Alta Irpinia, tra “Daunia” e “Baronia”… lungo il Regio Tratturo

Potrà sembrare eccessivo, sicuramente in molti non lo crederanno mai, ma i territori attraversati da questo mio vagabondare per l’Appennino Dauno ha avuto il privilegio, forse unico in Italia, che con una sola visuale panoramica a 360° sui vastissimi e infiniti orizzonti si affacciano, quasi a comporre un magico intreccio fatto di culture, etnie e civiltà diverse, quattro tra le più interessanti Regioni del Mezzogiorno italiano: Puglia, Molise, Campania e Basilicata. Le zone sono quelle dell’Arianese e della “Baronia” e si distendono a formare le valli solcate da torrenti e fiumare che compongono la ben più importante Valle dell’Ufita. La gente (e i paesi) che vivono tra le valli dell’Ufita, del Miscano e del Cervaro, è gente dell’Appennino meridionale, un crogiolo di tempi, di luoghi e di eventi che hanno visto l’avvicendarsi e il rincorrersi di civiltà e dominazioni fra culture diverse (come gli Hirpini, i Dauni, i Sanniti, gli Apuli) ai cui margini spiccano quelle più conosciute degli Etruschi e dei Greci. Questi paesaggi, questi territori si presentano, oggi, ancora integri e incontaminati, con una piacevole alternanza di scenari naturali e ambientali di straordinaria bellezza là dove, senza continuità di soluzioni, tra le immensità e le asperità dei luoghi deserti e (apparentemente) disabitati, contrastano con le valli scavate lungo lo scorrere dei millenni dai numerosi corsi d’acqua.

Un’antica e importante arteria viaria, solcava questa parte di Appennino: il “REGIO TRATTURO” che collegava l’Abruzzo (Pescasseroli) al Tavoliere apulo (Candela). Da qui, per lunghi secoli, per le antiche “Taverne” che ancora oggi sono possibili vedere, si è visto il passaggio di uomini e armenti lungo quello che era il più importante transito delle greggi dalle montagne abruzzesi alle pianure apule: il Regio Tratturo Pescasseroli-Candela. La bianca e pietrosa pista che solca alcuni dei centri abitati della zona, ancora oggi, testimoniano quelle arcaiche sensazioni legate al nomadismo pastorale, di quando da lontano si udivano i belati delle greggi ed iniziava il tintinnio dei campanacci, simbolismi di suoni ed elementi ambientali che si mescolavano ai giganteschi polveroni i quali, come cumuli nebulosi, avvolgevano e ricoprivano tutto l’orizzonte. Nel camminare lungo questi scenari agresti, le brezze al mattino restituiscono, ai nostri polmoni, l’acre e frizzante odore dell’erba verde bagnata dalla rugiada, là dove le vacche al pascolo ciondolano scampanando dietro l’abbaiare dei cani, oppure l’attraversare il cortile di una masseria ove i grossi tavoli al fresco dei porticati emanano, densi e profumati, gli stuzzicanti odori di una ricotta ancora fumante. Emozioni e sensazioni, queste, che incredibilmente accompagnano chiunque desideri avventurarsi tra queste contrade, alla ricerca di un insolito camminare tra storia e natura, ove la prima cede volentieri il passo alla seconda senza che entrambi creino alcun contrasto visivo ed emotivo.

