S. Michele al Faliesi (Contrada, AV), una devozione che si ripete nel tempo

Una vittoria conquistata con l’astuzia… la “protezione” di un Principe dei cieli

Ritorniamo in Irpinia per una escursione fino alla grotta di S. Michele lungo i versanti meridionali del monte Faliesi (in tenimento di Contrada) antichissimo luogo di culto d’origine Longobarda, tanto caro alle popolazioni irpine sparse nella zona (Contrada, Forino, Preturo…), lungo le pendici di monte Faliesi. Bisogna ammettere che l’ascesa al monte Faliesi è una esperienza che riempie il cuore… e svuota i polmoni! Ma, a parte queste “battute” che lasciano il tempo e gli umori che trovano, le sensazioni e le emozioni che accompagnano questa salutare escursione sono molteplici.

Colonna sonora portante di tutta l’ascensione, per raggiungere dalle sue pendici settentrionali la spelonca dedita al culto del “Principe” delle armate celesti, San Michele, sono i ripetuti tornanti scanditi dagli incredibili ritmi determinati dai passi che calpestano il fogliame secco del bosco di castagni. Inizialmente la salita si presenta non difficile, senza alcune asperità tecniche, ma – se la temperatura comincia a salire – la calura si fa sentire, eccome…!

La faggeta subentra al castagneto e si presenta in tutta la sua imponente mole di fusti “monumentali” dalle circonferenze che superano i 3 metri con un copioso sottobosco ricco di profumate erbe aromatiche. Raggiunti il crinale in quota da quassù s’aprono panorami di incredibile bellezza. Il leggero fruscio delle refole del vento che avvinghiano i cespugli più esposti delle chiome degli alberi si alternano all’incessante ritmo scandito dallo “ciak&ciak” degli scarponi che calpestano le foglie secche; tutt’intorno ampie zolle di terreno smosse dalla presenza dei cinghiali, le cui tracce e i “segni” sono dappertutto. Il sentiero che conduce alla zona dove si trovano la chiesetta dei Contradesi e la Grotta dei Petruresi dona agli occhi dei meno affaticati incantevoli panorami della valle dove sorgono i vari caseggiati di Forino.

La presenza di qualche tavolato e diversi “punti fuoco” testimonia la presenza dei pellegrinaggi per raggiungere la grotta. In pochi minuti si raggiunge la balconata panoramica, sotto la grande croce, da cui s’apre una visuale unica che offre uno scenario paesaggistico che si espande tra il mar Tirreno, il “cuore” dei monti Picentini, e la valle dell’Ofanto. Volgendo lo sguardo verso tutti i possibili orizzonti, s’aprono vedute panoramiche ove si resta attoniti nell’immaginare lo scenario che si presentava, in quella lontana mattina del maggio del 663, quando, tra le colline di Bufoni e di San Nicola, le milizie longobarde e bizantine, in una cruenta battaglia dove (ventimila per i bizantini, chissà quanti per i longobardi) degli uomini votati al sommo sacrificio si scontrarono per determinare il corso della storia.

Una cappella incastrata alla base di uno sperone roccioso, divide il modesto altipiano dal sentiero che conduce fino all’ingresso della grotta. Una finestra naturale s’apre tra le rocce e, affacciandosi, lascia scorgere, laggiù in fondo, le case del borgo di Petruro; questo piccolo altopiano è sempre battuto, in tutte le stagioni, da un vento forte proveniente da nord-ovest. Seguendo il sentiero si raggiunge l’orlo di un sistema roccioso, poco sotto la vetta del Faliesi. L’accesso alla grotta attuale è lastricato e riparato da un muro di contenimento. Continuando ancora a camminare, si raggiunge lo sperone roccioso che s’affaccia su precipizi di incredibile profondità; pochi metri più su a destra, si ha la piacevole sorpresa di raggiungere l’ambita meta: la grotta di S. Michele. Qui, il desiderio di suonare la campana posta all’ingresso dell’antro ipogeico, appaga tutti coloro (fedeli, pellegrini ed escursionisti) che compiono l’ascesa per raggiungere la grotta; chi lo fa per “segno” devozionale, chi invece per alleviare la fatica profusa per l’ascesa.

