SUGGESTIONI… Conetti, “cognoli”, fiumi di lava, lava “incordata”… questi, ed altri termini di valore puramente scientifico, sono alcuni dei particolari appellativi sulla toponomastica che determina la natura del Vesuvio, il vulcano più famoso al mondo! Per conoscere più da vicino le sensazioni e le suggestioni, ma anche le paure e le superstizioni, su ciò che le popolazioni vesuviane da sempre provano a convivere coi “fenomeni” legati alla vita del vulca-no, siamo andati alla scoperta di alcuni di questi luoghi (posti poco conosciuti e frequentati) del “gigante” addormentato chiamato dai locali, semplicemente… ‘a Muntagna!
Affacciato sul golfo di Napoli l’inconfondibile sagoma del Vesuvio (monte Somma) determina una delle sky-line più famose al mondo coi suoi oltre 200 kmq la cui base copre una circonferenza di circa 50 km. Il complesso vulcanico è costituito da due corpi orografici ben distinti: il monte Somma (coi 1133 m di Punta Nasone), interessato dal nostro percorso, le cui pendici esterne alla originaria caldera sono ricoperte da copiosi boschi (pinete) fino alla cima; e il Vesuvio (1281 m), di più giovane formazione geologica (roccia lavica rossastra) rispetto al primo e che risulta essere l’unico vulcano ancora attivo sul tutto il continente (isole escluse) europeo. Incuranti delle ancestrali paure consegnate all’eternità dalla diretta testimonianza di Plinio il “giovane” che illustrò la scomparsa di un’area tra le più ricche e vitali dell’Impero Romano, la popolazione che ancora oggi abita lungo le pendici del vulcano ha imparato a convivere coi sussulti generati dalla “muntagna”.
Come tante formichine che hanno eretto le proprie dimore aggrappate ai fianchi della montagna, gli uomini sembrano essere sempre più spavaldi, sfrontati e incuranti dei gemiti che la stessa – ripetutamente – restituisce dalle profondità del pianeta; segnali, questi, da non sottovalutare! Nella sua turbolenta vita il vulcano ha prodotto numerosi fenomeni a tutt’oggi ancora meta di campagne esplorative da parte di geologi e vulcanologi; le sue pendici sono privilegiate palestre di allenamento per gli escursionisti locali che risalgono valli e canaloni di antiche colate di fango lavico come le caratteristiche bocche eruttive laterali: i conetti (specie di sfiatatoti o vie di fuga magmatiche), piccoli anfiteatri lavici posizionati lungo i versanti a quote più basse che ricadono, prevalentemente, in territorio di Pollena Trocchia, e le creste sommitali dei cognoli del monte Somma.
La recente filmografia ove il Vesuvio è protagonista presenta, nella sua scena finale (Pompei), l’ultimo abbraccio tra due innamorati che nulla possono contro la tremenda onda di colata lavica di fiamme e fango che li travolge… quasi per incanto, escursionisti innamorati rievocano – inconsapevolmente – la stessa scena!
L’ITINERARIO (proposto)… Muovendosi dal Castello del Principe in Ottaviano, si continua per una ripida salita che supera i numerosi tornanti del Vallone Tagliente fino ad imboccare (presenza di una sbarra) la pista che sale a destra attraverso un copioso castagneto; subito dopo subentra la pineta (con esemplari di marittimo e d’Aleppo) che determina il principale manto vegetazionale alternandosi all’ontano napoletano e al carpino nero. Superati i tornanti iniziali lungo le falde settentrionali del vulcano, si raggiungono (1040 m) le balconate aeree di un paesaggio unico al mondo: dai fiumi di lava lungo i versanti occidentali del vulcano, ai suggestivi scenari offerti dai “conetti” vulcanici (fenomeni insoliti e poco conosciuti); dalle creste dei “cognoli”, autentiche rupi dagli scenari “danteschi” cui tuffarsi per assaporare le atmosfere dei canti e le gesta dei dannati di matrice alighierana, ai panorami sul golfo dell’immensa pianura campana che si estende oltre le falde vesuviane.
Questa è l’altra faccia del Vesuvio poco conosciuta e, fortunatamente, poco frequentata dall’escursionismo di massa; una faccia e una natura che si lascia scoprire in tutta la sua terrificante e suggestiva bellezza! Sotto di noi le valli dell’Inferno, del Gigante e l’Atrio del Cavallo sormontati dalla cupa mole vesuviana e le pareti a picco; giù in basso guglie e piramidi di roccia lavica s’impennano verso l’alto. Il percorso prosegue verso oriente con una serie di saliscendi che offrono vedute paesaggistiche su una piana eccessivamente antropizzata ed estesi deserti lavici che dividono la mole del cono vesuviano dalla primaria (per epoca geologica) caldera vulcanica del Somma. Tratti aperti in pendenza si alternano a spazi chiusi e ombreggiati attraverso copiose ginestrete; camminando lungo crinali di sabbia lavica mista a polveri di pomice si è (1112 m) sulla cornice dei Cognoli, le creste esposte del monte Somma.
Da quassù si riconosce il tipico paesaggio agrario della pianura campana, i cui fertili territori producono colture arbustive e ortaggi (agrumi, albicocche, carrubi, olivo, vite, ecc.) mentre le sue pendici sono ammantate dalla pineta, dalla lecceta e le ginestre. Il paesaggio vegetale in cresta è caratterizzato dalla presenza di li-cheni, che si sviluppano sugli strati di lava nuda, e piante erbacee; mentre felci e muschi nascono ove il microclima è più umido. Poco più in basso si segnala la presenza della betulla bianca che si alterna ad un sottobosco misto ove prevale la felce aquilina. Ai margini di una macchia la pendenza perde quota e si prende la deviazione che conduce alla Valle dell’Inferno, su un percorso in ripida discesa fino a raggiungere la Valle dell’Inferno; un gigantesco deserto di lava in cui primeggia il lichene grigio argentato Sterecaulon Vesuvianum.
Da qui si attraversa una gigantesca macchia di ginestre verso i Cognoli di Levante, in prossimità delle bocche laviche del 1906 e la cupola lavica del 1937. Risalendo i Cognoli di Levante si ammira una tra le più belle e interessanti formazioni di lava “a corda” del Vesuvio, con profonde crepe in cui alloggiano numerose specie di felci. Da qui ha termine il ginestreto e si raggiunge un grande slargo (la Marca, 790 m); crocevia di piste e sentieri che attraversano il vulcano. Prendendo la polverosa strada in discesa si ritorna nuovamente al punto di partenza. (di ©Andrea Perciato)
