monte MOTOLA (Cilento, SA)… lungo i “Sentieri dei boscaioli” tra la Sella del Corticato e la cima

L’itinerario ha inizio lungo la strada di collegamento che dal Vallo di Diano, attraverso la Sella del Corticato (1026 m), conduce all’abitato di Sacco. Lungo quest’arteria, che sale serpeggiando attraverso i verdi prati della sella, gli echi del vento accompagnano le profumate essenze della montagna. Pur se non troppo frequentata dal transito degli autoveicoli, non riesce difficile incontrare il passaggio di carri ed automezzi soprattutto agricoli.

Da TEGGIANO parte un lungo rettilineo (direzione W) che supera l’abitato di Piedimonte (480 m) e più avanti, lasciate le ultime case del paese, si travalica il Ponte S. Salvatore (presenza di una fonte) che attraversa il vallone solcato dalle acque del torrente Buccana; sulla destra, in basso, si estendono le case della contrada S. Marco (525 m). A circa un chilometro dopo il ponte, ci saluta l’ultimo grappolo di abitazioni in località Pozzale (560 m) poco prima di sbucare tra le prime erbe prative dell’altopiano del Corticato: una distesa verde parte da uno stretto passaggio che s’apre tra le irte rupi rocciose del Cozzo dell’Angelo (1067 m) che si erge a destra, e le ripide creste boscose ricoperte di castagneti del monte Faggitella (1606 m) che si para in alto sulla sinistra. Da questo punto in poi il paesaggio cambia decisamente morfologia, e sembra quasi di essere improvvisamente apparsi in una di quelle fantastiche vallate dal “sapore” tipicamente svizzero: ci troviamo invece nell’ambiente della Sella del Corticato (1026 m). L’elemento elvetico di questi luoghi risalta subito agli occhi dell’escursionista. Questi ambienti vengono esaltati dall’immensità degli spazi, dalle essenze dei profumi del bosco, dall’impalpabile silenzio di questo immenso deserto verde nascosto tra i monti, dai dolci declivi ondulati ricoperti di freschi prati d’altura e dalle aromatiche infiorescenze, erbe prelibate per mucche, capre e cavalli che qui pascolano liberamente. In piena stagione primaverile durante la fioritura delle ginestre, una pianta che qui è molto diffusa, questi altipiani offrono uno spettacolo tra i più belli ed emozionanti di tutto l’ambiente montano del Parco Nazionale del Cilento, Alburni e Vallo di Diano.

Un curioso aneddoto racconta che qui, in questi luoghi, avveniva fino alla prima metà del ‘900 una singolare attività svolta dagli uomini della montagna: l’incontrollato taglio dei boschi. Questi uomini (a volte anche interi gruppi di famiglie) periodicamente risiedevano sugli altipiani, o per seguire gli animali al pascolo, o per la realizzazione dei prodotti caseari o, più semplicemente, per coltivare i fertili terreni dei pianori; vivevano quindi in baracche (o capanni) che venivano regolarmente abbandonati (rare tracce ne testimoniano la presenza!) con l’arrivo della cattiva stagione. La giornata cominciava molto presto, al sorgere del sole, per questi contadini, pastori e montanari e si protraeva, senza continuità di sorta, fino al tramonto, fino a quando l’ultimo raggio di sole scivolava lento sull’orizzonte, al di là delle creste montuose.

Di notte, invece… favoriti proprio dall’oscurità delle tenebre, avveniva l’involontario scempio dei boschi (alberi ad alto fusto), generato per lo più da necessità di approvvigionamento (e di sostentamento) delle genti che abitavano più giù, verso le vallate. Questi, accompagnati dal riverbero della Luna e dal luccichio delle stelle, salivano per un aspro sentierino che andava incuneandosi tra la rupe della Montagnola (1296 m) a sinistra, ed i muraglioni calcarei del Cocuzzo delle Puglie (1411 m) in alto a destra. Raggiunti questo impervio passaggio guadagnavano, sulla destra, i crinali rocciosi fino a raggiungere i pizzi e le vette più elevate della cresta montuosa.

