
Il territorio ebolitano, distribuito tra contrade profumate d’ulivo, posto alla confluenza di fiumi, valli, pianure e montagne veniva considerato, fin dall’antichità, un luogo di arrivo e di partenza per quelle antiche direttrici di collegamento che qui avevano il loro transito. Punto di riferimento per le espansioni romane, oltre le dolci colline si estendevano le selvagge montagne della Basilicata. E fu per questi motivi di natura geografica che, probabilmente, le vox populi dell’epoca consideravano imprudente avventurarsi oltre Eburum considerata capolinea di ogni viaggio intrapreso verso le contrade del Sud. Qui gli antichi pastori nomadi di stirpe italiota, durante il periodo delle migrazioni transumanti, giungevano dagli impervi territori della Lucania fino ad affacciarsi presso l’estesa pianura solcata dalle acque del fiume Sele, le cui paludi erano infestate dalla malaria.

Posta alla base di verdeggianti alture, sorge EBOLI. Costituito da un nucleo medioevale, il borgo si arrampica su un colle che domina la piana. Colonizzata dai Greci divenne fedele a Roma col titolo di Municipio; il ritrovamento della Stele di Eburum (183 d.C.) attesta quale importanza ebbe Eboli durante l’Impero Romano. Centro agricolo, esso veniva collocato alla confluenza di importanti vie di collegamento interne: la “Via Campanina” che, dopo il fiume Tusciano, sfiorava il tracciato della Popilia-Regio/Capuam, fino ad entrare in Eboli (località detta Strata), presso il vallone Tiranna e proseguiva per Campagna, suo naturale termine; e la “Via qua itur Ebolum” (via attraverso la quale si giunge ad Eboli), un’arteria secondaria che raccoglieva (presso Olevano sul Tusciano) i traffici provenienti dalla fascia pedemontana dei Picentini meridionali, saliva le coste del vallone Cuccaro, attraversava contrada Melito e, per il vallone Tiranna, terminava ad Eboli.
Ricca di chiese e di conventi, la sua parte antica sembra – soprattutto d’estate, una vera oasi di silenzi, di luci ed ombre (a metà tra una kasbah ed un borgo umbro): archi; supportici; stretti vicoli collegati da gradini in pietra locale su cui s’affacciano buie finestre e terrazzini ravvivati da coloratissimi vasi ingeraniti; piazzette in cui i raggi del sole bagnano la nuda pietra per pochi minuti al dì. Luoghi avvolti nei silenziosi profumi primaverili, i chiostri, i giardini dei complessi conventuali ed i vicoli del borgo, evidenziano i veri ambienti in cui l’intreccio di arte, natura e storia evidenzia un sincronismo spazio-temporale ove lo scorrere dei secoli ha lasciato ricche e preziose testimonianze. Regno incontrastato dell’ulivo, il suo territorio viene completamente caratterizzato da vivaci cromatismi di verde riscontrabili nei regolari campi coltivati a sementi e fazzoletti di terreno sapientemente curati e squadrati secondo precise geometrie che rendono vario e suggestivo tutto il paesaggio esteso ai piedi di queste splendide montagne: i Picentini.
Eboli oggi si presenta, al turista di passaggio, come una località semplice e riservata, caratteristiche riscontrabili nei suoi abitanti, soprattutto gli anziani, custodi di arcaiche civiltà e di tradizioni rurali. L’abitato, per la sua naturale propensione all’ospitalità dei residenti presenta, tutt’intorno, una natura dalle numerose allegorie: immense distese che si perdono a vista d’occhio; le mille sfumature del verde dei campi, del giallo delle ginestre e del rosso dei boschi autunnali; i cieli tersi e l’aria salubre; le dolci ondulazioni collinari; le colture ortofrutticole (industrie conserviere) e tutta un’infinita serie di produzioni casearie, che in queste terre la fanno da padrone, rendono ancor più stuzzicante andare a trascorrere un week-end in questa località.
Muovendosi dal borgo antico, alle spalle del Castello dei Colonna (oggi casa circondariale) ci si porta sul lato settentrionale, a monte dell’abitato; qui merita una visita il complesso conventuale di S. Pietro alli Marmi (XII secolo); vero gioiello d’arte medioevale, curato con sapiente maestria dai padri, il suo interno ci accoglie con un chiostro graziosamente maiolicato. Una porticina sul lato meridionale permette l’accesso in una bellissima chiesa paleocristiana dedicata al culto dell’Apostolo fondatore della Chiesa: S. Pietro. Distribuita su tre navate, esse terminano con altrettante absidi in cui sono evidenti rare tracce di affreschi; gigantesche colonne sorreggono gli archi e i capitelli (tutti diversi) di pregiata scultura. Attraverso una scala, si scende alla cripta; una statua lignea raffigura il santo pellegrino Berniero, e un bassorilievo sulla parete rappresenta il nobile spagnolo che libera una fanciulla dalla presenza del demonio che le sviscera dalla bocca.
C’incamminiamo lungo la salita che arranca alle spalle del convento. A termine di un lungo muro c’è una grande fontana (l’Ermice) dalle acque sempre fresche e abbondanti. A sinistra della fonte parte una stradina (via Badia) che s’inerpica, in pendente ascesa, lungo le colline di contrada Padula. Una serie di antichi casotti (serbatoi per l’acqua) posti lungo il bordo della strada determina il cammino che conduce fin su alla rupe ove sorgono i resti in muratura del complesso medioevale della Madonna del Carmine. Più sù, a sinistra della stradina (sempre via Badia), parte una carraia che attraversa numerosi uliveti e giunge nei pressi di un incrocio. Dopo ampi fazzoletti prativi si giunge presso la cappella di S. Donato che è posta al termine di un vialetto, in una radura (con abbeveratoio) boscosa formata da una pineta e una querceta.
La carraia continua a salire lungo un canalone per una serie di tornanti che conducono ad una spianata dalla cui terrazza si possono godere ampie vedute panoramiche su un paesaggio di inconsueta bellezza: ondulazioni prative ricche di pascoli; speciali zone, appositamente attrezzate con serre e recinti, in cui vengono allevate numerose specie di avifauna che poi verranno successivamente lasciate libere di muoversi all’interno di questi territori (riserva di caccia controllata); numerose cespugliaie e macchie boschive che caratterizzano valloni, radure, dorsali e pendici circostanti; declivi ammantati d’ulivo che si rincorrono fin oltre l’orizzonte perdendosi giù nella “chiana”, ove hanno inizio le lucenti serre delle colture ortofrutticole.
Il percorso tocca il punto più alto (677 m) dell’itinerario, proprio sotto la cima del monte Ripalta, e piega decisamente a S, lungo una dorsale boscosa che porta alla brulla punta di Serra Pizzuta (o Preta appizzinuta – 628 m); vedute panoramiche sulla zona del medio e alto corso del fiume Sele. Da Serra Pizzuta, tra i segni lasciati dal passaggio degli animali al pascolo, si prosegue tra ampie coltivazioni di ortaggi, vigneti e terrazzamenti ulivati. La pista passa nelle vicinanze di una serie di case coloniche e masserie (in gran parte abbandonate) sparse tra le campagne e i pendii delle montagne; questo paesaggio agreste offre un magnifico esempio di architettura rurale con ampie vedute panoramiche che si aprono tra cortili e porticati, fienili, muretti di recinzione, depositi e stalle. (testi & foto di Andrea Perciato e Maria Rita Liliano)
















