Questo bellissimo e panoramico itinerario si svolge, a circuito, lungo l’estremità della dorsale montuosa della Penisola Sorrentina, là dove i monti Lattari si protendono verso l’isola “azzurra” di Capri. Merita, comunque, una sosta iniziale, la panoramicissima balconata che si apre dalla piazzetta di Termini (frazione di Massa Lubrense – NA), ultimo luogo abitato della costa sorrentina prima dell’antico promontorio di Punta Campanella ove passava l’antica Via Minerviae/Athena; nella chiesetta di Termini, vi è custodito un crocifisso ligneo del ‘500 di pregiato valore storico artistico.
Partendo da Termini, a meno di due chilometri in linea d’aria dai “faraglioni” dell’isola di Capri, prendendo in direzione S, comincia a scendere una stradina (inizialmente asfaltata) che porta tra le case del borgo di Petrale. Qui, una serie di tornanti che salgono in cima al monte San Costanzo, vengono attraversati da un viottolo formato da gradoni scavati nella roccia e che permettono di tagliare la forte pendenza. Guadagnati la sella del crinale, nei pressi di una pineta che sfocia sull’opposto versante salernitano della penisola, una deviazione a sinistra conduce, brevemente, alla bianca Cappellina dell’Eremo del monte San Costanzo. Alcuni studiosi ritengono che qui fosse posto l’antico tempio dedicato al culto della dea ellenica Minerva. I due principali golfi campani, da quassù offrono davvero splendide vedute panoramiche: dalle isole de Li Galli (le tre mitiche isolette che gli antichi chiamavano Sirenuse) al Vesuvio.
Muovendoci ora in direzione SW, proseguiamo fra creste esposte, roccette traballanti e fasciumi d’erba filiforme; si transita per una pineta e, immediatamente, si guadagna il brullo crinale che in breve porta a raggiungere, lungo gli scoscesi pendii, la cima del Monte San Costanzo (497 m); quassù sono presenti alcune installazioni radio militari, per cui la zona della cima è completamente interdetta e racchiusa da un reticolato con filo spinato. Rasentando con prudenza un breve tratto di recinto, si prosegue verso oriente, ove la pista, ora, presenta un cammino che diventa, man mano, più impervio e difficoltoso, dovuto soprattutto alla presenza di precipiti costoni rocciosi che si aprono, con inquietanti e profondi baratri, verso un mare così incredibilmente e meravigliosamente azzurro; più giù, in basso, si apre la stupenda Baia di Jeranto, una naturale insenatura il cui accesso è possibile solo dal mare; una tra le bellezze naturali meno conosciute dell’intera costa e che presenta fondali che vanno dal turchese al giada, dallo smeraldo al cobalto più intenso; domina la baia, un piccolo promontorio sormontato dai ruderi della Torre di Montalto che nasconde i resti di una tramoggia (usata fino al 1945) per l’imbarco di materiale estrattivo. L’intera zona è sottoposta dal vincolo protezionistico del FAI (Fondo Ambiente Italiano).
Dalla cima del monte San Costanzo, parte la labile traccia (appena percettibile) di un sentiero, per lo più battuto dal passaggio delle capre che, attraversando il lungo crinale erboso di Pezzalonga e, proseguendo lungo una interminabile discesa di roccette calcaree, gradatamente si affaccia a mezzacosta con balconate che si aprono su panorami a mozzafiato fino a raggiungere la spianata di Punta della Campanella (36 m), posta sull’estremo punto della Penisola Sorrentina. Proprio di fronte, a poco più di un paio di miglia marine, si stagliano le scogliere dell’isola “azzurra” con i suoi faraglioni. In questo tratto di mare, conosciuto come le “Bocche di Capri”, le acque si presentano quasi sempre agitate, ciò a causa delle forti correnti marine sospinte da venti di bonaccia; qui il Goethe stava per naufragare durante il suo viaggio costiero dai lidi peloritani (dalla Sicilia) verso la capitale borbonica (Napoli) nel 1787.
Questa Punta della Campanella fu detta dai greci PROMONTORIO ATHENEO e, successivamente indicata dai romani, come PROMONTORIUM MINERVIAE o SURRENTIUM, perché vi sorgeva, probabilmente non lontano dall’attuale Torre d’avvistamento, un tempio dedicato al culto della dea Athena (Minerva per i romani); nelle vicinanze sono ancora ben visibili le basi circolari per le batterie d’artiglieria della difesa costiera, qui sistemate dai francesi di Murat per impedire lo sbarco della flotta inglese dell’ammiraglio Nelson a Capri ai principi dell’800. Tutt’intorno si possono facilmente notare i diversi resti delle strutture perimetrali e pavimentazioni d’epoca romana attribuibili, forse, ad una villa o alla sede di un distaccamento militare in servizio presso un faro per comunicazioni con i depositi marittimi di un antico approdo. Vi sorge qui, in una posizione strategica, la mozza TORRE MINERVA (o Saracena), fatta costruire da Roberto d’Angiò nel 1335, rifatta nel 1566 dagli spagnoli, e che faceva parte di un imponente sistema di avvistamento costiero distribuito lungo tutta la fascia tirrenica. Al sopraggiungere delle incursioni saracene provenienti dal mare, questa segnalava l’avvicinamento dei legni pirati, per mezzo del suono di una campana (o col bagliore di grossi fuochi), da cui l’attuale nome dato alla punta.