Ricchissime di foreste (faggio, pino, abete, castagno, querce, pioppi e larici) queste alture “custodivano” un vero paradiso del legno che poteva essere sfruttato sia per lavori di ebanisteria, sia per la produzione industriale della carta, che per gli usi domestici più diversi, come l’accensione di camini, forni e focolari. Armati di asce, seghe, accette, saracchi, cesoie ed ogni sorta di arnese per tagliare, sfoltire e potare, questi uomini del bosco una volta abbattuti gli alberi dai tronchi più grossi e sfrondati dei rami superflui, si spingevano fino agli orli delle alture rocciose del monte Cocuzzo (1411 m) e del monte Puglie (1465 m) e da quassù gettavano, attraverso precipizi e profondi canaloni, i tronchi puliti fino a farli cadere e rotolare sui tappeti verdi della Sella del Corticato. All’alba, di buonora, questi tronchi venivano pazientemente raccolti e condotti fin giù a valle per essere poi smistati sui mercati, verso le fiere che si tenevano nei paesi vicinali e nelle borgate giù in pianura, oppure presso le più lontane aree industriali (mobilifici e cartiere). Era senz’altro una attività illecita ma, a questi uomini del bosco che vivevano in montagna (e per la montagna), il legno serviva davvero per vivere.

Dagli altipiani della Sella del Corticato, in prossimità di alcune masserie sparse (775 m) e circondate in un mare giallo e profumato creato dalle immense distese dei cuscini di ginestre sulla sinistra parte, all’altezza di un fontanile, una pista carraia che mena attraverso i boscosi pendii della montagna, in un particolare anfiteatro fatto di verde in cui si rispecchiano sia le propaggini settentrionali della Montagna della Mutola, in alto sulla sinistra, sia il monte Motola, più su a destra. Man mano che il pendio guadagna quota la pista va perdendo quella caratteristica forma di sterrata che permette anche il transito agli automezzi (fuoristrada), divenendo prima uno stradello e poi un sentiero ben marcato e definito (soprattutto dal transito degli animali al pascolo); ed è proprio qui, lungo questa prima fase di tornanti che introducono alla montagna, che al lato sinistro della pista, nascosta tra il fitto fogliame cespuglioso, vi è una sorgente captata in un abbeveratoio che ancora oggi (così come ha fatto per lunghi anni) disseta cavalli, muli e montanari, che di qui transitano per andare a far carico della “materia” prima offerta dai boschi: il legname. Il cammino prende in direzione SW e comincia a serpeggiare inoltrandosi nella boscaglia in una zona quasi pianeggiante detta Fontanelle (890 m), là dove la pista presenta un percorso che va articolandosi lungo una pietraia, un tratto che rende molto disagevole il procedere. Poco più oltre di questo falsopiano appare, improvviso, un pianoro erboso in cui spicca l’edificio del Rifugio Forestale Fontanelle (oggi ristrutturato e preso in gestione da una cooperativa che si occupa di promozione, fruizione e conoscenza del territorio) e, poco più su, un abbeveratoio (1369 m) per gli animali al pascolo.

Da qui si prende un sentiero che mena ad attraversare il bosco (direzione SSW), in cui non è raro trovare diversi nuclei sparsi di abete bianco, una specie arborea segnalata tra quelle in via di estinzione sulle montagne del nostro Appennino meridionale. Questi esemplari sono sicuramente la testimonianza più evidente di quello che una volta era l’enorme manto boschivo che, anticamente, si presentava molto più esteso andando a ricoprire completamente le fasce di territorio montuoso a quote spesso elevate. Si transita così in una folta distesa boscosa (ove prevale il faggio) tenendo sempre in vista, quando la fitta vegetazione lo permette, la brulla cima del Motola che si erge in alto sulla destra. Quando il cammino comincia a divenire più impegnativo per l’erto pendio quasi senza accorgersene ci si trova (1600 m) proprio sotto le pendici rocciose (quelle orientali) della cima del Motola. Qui la vegetazione si presenta ancora più fitta e osservando attentamente intorno, con grande meraviglia, possiamo notare che sono presenti, in quest’angolo di foresta, numerosi esemplari di tasso, bellissimi alberi dalle folti chiome e dal fogliame (aghiforme) verde scuro. Volgendo subito sulla sinistra, e seguendo sempre il cammino tracciato dai taglialegna che prosegue per lunghe serpentine, si raggiunge la isoipse dei 1600 metri. L’erto pendio termina, ed il sentiero leggermente perde pendenza fino ad attraversare una giogaia boscosa che in breve, valicando, conduce in un angolo di paradiso montano davvero unico, bello ed inconsueto. Avanti si parano numerose conche carsiche (ex glaciali) e inghiottitoi che, ricoperti da prati verdeggianti e circondati dal cupo della boscaglia, creano suggestive visioni panoramiche. Non una traccia (fortunatamente!) che testimoni il passaggio di uomini, il che lascia intendere che in questo luogo la loro presenza è davvero sporadica; solo il fruscio della brezza del vento che agita le foglie, il cinguettio di uccelli da montagna nascosti nella foresta e i grugniti dei cinghiali che rieccheggiano nel bosco, sono le uniche “presenze” che ci permettono di godere pienamente così tanta bellezza. Senza molte difficoltà, da questi anfiteatri naturali, e dopo aver percorso ed attraversato (direzione NW) anche l’ultima cortina forestale, in breve si superano gli ultimi brulli pendii sulla sinistra ove, aggirati una leggera selletta, il percorso raggiunge la cima del monte MOTOLA (1700 m).