Dall’abitato di Buonalbergo il Regio Tratturo attraversa, per brevi saliscendi, i leggeri pendii settentrionali dell’altura dei Monticelli sistemati a uliveti e a colture cerealicole, fino a raggiungere l’abitato di Casalbore, ben individuabile per la sua Torre Medioevale a pianta quadrata. Qui sono facilmente riscontrabili, scrutando at-tentamente intorno, i simbolismi di quella che era un’importante sosta lungo la Via delle greggi: l’aia per il foraggio, la fonte per abbeverarsi, l’accatastamento di legname per alimentare i fuochi del bivacco, l’antico ovile ove porre al riparo le greggi. L’attuale strada variante 90/bis, segue fedelmente la direttrice del Regio Tratturo. Il nostro cammino continua ora verso NE proseguendo lungo una pista ben tracciata dal passaggio di greggi ed automezzi. I panorami cominciano ad aprirsi e i campi di grano e di tabacco ammantano di giallo-verde l’intero oriz-zonte solcato dal corso del torrente Ginestra. Il paesaggio continua ad aprirsi offrendo nuovi orizzonti e inedite vedute panoramiche fino a che la pista degrada leggermente verso il greto del torrente Ginestra. Oltrepassati l’alveo torrentizio si comincia nuovamente a risalire lungo la polverosa pista che attraversa terreni aridi e spogli, ricolmi di siepi e cespugli fino ad incontrare gli sparsi ruderi (edifici, case, torri e masserie) di quello che una volta era l’antico Villaggio della MALVIZZA, praticamente una variante che scorreva un po’ più a monte del tracciato del Regio Tratturo, in un luogo che era un sicuro punto cruciale per piste, antiche arterie stradali e sentieri, tutti di fondamentale importanza per il transito e i collegamenti tra la Campania e la Puglia. Qui il tratturo sfiora prima una piccola masseria con una torre (colombaia) poi la Masseria Stiscia con la Cappella privata di S. Gaetano del 1797 non più agibile e, successivamente, quello che era l’edificio più grosso dell’antica contrada: la TAVERNA del Duca, un imponente caseggiato del ‘600 capace di ospitare numerose persone e bestiame al seguito (con cavalcature e greggi), eretto proprio lungo il tratturo Castelfranco-Montecalvo.

Il nostro cammino continua ed imbocca un tratto di pista ove la larghezza della carreggiata supera addirittura i 40 m; al centro di questo è collocato un pozzo per la raccolta d’acqua, che serviva per dissetare greggi e pastori transumanti, formato da grossi blocchi di pietra sistemati in cerchio. Superati quest’ultimo, l’atmosfera della pista sprofonda nel più arcano dei silenzi: nessun uccello si alza più in volo, ogni canto di cicala scompare improvvisamente, la brezza del vento cala e sembra quasi che qualche malefizio stia per giungere tra le siepi e i cespugli che nascondono i bordi del tratturo. Nulla di tutto ciò, poiché ecco comparire, quasi dal nulla, l’enorme pozza della Mofetta caratterizzata dalle sue “bolle” (piccoli crateri di superficie) che vomitano a intermittenza gorgoglii fangosi di acqua mista a gas metano. Porre i piedi nelle vicinanze di queste bolle è da ritenersi sconsigliabile tranne che si è accompagnati da qualcuno delle vicine masserie della Malvizza. Qui la storia, in un excursus di epoche che si rincorrono dalla notte dei tempi, “dorme” un apparente e infinito sonno tra erbe dorate, alture ingiallite o verdeg-gianti pianori e vallette nascoste. Questo vasto territorio comprende l’estremità orientale dell’avellinese lungo un’area geografica facilmente delimitabile e racchiusa tra i corsi fluviali del Miscano, del Cervaro, del Calaggio, dell’Ufita e del Calore. Proseguendo oltre la Malvizza, la pista piega scivolando leggermente verso la Valle del Miscano, per poi risaleire fino a Montecalvo Irpino. Oggi il sito si presenta come un ameno centro ricco di vestigia e monumenti, col suo interessantissimo antico borgo rupestre situato nella zona detta del Trappeto dove si possono osservare le interessanti abitazioni troglodite delle suggestive e “misteriose” cantine, e dai cortiletti che si aprono tra rampe e soppalchi in un continuo gioco di luci e di ombre in cui s’inseriscono i cromatismi di un vissuto rurale che risale antichissime tradizioni.

