“Impressioni di Settembre”… nel Vallo del DIANO (SA, Campania South Italy)

…Settembre, perché può essere considerata senz’altro la migliore stagione per vivere il Vallo, nella sua veste ambientale, paesaggistica e naturalistica più bella, così come nel suo rincorrersi di eventi e ricorrenze che lasciano alle spalle un anno di sacrifici spesi nel curare l’amata terra ed aprono, per il futuro, certezze e speranze dense di propositi costruttivi. Gli enormi fazzoletti campestri sono già stati tutti falciati; l’aratro (oggi sostituito dal più moderno, veloce e maleodorante trattore) fino a qualche decennio fa scorreva lento dietro il flemmatico passo dei bovi che, immersi nel terreno fangoso, tracciava i solchi per le nuove semine mentre la soffice brezza del vento, che di tanto in tanto in queste zone cambia direzione, accompagnava quel dolce sapore di fertile terra appena rimossa.

E ancora il vento che, come una leggera mano, accarezza i morbidi cuscini cespugliosi irrorando profumi campestri anche negli angoli più nascosti e lontani di questo immenso Vallo, così le sue impercettibili refole piegano dolcemente i canneti che delimitano gli acquitrini; qualche animale domestico spaventa gli uccelli che cercano riparo all’ombra del folto fogliame mentre in alto, nel cielo terso d’azzurro, si vedono danzare grossi volatili che seguono le lunghe rotte della migrazione. Le oche starnazzano nell’aia mentre polli, pulcini e galline corrono all’impazzata da un angolo all’altro dei cortili.

La donna di questi territori (anziana o fanciulla che sia) col suo “maccaturo” avvolto tra i capelli, è intenta a gestire le quotidiane operazioni domestiche; il suo uomo, invece, ha di che essere impegnato. La sua giornata è vissuta senza scadenze orarie; l’orologio è superfluo… basta il sole. I tempi di lavoro seguono un preciso alternarsi di attività che a seconda di come si presentano le condizioni meteorologiche possono tanto avere inizio nella stalla, a pulire e curare le sue amate bestie, oppure tra i campi, intento a zappare o a realizzare qualche particolare innesto. I bimbi giocano felici a rincorrersi e a nascondersi tra l’erba alta, mentre i più grandicelli amano acquattarsi tra le rive dei canali e i canneti lungo le sponde del fiume alla ricerca di rospi e rane da catturare con i loro “coppi”. Un’anziana nonna, dagli occhi azzurri incastrati in un volto scolpito da infinite sfumature rugose, col suo corpo ricurvo ci racconta che non ha mai visto il mare, ed ella ingenuamente immagina che questo sia raccolto in una enorme bagnarola (o “gguara”) contenente una grande massa d’acqua colorata d’azzurro.

E’ mezzogiorno, e i lontani rintocchi dei campanili di chiese e cappelle segnano il trascorrere del tempo. In contrada Trinità, all’altezza dello storico 77° miglio della Via Regia delle Calabrie (l’antica Via Popilia/Regio-Capuam) proprio sotto l’abitato di Sala Consilina, fervono i preparativi e i festeggiamenti per un matrimonio. Dopo la celebrazione del Sacramento, ci si dà tutti appuntamento all’aperto. Già le lunghe tavolate sistemate tra i cortili e ricoperte di succulenti pietanze tutte rigorosamente preparate in casa emanano densi, aromatici e stuzzicanti profumi che rendono l’atmosfera più sobria, coinvolgendo tutti gli invitati (parenti, amici e compari di podere confinante) in un’autentica allegoria festaiola a cui nessuno si sottrae divenendo così, al di là dei novelli coniugi, i protagonisti assoluti dell’evento; momenti in cui tutti offrono il meglio di se stessi: suonatori, danzatori e il continuo vociare delle comari, si alternano ai ritmi cadenzati delle tarantelle e delle polke, delle tammurriate e delle mazurke.

Pochi decenni addietro, prima che in queste contrade passasse il grigio nastro d’asfalto dell’Autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria, i trasporti e le comunicazioni avvenivano ancora a misura d’uomo: carretti e torpedoni correvano in lungo e in largo tra le fangose vie campestri (che divenivano pozzanghere dopo i temporali) e le polverose strade maestre (inondate dalla calura estiva). Lungo questi tragitti vi era sempre un attimo dedicato alla sosta presso quelle locande e quelle trattorie adiacenti le antiche taverne e situate lungo la Statale. I carri in legno a quattro ruote trainati dalla coppia di bovi erano un bene prezioso per le genti che abitavano i poderi e le fattorie sparse in quest’immenso altopiano; il calesse a due ruote trainato dal cavallo, invece, permetteva di velocizzare gli spostamenti tra la campagna e la città. Il torpedone, che raccoglieva studenti, professionisti e dipendenti pubblici, tutti uniti dalla stessa condizione di pendolari, impiegava più di una giornata di viaggio per raggiungere la città capoluogo di provincia.

Ieri come oggi, è il giorno dedicato al mercato. Vicoli, strade e piazze cominciano a vivacizzarsi quando il buio della notte lentamente cede il passo alle prime luci dell’aurora; il vociare aumenta cominciando pian piano a moltiplicarsi, mentre spazi di memoria non troppo lontani portano il ricordo di quando i viottoli acciottolati, o ricoperti di basoli, fungevano da cassa armonica restituendo gli echi delle scalcinature provocate dai muli che, carichi di mercanzie provenienti dalle campagne del Vallo, arrancavano lungo le precipitose stradine vendendo primizie di portone in portone.

Ma ciò che più coinvolge le popolazioni di questo Vallo, nell’ultima decade del mese, sono i festeggiamenti del Patrono: San Michele, il Santo Longobardo che, trascorsi i mesi della calda stagione a proteggere le case e gli uomini di questa terra, fa ritorno tra le sue alture. In quasi ogni angolo di queste contrade compaiono effigi, stampe, immagini e altarini che inneggiano al culto dell’Arcangelo; i preparativi sono intensi e vissuti con rituali che si perpetuano da generazioni, segni di una fede vissuta nel profondo e tramandatasi di padre in figlio. Tradizioni che hanno fondate radici nell’indole sana e genuina degli abitanti di questi luoghi; tutto questo, in un turbinio di suoni e colori per rendere omaggio all’Arcangelo liberatore del male, affinché anche quest’anno, come quelli passati e quelli ancora da venire, dispensi gaudio, salute e protezione a quanti, con fervida devozione, ad Egli innalzano e invocano ogni sorta di preghiera. (tratto dalla guida “MI NI ‘GNANAVA PE’ LU CHIANI ‘E MUNTI, Me ne Andavo per le Vie ai Monti” di ©Andrea Perciato, Edizioni ARCI Postiglione, SA 2003)

Pubblicato da Andrea Perciato

Sono una Guida Ambientale Escursionistica dell'AIGAE (Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche). Giornalista/pubblicista, esperto della progettazione di itinerari escursionistici e della promozione turistica mirata all'ambiente e alla natura. Amante del sapere e sempre alla ricerca di nuovi orizzonti da esplorare e da raccontare. Camminare, sognare, respirare e amare questo bellissimo e incredibile mondo.

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