Da quassù s’intuisce la magnificenza di questa montagna che emerge da immense distese prative e da un mare di faggete su cui volteggiano liberamente bellissimi esemplari di avifauna locale: gheppi e poiane, disturbati (forse!) dal passaggio di escursionisti, oppure perchè a caccia di grilli, lucertole o piccoli roditori, oppure ancora, perchè si è entrati involontariamente nel loro territorio; il bellissimo spettacolo a cui può capitare di assistere, non distoglie affatto dal far correre gli sguardi che si perdono all’orizzonte di infinite vedute panoramiche. La zona sommitale del Motola viene caratterizzata non solo dalle aspre e ripide creste rocciose ma anche dai cosiddetti faggi nani, fusti a basso portamento cespuglioso che sono così modellati (o ricurvi) secondo la direzione dei venti dominanti in quota. Dalla cima del Motola, soprattutto nelle giornate più terse, il panorama è davvero straordinario: vi è il monte Cervati (1899 m), proprio di fronte, a mezzogiorno; più oltre, a settentrione, l’imponente mole calcarea dei monti Alburni; mentre, sullo sfondo verso oriente, gli ampi fazzoletti dei regolari campi che caratterizzano i fertili pianori del Vallo di Diano; e poi ancora, grandi vallate, fittissimi boschi di faggio e bianche creste rocciose. Queste ultime, costituiscono l’ambiente in cui va a svilupparsi la discesa del monte Motola sul versante opposto a quello fatto per la salita, lungo le sue pendici meridionali.

Si ridiscende dal monte Motola fino a sbucare nuovamente sul sentiero percorso dai boscaioli, ove massiccia è la presenza delle loro tracce e notevoli risultano le testimonianze della loro attività lavorativa (accatastamenti di tronchi d’albero, fascine sistemate e raccolte lungo i bordi del sentiero, tronchi sottili sbucciati e tagliati regolarmente, supporti per sorreggere e  tagliare “pezzotti” regolari). Il sentiero che ora si percorre è lo stesso effettuato per la salita e mentre si cammina, osservando attentamente i bordi della pista, è possibile riconoscere sulla superficie di alcune rocce, le curiose immagini (in fotosintesi) di fossili risalenti a remote epoche preistoriche: le rudiste (un vero paradiso per geologi e paleontologi). Giungendo nuovamente al pianoro di Fontanelle si segue in discesa la traccia dello stesso itinerario fatto per la salita; un bellissimo percorso che restituisce, all’escursionista, emozionanti vedute cartolina di una delle zone più belle dei versanti occidentali del Cilento interno: quello della Sella del Corticato. (tratto dalla guida “CAMPANIA Zaino in Spalla” di ©Andrea Perciato)

Pubblicato da Andrea Perciato

Sono una Guida Ambientale Escursionistica dell'AIGAE (Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche). Giornalista/pubblicista, esperto della progettazione di itinerari escursionistici e della promozione turistica mirata all'ambiente e alla natura. Amante del sapere e sempre alla ricerca di nuovi orizzonti da esplorare e da raccontare. Camminare, sognare, respirare e amare questo bellissimo e incredibile mondo.

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