ritorno alla normalità e il ripristino della salubrità dei campi della vita contadina di un tempo; dopo ben dodici anni solari, e dopo che le fanciulle sacrificate furono tramutate in pietre disposte in circolo divenendo un tutt’uno con la natura del luogo, dopo che la tredicesima vergine fu anch’essa legata a un monolito, avvenne il tanto atteso cambiamento: i territori dell’entroterra ritornarono nuovamente a germogliare e a garantire il raccolto e la produzione del grano per le popolazioni che vivevano lungo questo lembo di costa. Da allora gli antichi del luogo si sono tramandati per millenni la narrazione di questi leggendari eventi conosciuti come: la “Leggenda della 13a vergine mietitrice” (legata, appunto, al ritorno della fertilità di quei territori per renderli produttivi alla raccolta del grano); ed il cerchio di pietre che si può ammirare, ne testimonia la veridicità.
Oggi di questo luogo rimangono solo poche tracce litiche tra basamenti in pietra e qualche appena accennato monolito tutti – rigorosamente – disposti in circolo; punti su cui venivano legate le sfortunate fanciulle immolate. Il posto oggi viene avvolto dal più rigoroso silenzio rotto solo dalle violenti folate di vento, dal fragore e dal tuono delle onde che si abbattono sulla scogliera e dal gracchiare di corvi e gabbiani che qui marcano prepotentemente il proprio habitat, terreno di caccia per prede e piccoli roditori. E tante sono le domande e le curiosità che emergono ammirando queste pietre in circolo: chi le ha posizionate così in circolo…? Cosa realmente avvenne al suo interno…? Chi erano i preposti ad officiare questi particolari riti…? Tra spiritualità, riti pagani e sacralità di questo luogo, sembra davvero di essere proiettati indietro nel tempo. Qui, come nella gran parte dell’antica Cornovaglia, si avvertono ancestrali sensazioni di tempi lontani persi – forse – per sempre; circondati da un’atmosfera che rievoca i fasti e le leggende di un lontano passato celtico che resta, comunque, un prodotto di sentimento e di piacevole immaginazione. Superate le ultime centinaia di metri ecco comparire St. Jves, laggiù, oltre la rada e la lunga spiaggia di sabbia dorata su cui s’adagia il borgo di pescatori.
Ma le storie e i racconti che la elevano a capitale delle più belle e significative basse maree in Cornovaglia, ve le racconterò un’altra volta; ora, fatemi ancora godere il profumo dell’Oceano Atlantico e scorgere l’ultimo raggio di sole al tramonto che va a nascondersi oltre la linea dell’orizzonte… (di ©Andrea Perciato)