Dal Trappeto verso monte S. Felice, parte uno stradello ben visibile ma polveroso che per accentuata pendenza mena a scendere lungo gli argentei pendii ammantati d’ulivo. Ora il paesaggio assume caratteristiche ambientali completamente diverse da quelle vissute in precedenza. Non più dolci orizzonti dai profili monotoni e avvolti dal dorato dei campi di frumento, ma alture discontinue ricoperte di boschi con colture intensive e attraversate da valloni solcati da alvei torrentizi intervallati, qua e là, da pianori prativi. Qui va leggermente scomparendo la sistemazione agraria dei frutteti e subentra, incisivamente, la coltura dell’ulivo e della vite. Case e masserie sono sparse un po’ ovunque e qualche moderna villetta, dalle tinte un po’ vivaci e non troppo consone ad un gradevole impatto ambientale, comincia a fare la sua comparsa in un territorio che inizia ad essere piuttosto antropizzato e che gradualmente va aprendosi con ampi orizzonti ed ampie vedute panoramiche. Si giunge così ad Ariano Irpino, a ridosso della zona ospedaliera della cittadina. In strategica posizione, questa parte di territorio “segna” quel naturale confine tra la Campania e la Puglia, in uno di quei particolari punti dove, dalle più remote epoche, è ubicato uno tra i valichi più agevoli dell’intero Appennino. Con la romanizzazione del territorio l’intera zona si vide al centro dei traffici tra il mar Tirreno e l’Adriatico, e furono le successive epoche barbariche che provocarono l’allontanamento delle famiglie dalle pianure (la Starza ed Aequum Tuticum) e l’arroccamento di queste ultime sui tre colli (il Calvario, il Castello e S. Bartolomeo) dove oggi sorge l’attuale abitato che viene anche indicato come la “Città del Tricolle”.

Il territorio, in gran parte collinoso (o con alture tondeggianti), trae origini dalla civiltà sannitica, come quella appenninica, che sono state sempre caratterizzate da piccole comunità dedite alla pastorizia e a una vita transumante sui grandi tratturi che ancora oggi solcano le zone interne dell’Appennino  e che assolvevano la fun-zione di facilitare i contatti e gli scambi culturali. Dopo la romanizzazione del San-nio i coloni edificarono le loro dimore nelle vallate che giacevano giù in basso, co-stellando il paesaggio di una miriade di pagi (villaggi) i quali determinarono la de-viazione della vecchia strada “EGNAZIA” (che scorreva sui crinali montuosi) e in-dussero a sistemare altri collegamenti tali da comprendere questi nuovi insedia-menti. Successivamente i Romani indicarono una classificazione per queste vie ar-mentizie definendole “calles pubblicae” (cioè vie pubbliche), emanando leggi e decreti che tutelavano lungo il loro percorso mandrie e mandriani, pecore e pastori, intuendo così l’enorme ricchezza che poteva derivare da queste attività (pecunia deriva da “pecus” = pecora) e proteggendo sia i pascoli che i tratturi. Fu così, allora, che il destino dei tratturi divenne strettamente collegato all’evoluzione della transumanza. Le direttrici di questi percorsi sono rimaste inalterate dalla preistoria all’epoca romana; la via “CLAUDIA”, ad esempio, utilizzò il tratturo Aquila-Foggia senza mutare neanche in età bizantina e medioevale. Queste piste erano indispensabili e di vitale importanza per lo sviluppo della pastorizia, e a loro fu destinato un razionale sfruttamento delle locazioni relativo ai territori riservati al pascolo. Su queste vie, numerosi furono quei punti di sosta (conosciuti oggi come Tabernae) individuati come “STATIONES”, cui sono andate formandosi le attuali contrade di campagna lungo i tratturi; precisi punti di riferimento sul territorio che favorirono lo sviluppo e il fiorire di industrie casearie, della lana e dei panni di lana. Fu dal XVI secolo in poi che le tracce dei tratturi cominciarono progressivamente a scomparire dal terreno e ad essere usurpati con coltivazioni. L’architettura di questo paesaggio oggi è costituita essenzialmente da declivi collinari dalle forme tondeggianti e ammantate di vegetazione arborea; un territorio, questo, il cui segno forse più rilevante passa attraverso il transito della storica via “TRAIANA”, praticamente in coincidenza del tracciato del ben più conosciuto Tratturo Regio: il Pescasseroli-Candela.