Lungo questo promontorio si possono notare dei profondi tagli nella roccia calcarea e la presenza di alcuni tratti di mura di terrazzamento di quella che, con molta probabilità, in antichità doveva essere la “Via Minerviae” con la pavimentazione in basoli ad opus-incertum/reticolarum, tipica sistemazione delle strade romane. Se si sosta sulla spianata della Torre di Punta della Campanella e si volge lo sguardo all’interno verso settentrione, si potrà notare come da questa posizione si intravedono contemporaneamente altre due torri di avvistamento costiero: a sinistra, la torre Fossa di Papara (o di Namonte); mentre a destra, la torre di Montalto. Il più delle volte queste torri, poste a guardia della costa, erano completamente isolate. Non presentavano quasi mai tracce di collegamento verso l’interno; generalmente venivano approvvigionate via mare.
Verso la metà dell’anno 800, il bacino del Tirreno fu devastato dalle scorrerie dei Saraceni che provenivano dalle coste settentrionali africane. I tranquilli siti della Penisola vennero allora anche loro interessati da queste incursioni. Le popolazioni locali, in prevalenza pescatori, agricoltori, coltivatori e pastori, avvertirono il bisogno di potersi difendere da questi Musulmani (detti anche Mori) costruendo fortificazioni e torri distribuite lungo le coste. Solo con l’avvento dei Longobardi, dei Normanni, degli Svevi, degli Angioini, degli Aragonesi e, infine, degli Spagnoli, nei territori da essi conquistati, si progettò un piano ben definito per la protezione dal mare contro il pericolo dei predoni.
Le torri, situate in postazioni strategiche, a ridosso di scogliere e spiagge, e all’imbocco di fiordi e cale, non avevano nessun tracciato che le collegasse tra loro, ma esercitavano in assoluta autonomia; erano stabilmente occupate da drappelli militari che periodicamente si davano il cambio. Ad oriente della torre, una ripida scala scende per un angusto dirupo che porta fin giù alla selvaggia scogliera. Questa, in parte intagliata nella roccia, ed in parte sistemata da mani umane, conduce ad alcune cavità ipogee sfocianti direttamente sul mare che, affacciandosi nella pittoresca marina di Jeranto, ai piedi della precipitosa scogliera che scende giù dal monte San Costanzo, fungevano, con molta probabilità, sia da approdo dal mare, che da magazzini portuali.
Qui è possibile ammirare gli incredibili ed incantevoli colori che offrono i fondali marini. Un secondo approdo, presumibilmente posto sul lato occidentale della punta, era situato in fondo ad una scala, probabilmente costruita nel luogo di una più antica gradinata. Una considerazione va fatta sugli aspetti morfologici e topografici della penisola. Dal lato della costiera Sorrentina si hanno una maggiore distribuzione di centri lungo il litorale. Immediatamente a ridosso di questi, in leggero falsopiano (tra i 250/400 m), si aprono estese ondulazioni coltivate prevalentemente a vigneti e uliveti. Dal lato opposto, invece, sulla costiera Amalfitana, presso Positano, si possono notare aspetti molto più impervi della fascia costiera. Lungo il ciglio di questa, vi scorre la dorsale più elevata dei monti Lattari con altezze che oscillano tra i 500 ed i 1200 metri. Ciò è dovuto al fatto che questi strapiombi rocciosi precipitanti verso il mare, non hanno permesso l’estensione di coltivi, verso l’interno, così come sul versante opposto, eccezion fatta per la sola Positano che, protetta da alte montagne, ha saputo offrire sempre un sicuro approdo ed un ospitale soggiorno a coloro che su questi litorali svolgevano i loro traffici commerciali.
Spostandosi ora dalla Punta della Campanella verso l’interno, e proseguendo verso settentrione, si ritorna a camminare lungo il basolato dell’antica strada romana che ora, con una luce diversa, offre magnifiche vedute panoramiche dell’isola di Capri, della scogliera, della cala di Mitigliano, delle baie, della Torre di Namonte (o di Papara), delle macchie boschive di querce ed ulivi delle insenature nascoste e delle spiagge che si aprono in uno dei tratti di mare più incantevoli del mondo, e si raggiunge così, nuovamente il borgo Petrale e poi a Termini (punto iniziale del percorso), ove finisce questo bellissimo circuito. (di©Andrea Perciato)
