“TRÖLLSTIGHEN” nelle incredibili Terre del Sannio, tra janare ed elfi

Quando per la prima volta si narrò il racconto dell’anziano boscaiolo che, transitando per due volte al giorno tra i monti e questa gola, nessuno voleva crederci. Ebbene, quella parte di territorio nel cuore dell’Appennino che determina l’alto corso del torrente Titerno offre – ancora oggi – quelle straordinarie sensazioni di fascino e mistero, in un angolo di natura stretto fra aspre montagne, valloni calcarei ed ampi paesaggi che caratterizzano i territori dell’alto Sannio.

La zona è quella intorno a Cerreto Sannita, un immenso paesaggio sospeso lungo orizzonti determinati da rilievi addolciti e valloni profondi in cui scorrono impetuose acque dalle sponde ricolme di folta vegetazione. Il luogo è quello in cui transitava una tra le più significative “bretelle” che metteva in collegamento (attraverso la valle di Maddaloni e il medio corso del fiume Volturno) la “Regina Viarum” (Appia) con il più importante tracciato determinato dal transito delle greggi lungo la dorsale appenninica: il Regio Tratturo Pescasseroli-Candela. Terra di miti e di leggende, di storie fantastiche e luoghi carichi di memoria popolare rendono ancor più suggestivi i luoghi del circondario; lì dove è ancora possibile ascoltare l’ululato del vento attraverso gli alberi della foresta o nelle gole del torrente Titerno; oppure quello di dare un nome alle tante bizzarre forme di roccia che la natura ha creato intorno distribuendole un po’ dappertutto, dai rilievi montuosi ai valloni fluviali, forme che rievocano – in un certo qual modo – le sagome delle streghe o degli antichi folletti dei boschi: i “TRÖLL” di matrice scandinava.

Muovendosi da S. Lorenzello (227 m), a meno di 2 km da Cerreto Sannita parte una comoda salita che arranca lungo dorsali ricoperte da un manto boscoso formato da aceri, carpini, cerri, faggi, pini e querce. La zona viene comunemente indicata come monte Erbano, ma l’esatta toponomastica della cima (che si erge lassù in alto) è Punta la Pizzuta (1133 m – una dorsale di monte Erbano) che, insieme al monte Monaco di Gioia (1332 m) e al monte Erbano (1385 m – l’antico “Eribiano” di cartaginese memoria le cui falde furono attraversate dalle armate di Annibale) formano, nel mezzo di questo triangolo di cime brulle, una successione di vaste conche prative a carattere carsico dette il Campo del Monaco. La comoda pista giunge all’imbocco della Valle Santa (557 m – presenza di un Rifugio, alcuni capanni e piazzole per il pic-nic), un crocevia di sentieri che salgono attraverso i boschi (pinete) di monte Erbano. Un breve tratto in falsopiano costeggia i prati della valletta; laggiù nel fondo una grossa casa rurale (disabitata) controlla il passaggio delle piste che transitano per questi rilievi mentre accanto alla casa, nascosto tra due giganteschi alberi (un ciliegio e un noce), vi è un abbeveratoio con un pozzo.

È probabilmente in questo luogo così isolato, ben nascosto, e lontano da ogni cosa che sembrano perpetuarsi gli antichi rituali delle magiche atmosfere delle “janare” (ci troviamo nei territori delle Streghe) che affatturavano (lanciando o disfacendo malefizi) in nome del dio Wothan (“Signore dei Boschi”) dedicandogli riti magici e danze intorno a grossi alberi. All’estremità orientale della valle si apre uno tra i più incredibili paesaggi dell’alto Sannio: balconate panoramiche che si estendono lungo un orizzonte che scorre dal monte Mutria e la Bocca della Selva (a Nord) fino alla gigantesca muraglia del Taburno-Camposauro e il medio corso del fiume Volturno (più a S).

Alle spalle della casa rurale parte un sentiero che sfiora le pendici della serra di Prece Lautala. Qui compare un sottobosco ricco di erbe aromatiche, molte delle quali usate per fare infusi o liquori. Questo sentiero raggiunge (750 m) la sterrata che sale dalla Valle Santa, divenendo – ora – un’unica traccia che risale lungo i pendii della montagna. Il sentiero svalica (825 m) a ridosso delle creste della Prece Lautala e comincia lentamente a degradare (NW) attraverso un bosco. La natura intorno appare in tutta la sua straordinaria bellezza con crinali montuosi ricoperti da foreste, autentico rifugio per animali selvaggi (volpi e cinghiali) in un ambiente la cui immaginazione rievoca stupore e meraviglia riportando alla mente arcaiche emozioni come quelle di trovarsi di fronte a qualcosa di unico, irripetibile: la sensazione di non essere più soli, la certezza di essere osservati attraverso i cespugli dai signori incontrastati dei boschi come gli Elfi, le Fate, i Folletti, gli Gnomi, le Silfidi… “creature” che da sempre hanno accompagnato i nostri sogni, emozioni e paure fin da bambini.

L’orizzonte viene scandito da una successione di rilievi, a volte brulli e isolati con cime tonde, molto spesso aspri o coi versanti ricoperti da folta vegetazione; a levante si parano le balze terrazzate di monte Cigno che spiove, con le sue pendici calcaree, nel fondo del canyon determinato dal torrente Titerno. Il sentiero punta in direzione di Civitella Licinia e attraversa, in successione, una serie di valloncelli a carattere torrentizio che spiovono dalle falde orientali del Pizzo lo Congo. Un primo canalone porta giù alla Peschiera; proseguendo in avanti si supera il Fosso Rattabone e – successivamente – si giunge nei pressi di un casolare (640 m) completamente avvolto dalla cerreta. Un po’ più avanti si oltrepassa il casolare e subito dopo per un impervio pendio si guadagna, sulla destra, una precipitosa discesa (attenzione!) che per tratti di sentiero scosceso serpeggia tra alberi e rocce fino a raggiungere il Ponte Lavella, sulla strada che da Cerreto Sannita conduce a Civitella Licinia e Cusano Mutri.