Si raggiunge finalmente Zungoli, paesino collocato in posizione strategica a controllo delle infinite distese prative che si protendono a settentrione, verso il Tavoliere, e dominante il vallone che scivola a S, è una splendida località distante pochi chilometri dal confine con la Puglia. Qui il Regio Tratturo lasciava i territori irpini, attraversando le immense alture tra i corsi torrentizi del Fiumarella e del Cervaro, salutava l’ultimo lembo di terra campana ed entrava in Puglia fino a terminare il suo tragitto a Candela. Guadagnando un comodo crinale ci permette di poter ammirare le ampie e interessanti vedute panoramiche della zona. La pista che ora si percorre è uno stradello, ben messo, che scorre lungo il crinale e si mantiene in quota puntando in direzione SW. Si attraversano i casolari della Masseria lo Conte e si continua a scendere decisamente sfiorando la Masseria Caputo, fino a raggiungere la confluenza del torrente di Villanova col Fiumarella (a sua volta tributario dell’Ufita) ove di fronte si parano le case della Masseria Molinella. Da qui si apre un paesaggio inaspettatamente insolito per la maestosità di questi ambienti: a un tiro di sasso scorre il grigio nastro d’asfalto dell’autostrada  A16 Napoli-Bari; i declivi delle circostanti alture si aprono con squarci di terra determinati dal solco dei trattori che hanno rimosso il terreno da destinare ai nuovi coltivi, e così appaiono anche i regolari filari di vigneti e uliveti che si alternano ad estesi fazzoletti di frumento; mentre più oltre, a mezzogiorno, si ergono le alture boscose di quell’interessante territorio, ricco di valenze storiche, artistiche ed architettoniche che fin dal Medioevo è conosciuto come la “Baronia”. Per questi territori passavano i tracciati viari della “TRAIANA” che da Benevento portava fino a Brindisi; della “HERCULEA” che da Aufidena conduceva a Potenza e poi giù, attraverso la Val d’Agri, fino allo Ionio (Siris/Heraclea); della “AURELIA AECLANENSIS” che la collegava sulla Via Appia; della “AEMILIA” che dalle valli dell’Ufita e del Calore si collegava o con Lucera o con Aufidena.

Si raggiunge infine il crinale su cui sorge Flumeri, ben visibile sul promontorio posto di fronte, a guardia di un immenso territorio intervallato da pianure e ricolmo di grano, tabacco e uliveti produzioni, queste, che alimentano la modesta economia locale e fanno di questa terra un preciso punto di riferimento agrario per le colture intensive della Campania settentrionale. Lasciamo il paese e si scende attraversando il Piano Ferrante. Al termine della pista uno stradello stacca a sinistra fino a congiungersi con una carraia. Volgendo a destra questa continua a scendere fino ad attraversare nuovamente un ponte dell’autostrada A/16 Napoli-Bari. La pista in breve termina presso la Masseria Ianniciello tra vigneti e frutteti. Ora si prosegue a sinistra, verso W, lungo la sponda sinistra del Fiumarella, e in meno di due chilometri l’itinerario termina all’altezza delle antiche strutture della Dogana Aragonese delle Tre Torri, conosciuta anche come “Palazzo della Bufata“, antica dogana delle pecore e luogo di sosta durante la transumanza dall’Abruzzo verso la Puglia e viceversa. (di ©Andrea Perciato)

Pubblicato da Andrea Perciato

Sono una Guida Ambientale Escursionistica dell'AIGAE (Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche). Giornalista/pubblicista, esperto della progettazione di itinerari escursionistici e della promozione turistica mirata all'ambiente e alla natura. Amante del sapere e sempre alla ricerca di nuovi orizzonti da esplorare e da raccontare. Camminare, sognare, respirare e amare questo bellissimo e incredibile mondo.

2 pensieri riguardo “Alta Irpinia, tra “Daunia” e “Baronia”… lungo il Regio Tratturo

  1. Contributo molto bello, ma, in una logica campanilistica c’è da eccepire che la Malvizza, luogo cruciale tra i più affascinanti nel percorso descritto, è indicata come un “antico villaggio” autonomo e non, come invece è, parte integrante del territorio di Montecalvo Irpino, comune che viene descritto a parte…

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    1. nei miei articoli cerco di privilegiare la “singolarità” del luogo, qualunque cosa esso presenti nello specifico. So benissimo che la Malvizza è in territorio di Montecalvo, come conosco benissimo quei luoghi vissuti fin dall’infanzia. Nello specifico credo sia più plausibile offrire ai lettori la storicità di ciò che rappresenta quel luogo nel suo insieme, ecco per cui Malvizza = villaggio autonomo, sorto e vissuto, ancor prima delle suddivisioni amministrative territoriali. Ringrazio per la specifica!

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