In pochi attimi si è all’interno della sacra spelonca a condividere lo stesso spazio sacro. L’interno è più o meno illuminato dalla luce ambiente. Qui due altari posizionati a differenti livelli, testimoniano la presenza per il culto di San Michele fin dall’epoca dei Longobardi. Sono stati realizzati, centralmente e verso il culmine della grotta; quello più basso è provvisto di decorazioni, quello successivo ha un’area tabernacolo con l’affresco di San Michele “pesatore di anime“. C’è una lapide sul lato sinistro dell’ingresso che rimarca l’importanza per il culto di San Michele Arcangelo, il protettore delle genti longobarde, i quali, a ricordo della incredibile vittoria, “… ad locum cui Forinus nomen est…” scalarono il monte Faliesi e lì scavarono nella roccia una grotta. La storia di questo luogo risale alla fine del 670 circa di quando Romualdo che, con il padre Grimoaldo, era signore del ducato longobardo di Benevento, fondato nel 510.

Narra la leggenda, che si incrocia ripetutamente con la storia che il loro nemico e imperatore dei Bizantini, Costante II, attaccò l’esercito di Romualdo, mentre suo padre era intento a fronteggiare i Franchi: nonostante tutto, Grimoaldo ebbe la meglio e mosse in aiuto del figlio Romualdo. Costante II, che aveva paura di Grimoaldo, ripiegò a Napoli con l’inganno; successivamente mandò Saburro, con 20.000 uomini, a combattere contro Romualdo, nonostante quest’ultimo avesse stipulato la pace con Costante II. I Bizantini si accamparono tra i monti circostanti; tuttavia, nonostante i sotterfugi, Romualdo, con un piccolo contingente di uomini, sconfisse – l’8 maggio del 663 – e mise alla fuga i Bizantini nella piana di Forino. Così uomini dell’esercito longobardo, salirono in cima al monte Faliesi, scavarono una grotta nella roccia in onore del loro santo protettore, l’Arcangelo Michele, ed eressero a lui un altare, venerato – dopo oltre 1300 anni di distanza – ancora oggi, da numerose folle di pellegrini e fedeli.

Sulle pareti interne, ai due lati della grotta, sono ricavate due piccole cavità che raccolgono lo stillicidio di acqua sorgiva. Il primo altare dedicato all’Arcagelo, posto a poca distanza dall’ingresso, reca fiori e ceri votivi, mentre l’altro, incastonato verso il fondo della caverna, è dotato di uno spazio retrostante che permette ai pellegrini di girarci attorno. Infatti, tradizionalmente, chi visita la grotta compie sette giri intorno all’altare, esprimendo altrettanti desideri, atti devozionali di sicura connotazione pagana, perché il numero sette è sempre stato fortemente legato alla magia. Quassù, al Faliesi, il sette ricorre spesse volte, considerato che l’altura è uno dei sette monti del circondario di Forino e che il luogo d’origine della sede rupestre di questo culto micaelico veniva costituito da 7 piccole cappelle distribuite all’interno della roccia, ancora oggi conosciute, soprattutto dai più anziani, come “‘E Sette Cammarelle”, ovvero “Le sette piccole camere del maligno”.

Spesso non è raro, veder spuntare fuori – come per magia – dallo zaino di qualche escursionista, un cero votivo che viene posto lì, davanti all’Arcangelo, come atto di fede; scene del genere rendono ancor più suggestiva e significativa la visita all’interno della grotta… sotto lo sguardo attento del “Principe” delle armate celesti: l’Arcangelo Michele. (di ©Andrea Perciato)

Pubblicato da Andrea Perciato

Sono una Guida Ambientale Escursionistica dell'AIGAE (Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche). Giornalista/pubblicista, esperto della progettazione di itinerari escursionistici e della promozione turistica mirata all'ambiente e alla natura. Amante del sapere e sempre alla ricerca di nuovi orizzonti da esplorare e da raccontare. Camminare, sognare, respirare e amare questo bellissimo e incredibile mondo.

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