È proprio in questo punto, al centro della gola, che è più visibile l’azione corrosiva delle acque determinato dalle cosiddette “Marmitte dei Giganti”, enormi massi levigati; nel mezzo vi scorre il Titerno. Pareti in calcare ricoperte da un folto manto boscoso (cerreta, pineta) con un sottobosco ricco di erbe officinali, determinano questa parte della valle così aspra le cui sponde orografiche presentano una forra profonda circa 40 metri. A levante si staglia la ciclopica muraglia di monte Cigno con pendii calcarei ora terrazzati, ora incisi e tagliuzzati, formando – qua e là – aspri dirupi e isolati torrioni. Proprio nel centro, va restringendosi in prossimità dell’antico ponte di “Gorgo Vecchio”, più comunemente conosciuto come “Ponte di Annibale”, un ponte romano a tutto sesto la cui tradizione vuole che sia stato eretto dalle armate cartaginesi per spostarsi dagli Appennini alla principale consolare del Sud, la Appia. La toponomastica della zona lascia facilmente intuire di come le acque durante le piene, incanalandosi giù per il corso di queste gole, creino vorticosi salti con gorghi e cascate. In questo luogo ritornano le fantastiche figure dei boschi: particolari sculture in pietra modellate dal millenario lavoro perpetuato dalle forze della natura; un intreccio di tronchi, radici e rocce che si rifanno al cervo, e poi ancora sagome stilizzate degli animali del bosco come lo sguardo fiero dei lupi o lo slancio dei daini e dei caprioli.

Transitando per queste aree boschive si possono ben osservare le tracce del passaggio degli animali mentre in alto, tra le fronde, sfreccia il bianco e azzurro di una ghiandaia; l’improvviso fruscio di foglie smosse determina forse il salto di qualche roditore, mentre il riverbero del sole scivola sulle lucide felci bagnate dalla rugiada. E’ un’atmosfera magica quella che si vive nel centro delle gole del Titerno. In alcune giornate, soprattutto quelle ventose, sembra quasi che a tratti si percepisca la sensazione di udire ghigni e risatine, di ascoltare piccoli e veloci passi felpati e osservare il rincorrersi delle ombre che si alternano a lunghi e intensi fasci di luce, proprio come il racconto narrato dall’anziano boscaiolo. Qui tutto è incantato e l’ambiente è tra i più ideali per trasformare le leggende dei boschi in una realtà riscontrabile attraverso foreste, forre, montagne e vallate. Dal Ponte Lavella la strada prosegue in uno scenario naturale di grande suggestione, in un’atmosfera magica e paurosa. In meno di 3 km, dopo aver superato il Ponte Risecco e il Ponte Tullio, si raggiunge Cerreto Sannita (278 m) “Città di Fondazione”.

Distrutta dal terremoto del 1688 l’attuale sito si presenta lungo uno straordinario reticolo a scacchiera racchiuso da una forma a fuso, dettata da principi orografici ricreati in luogo dell’antico transito dei pastori transumanti e della Stazione di Posta. Le sue piazze e le sue chiese si affacciano lungo strade parallele che rispecchiano la qualità della vita e i colori di una magica natura (i ciottoli del Titrerno). Dalla Piazza Centrale (S. Martino) con la Fontana di Masaniello si risale lungo la ciottolosa arteria principale (Corso Umberto) su cui prospettano chiese e palazzi gentilizi; lo sfondo è chiuso dalla scenografica Chiesa/Convento delle Clarisse che determina Piazza Roma. Aggirati, sulla destra, la Vecchia Fucina, si risale ancora a sinistra proseguendo verso il lato monte del paese, alla sua estrema periferia NE, fino ai ruderi dell’antico opificio (la Tintoria Ducale); da qui si prende la strada che sale (direzione SE) verso i dolci crinali ulivati in direzione delle Ripe del Corvo. Superati un torrente si transita presso i Cappuccini (381) e giunti al bivio per Montrino si prosegue in avanti superando il fossato del Vallone Selvatico; subito dopo termina l’asfalto e il cammino prosegue attraverso le case di Contrada Cerquelle fino a raggiungere (580 m) la pista che proviene da Cesina di Sopra, in località Cerro. Di fronte a noi compare uno tra i più suggestivi luoghi di tutto l’Appennino: il caratteristico blocco calcareo naturale indicato come la “Leonessa” (769 m), un monolito roccioso curiosamente modellato dagli agenti atmosferici durante il corso dei millenni e al cui interno è incavata la cappellina rupestre longobarda dedita al culto di S. Michele.

Le sorprese, durante questo itinerario non sono certo mancate, ma questa altura calcarea, che incredibilmente poggia su un vasto banco argilloso, offre visioni panoramiche di un territorio ricco di suggestive presenze paesaggistiche che vanno dai monti del Matese al Taburno-Camposauro fino alla valle del medio Volturno. (di ©Andrea Perciato)  

Pubblicato da Andrea Perciato

Sono una Guida Ambientale Escursionistica dell'AIGAE (Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche). Giornalista/pubblicista, esperto della progettazione di itinerari escursionistici e della promozione turistica mirata all'ambiente e alla natura. Amante del sapere e sempre alla ricerca di nuovi orizzonti da esplorare e da raccontare. Camminare, sognare, respirare e amare questo bellissimo e incredibile mondo.

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