Puntando verso la costa ionica in direzione delle foci del Bradano e del Basento, s’incontrano i resti di un’antica città: METAPONTO. Narrano gli storici (il geografo Strabone) che la città di METAPONTION sia stata fondata (nel 773 a.C.) dai Pili i quali, provenienti da Ilio, navigarono sotto la guida di Nestore fuggito da Troia. Questi furono abili contadini nei lavori dei campi che dedicarono a Delfi una messe d’oro, ma già nella prima metà del V secolo a.C. la città viene ricordata (fonti dello Bacchilide) per la vittoria conquistata dal metapontino Alessidamo in una gara di lotta svoltasi a Delfi. Successivamente la città fu distrutta dai Sanniti e non passò molto tempo che furono mandati a chiamare gli Achei della vicina Sibari per ripopolare quei luoghi abbandonati. Il nome che gli Achei diedero al sito trarrebbe origine dal fatto che la città è racchiusa tra due fiumi, il Bradanus e il Casuentus (oggi Basento). Nel 510 a.C. tra le sue mura fu accolto, proveniente fuggiasco da Crotone, il matematico Pitagora, ritenuto uno tra gli uomini più illustri del tempo, quel padre che formulò la teoria che “il numero è l’essenza delle cose”.
Metaponto fu città frumentaria e ben presto divenne il granaio della Magna Grecia che insieme a Sibari e a Poseidonia/Paestum (le tre grandi città achee delle “pianure”), create con la stessa matrice urbana, furono collocate tutte e tre a raccogliere le messi delle grandi pianure, allo sbocco di valli con un entroterra più o meno profondo e presso la foce di fiumi che servivano, al tempo stesso, come difesa del territorio e porto canale. I Greci qui vennero soprattutto per bisogno di grano, di pane, ed in questi sconfinati paesaggi dagli orizzonti uniformi ove le nebbie ristagnano nascondendo, molto spesso, il profilo dei rilievi montuosi, qui essi edificarono la loro città. Coniarono moneta propria su cui incisero da una parte la “spiga del grano” e dall’altra il demone maligno Alybas, la cavalletta divoratrice delle spighe già indorate. Il primo dono che essi inviarono, come segno di devozione al dio Apollo in madrepatria, fu un covone di spighe tutte già granite.
La colonia jonica oggi rivive soprattutto nelle colonne del suo tempio superstite, le uniche erette, insieme a quelle di Hera Licinia a Crotone, a testimonianza delle tracce elleniche lungo l’intera fascia costiera jonica. Su di una lieve altura, che forma un naturale baluardo nelle adiacenze del fiume Bradano si ergono le ali di quello che fu, probabilmente, il Tempio di Hera al confine con la regione dei temuti tarantini, e ciò induce a pensare che i nostri metapontini idealmente affidavano alla dea la difesa dei loro territori. Queste quindici colonne (delle 32 originarie) dall’insolito nome di “Tavole Palatine” e che sono anche dette “Mesole” o “Scuola di Pitagora”, un tempio extraurbano in stile dorico del VI secolo a.C., sono disposte su due ali (5 e 10) e la loro presenza viene avvolta da una poetica leggenda narrata dai popoli lucani i quali giunsero fin qui dai monti a mietere e a morire tra le spighe di Metaponto.
Tutto questo fuori le mura della città ma al suo interno, invece, nessuna colonna segna ciò che fu il grande Tempio di Apollo Licèo (o Leykos, il “dio solare”) che con le sue dorate frecce fugava dalle spighe mature le fumose nebbie e le fameliche locuste. Questo enorme complesso si ergeva nel cuore della città in seno all’agorà, un’autentica fossa incavata tra il grigio delle rinsecchite e polverose stoppie. Altri templi furono eretti a Metaponto e i numerosi e sparsi resti testimoniano la complessa e regolare dislocazione tra i vari quartieri e il resto delle fortificazioni tra cui il Teatro, i quartieri artigiani del KARAMEYKOS (i vasai e i ceramisti), dei fabbri, dei falegnami e l’EKKLESIASTERYON (edificio a pianta circolare del IV secolo, riservato per le pubbliche assemblee e teatro all’aperto). (di ©Andrea Perciato)
