
Lo “spopolamento” di questi territori durante il corso degli ultimi decenni, oltre alle reali asperità orografiche è dovuto, quasi certamente, al forte tasso di emigrazione per cui le più ricorrenti “forme viventi” da queste parti sono donne, vecchi, bambini e animali. Personaggi “vivi” di una natura avvolta nei silenzi ancora intatti ed incontaminati; “ombre” che vivacizzano i grandi ed immensi spazi aperti; “anime” che conducono una vita dura, ma che alle volte – in fondo – riescono ad essere anche così semplici e genuine. I centri di questo comprensorio, soprattutto in quelle località più interne, si presentano al visitatore come tranquille località di montagna. I suoi abitanti sono di indole ospitale, sempre gentili e subito pronti ad “offrirsi” per scambiare qualche parola col forestiero di transito. La gran parte di loro sono gente legata a questi territori, alla montagna, alle sue tradizioni e a tutte quelle attività economiche derivanti da essa: mulattieri e pastori, tagliaboschi e contadini, allevatori e bovari.
Nel quotidiano (così come nelle più simboliche ricorrenze locali), l’uomo “tanagrino” (soprattutto i più anziani) ama spesso vestirsi col suo caratteristico abbigliamento: calzature robuste; pantaloni in velluto a coste larghe di colore scuro (nero o marrone) e stretto in vita da improbabili cinture (a volte solo dei semplici lacci) in cuoio nero; camicia bianca smanicata sotto un gilè; giacca blu; cappello a falde o “coppole” color nero in testa e l’immancabile cicca senza filtro stretta e racchiusa tra le labbra. I loro luoghi di sosta preferiti sono la piazza (per chiacchierare) oppure i tavolini del bar in centro per giocare a carte o sorseggiare un buon cicchetto di rosso-rubino.

Durante i giorni delle più importanti festività sono principalmente le donne che perpetuano i riti religiosi, mentre gli uomini continuano il proprio lavoro soprattutto nei campi. La domenica viene “vissuta” come un qualsiasi altro giorno della settimana, così come anche per il Natale, la Pasqua e le altre principali festività dell’anno; questo non per mancanza di rispetto verso la ricorrenza, ma perchè la “cura” della propria terra ha la precedenza su tutto! Il “tanagrino” si presenta al forestiero con un carattere mite, disponibile e lavoratore, molto pratico ed essenziale, cordiale e prudente con tutti, semplice e riservato nei momenti che contano.

Degli uomini, soprattutto quelli non più tanto giovani, sono pochi che si vedono in giro. Figure ricurve su se stesse vestono con abiti pesanti (sono ancora possibili vedere in giro quei lunghi mantelli neri caratteristici dei montanari!) e nel ricondurre all’ovile le loro greggi, o gli altri animali al riparo nella stalla, agitano grossi bastoni nelle mani, urlando incomprensibili forme dialettali che solo gli animali intuiscono. Con gli stivali sporchi di fango e che gli arrivano all’altezza del ginocchio, la maggior parte di essi indossano una semplice giacca col bavero alzato per ripararsi dal freddo; masticano spesso cicche di sigaro che si mimetizzano tra il labbro inferiore e i folti baffi, ed hanno berretti con la visiera posta a coprire quasi per intero le grosse sopracciglia, oppure a proteggere dal freddo fronti scolpite da centinaia di rughe.

I caratteri di queste genti tanagrine, riflessi secondo varie gerarchie sociali che raccordano insieme gastronomia, manufatti, feste e riti, tracciano un ideale itinerario da seguire che passa attraverso i sentieri dell’archeologia (sia essa civile che rurale), un percorso che si rifà a tutto ciò che è il mondo contadino. Qui i “mestieri” sono stati sempre tramandati di padre in figlio ed anche la tradizione gastronomica della famiglia “tanagrina” evidenzia come il cibo sia espressione di desiderio, di unità, dello stringere ulteriormente i rapporti, soprattutto quelli tra più famiglie.

L’odierna alimentazione, non più povera, si presenta ricca e variegata avendo – nel corso dei secoli – subìto influenze sia lucane che campane. Ancora oggi si evidenzia come nella cucina tradizionale locale si siano conservate sia la genuinità dei prodotti e degli ingredienti che la cultura del sapore; simbolismi da recuperare e restituire ai posteri, forti legami e scelte di vita espresse come autentici custodi dell’intima semplicità di un popolo. Ecco allora che sono possibili trovare, sulle tavole dei paesi del Tanagro, i tipici piatti della semplice arte culinaria locale come: la cicoria e le fave; i fusilli (o cavatielli); le lagane e i ceci (considerato il “Piatto del Brigante”) e il maiale alla contadina. (tratto dalla guida “OLTRE LE NARES” itinerari escursionistici nella valle del Tanagro di ©Andrea Perciato, Edizioni ARCI Postiglione SA, 2005)



